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Caffè, le città più care: espresso a 1,21 euro a Trento, a 80 centesimi in Calabria

Caffè, quanto mi costi? Fermo restando che alla classica tazzina di espresso non si rinuncia, neanche con le restrizioni imposte dal Covid, rimane il fatto che questo piccolo piacere può avere un costo molto differente a secondo da dove ci si trovi. Proprio così: al Nord generalmente il caffè consumato al bar costa di più che al Sud, pur con i lievi aumenti che scattano ovunque di anno in anno. La media, comunque, si aggira intorno a un euro, con i picchi più alti in Trentino e i più bassi in Calabria.

A Trento la tazzina più costosa

In Italia il caffè più costoso si beve nei bar di Trento: il prezzo medio raggiunge 1,21 euro. Il dato risulta da un’elaborazione dell’Adnkronos dal Rapporto Ristorazione 2020 di Fipe Confcommercio (su dati Istat dicembre 2020) che rileva il prezzo della tazzina di caffè nei diversi capoluoghi di provincia. Si rimane in Regione per il secondo posto della classifica, che vede Bolzano come seconda piazza più costosa per il tradizionale espresso, che al bancone si consuma a una media di 1,19 euro. Scontrino sempre sopra l’euro anche in due capoluoghi su quattro del Friuli Venezia Giulia: Udine e Pordenone, città alle quali si aggiunge Brescia dove il prezzo medio è di 1,12 euro. Ma anche Trieste è nel top della classifica con un centesimo in meno 1,11 euro a pari merito con Padova e Bologna. In molte città del nord e del centro nord i prezzi medi sono di 1,10 euro: Belluno, Ferrara, Gorizia, Modena, Ravenna, Rimini, Rovigo e Vicenza. Situazione più o meno analoga nelle principali città d’arte, come Firenze, Venezia e Torino, dove per un espresso al bar bisogna mettere in conto circa 1,09 euro.

A Catanzaro l’espresso più economico

All’estremo Sud d’Italia la situazione cambia sensibilmente, con differenze di prezzo importanti. Scorrendo l’analisi, si scopre che il prezzo più basso per un caffè si paga a Catanzaro, dove un espresso preparato al bar costa ben al di sotto dell’euro, 80 centesimi di media. Scontrini simili – circa 0,88 euro – sempre in Calabria, a Cosenza e a Reggio Calabria, mentre in Sicilia la medaglia d’oro della città più economica per un espresso va a Messina, con 0,81 euro. Ma anche a Roma si spuntano ottimi prezzi: nella capitale un caffè al bar in media costa 0,93 euro, 10 centesimi in meno di Milano con 1,03 euro. E Napoli, la capitale ufficiale della “tazzulella”? Sotto il Vesuvio i prezzi rimangono popolari, al di sotto dell’euro: la media per un buon caffè di 90 centesimi.

Il cellulare? E’ diventato la nostra vera “casa”

Il cellulare non è solo uno strumento per restare connessi con i propri contatti, ma è diventato a tutti gli effetti il nostro mondo. O meglio, la nostra “casa”, in cui viviamo e conserviamo ogni aspetto che ci interessa. I nostri ricordi, valori, hobby sono racchiusi lì, all’interno dello smartphone: perderlo equivale a ritrovarsi come degli homeless, dei senzatetto digitali. Ad affermare quanto sia ormai vitale il cellulare per la gran parte della popolazione mondiale è un nuovo studio condotto da una squadra di 11 antropologi dell’Ucl, University College London, che ha passato 16 mesi a documentare l’uso dello smartphone in 9 paesi in Africa, Asia, Europa (tra cui l’Italia) e Sud America, con particolare attenzione agli anziani. L’analisi e i relativi dati sono stati sono pubblicati su The Global Smartphone: Beyond a youth technology, nuovo libro coordinato dal professor Daniel Miller.

Senza cellulare siamo perduti

L’aspetto più interessante – e anche più sconvolgente – della ricerca è che se perdiamo il telefonino ci ritroviamo in una condizione di autentici senzatetto: questo perché è attraverso gli smartphone che esprimiamo sempre più la nostra personalità, i nostri interessi e valori. Li adattiamo alle esigenze e abbiamo ‘barattato’ il tempo trascorso faccia a faccia con la famiglia e gli amici con le ore “a casa” sui nostri cellulari.

Il “rovescio della medaglia”

Ovviamente, ci sono delle ripercussioni generate da questo nuovo modo di vivere sempre con il telefono a portata di mano. Come spiega il professor Miller, riporta Ansa, “Il rovescio della medaglia è che in qualsiasi momento, durante un pasto, un incontro o un’altra attività condivisa, una persona può semplicemente ‘scomparire’, essendo “tornata a casa” sul proprio smartphone. Questo comportamento, e la frustrazione o persino l’offesa che può causare, è ciò che chiamiamo la ‘morte della prossimità’. Stiamo imparando a convivere con il rischio che anche quando siamo fisicamente insieme, possiamo essere soli socialmente, emotivamente o professionalmente. Allo stesso tempo, lo smartphone ci sta aiutando a creare e ricreare una vasta gamma di comportamenti utili, dal ristabilimento di famiglie allargate alla creazione di nuovi spazi per la sanità e il dibattito politico”.

Sempre giovani

Un altro elemento emerso dalla ricerca è che l’utilizzo così massiccio del cellulare allontana lo spettro dell’invecchiamento. Proprio così: in molte regioni del mondo lo smartphone ha contribuito a cambiare l’esperienza dell’invecchiamento, facendo sentire continuità con la giovinezza. Il fatto di considerarsi anziani, quindi, non è più legato a un fattore anagrafico, ma bensì alla fragilità.

Il lavoro dopo l’emergenza: tra worklife balance, ambiente piacevole e retribuzione adeguata

Un anno di Covid ha cambiato decisamente le condizioni di lavoro del 49% dei dipendenti italiani. Tra chi la propria occupazione l’ha persa, chi invece ha visto diminuire il proprio carico o altri che hanno dovuto fare un surplus di attività, per non parlare di chi è in cassa integrazione, gli ultimi, lunghi mesi sono stati difficili per numerose categorie. Nonostante i forti timori di perdere il posto di lavoro (una possibilità concreta per un terzo dei lavoratori italiani) e la crescente fedeltà alle aziende che hanno sostenuto i dipendenti durante la pandemia, ben il 21% dei dipendenti pianifica di cambiare occupazione entro i prossimi 6 anni. Ma quali sono i desideri di chi cerca una nuova occupazione? Soprattutto datori di lavoro capaci di comprendere l’esigenza di bilanciare vita privata e vita professionale, l’opportunità di lavorare da remoto (4 nostri connazionali su 10 vorrebbero che questa modalità proseguisse anche dopo la pandemia) e ovviamente anche uno stipendio adeguato. I dati sono il frutto dell’ultima ricerca del Randstad Employer Brand 2021, che ha decretato Ferrari come datore di lavoro più ambito in Italia, sulla base della più rappresentativa indagine globale sull’employer branding. Lo studio è stato condotto su oltre 190.000 persone in 34 Paesi del mondo e misura il livello di attrattività delle aziende come datori di lavoro percepita dall’opinione pubblica. In Italia sono state intervistate 6.581 persone di età compresa tra 18 e 65 anni.

I desideri degli italiani

Le risposte degli italiani sono eloquenti. I lavoratori di casa nostra affermano che i fattori più importanti attesi da un datore di lavoro sono il bilanciamento tra vita privata e professionale (indicato dall’66% degli intervistati) e l’atmosfera del lavoro piacevole (64%), seguiti da retribuzioni e benefits competitivi (61%), sicurezza del posto di lavoro (58%), visibilità del percorso di carriera (54%), solidità finanziaria dell’azienda (51%). Seguono poi alcune novità, come un ambiente di lavoro “covid safe” (45%), ma anche un contenuto di lavoro interessante (42%) e la possibilità di lavorare da remoto (39%). Ma queste priorità non coincidono con quelle dei datori di lavoro. Secondo l’opinione dei lavoratori, le aziende italiane invece puntano soprattutto su solidità finanziaria, buona reputazione, ambiente Covid safe e sicurezza del posto, dando poca rilevanza al worklife balance e al clima aziendale, elementi fondamentali per la scelta dell’azienda in cui lavorare.

Come si cerca un nuovo lavoro

Il canale principale per trovare un nuovo lavoro è il contatto personale, strada scelta da terzo degli italiani (32%), seguito dalle agenzie per il lavoro (23%) e LinkedIn (20%). Ci sono poi altri canali digitali come Infojobs.it (18%), Subito.it (17%), Google (17%), portali per il lavoro (17%), social media (13%) e siti web aziendali (12%).

Bonus Vacanze 2021, ecco chi può richiederlo e come fare

L’estate si avvicina velocemente e il desiderio di concedersi un meritato periodo di ferie si fa sempre più pressante. Una buona notizia è che il Bonus Vacanze, la misura introdotta lo scorso anno per incentivare il turismo, è stata prorogata dal 30 giugno al 31 dicembre 2021. Tuttavia, per avere diritto all’agevolazione di 500 euro valida per soggiorni in albergo, campeggio, villaggio turistico, agriturismo e bed & breakfast in Italia è necessario averne fatto richiesta entro il 31 dicembre 2020. L’ammontare del bonus non cambia rispetto all’anno passato: 150 euro per i nuclei composti da una sola persona; 300 euro per i nuclei di due persone; 500 euro per i nuclei di tre o più persone.

Come si calcola l’Isee

Per avere accesso al bonus vacanze, è necessario presentare l’Isee. Come precisa il sito dell’Agenzia delle Entrate “Per il calcolo dell’Isee è necessaria la Dichiarazione sostitutiva unica (DSU), che contiene i dati anagrafici, reddituali e patrimoniali di un nucleo familiare e ha validità dal momento della presentazione e fino al 31 dicembre successivo. L’importo del bonus sarà modulato secondo la numerosità del nucleo familiare: 500 euro per nucleo composto da tre o più persone 300 euro da due persone 150 euro da una persona”. Le informazioni necessarie per sapere come ottenere la Dichiarazione sostitutiva unica e calcolare l’Isee sono indicate sul sito dell’Inps.

Voucher solo in formato digitale

Ancora, l’Agenzia delle Entrate precisa che il bonus potrà essere richiesto e sarà erogato esclusivamente in forma digitale. “Per ottenerlo è necessario che un componente del nucleo familiare sia in possesso di un’identità digitale SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) o CIE 3.0 (Carta d’Identità Elettonica). Al momento della richiesta del bonus, infatti, si dovranno inserire le credenziali SPID e successivamente fornire l’Isee. Se non hai la tua identità digitale richiedila (SPID e CIE 3.0)” spiega il sito delle Entrate. Non sarà necessario stampare nulla, perché sarà a disposizione sul cellulare o smartphone e basterà mostrarlo all’albergatore, quando sarà il momento di pagare il soggiorno, direttamente presso la struttura selezionata per trascorrere le vacanze. Una volta ottenuto, il voucher può essere speso presso la struttura ricettiva prescelta (a condizione che partecipi all’iniziativa) da un solo componente della famiglia. E’ fruibile nella misura dell’80%, sotto forma di sconto immediato, per il pagamento dei servizi prestati dall’albergatore, mentre il restante 20% potrà essere scaricato come detrazione di imposta.

Largo alle startup innovative, sono quelle che crescono di più

Nonostante i mesi oggettivamente difficili, le startup innovative non conoscono battute d’arresto, ma anzi sono sempre più numerose. Al 1° aprile 2021 in Italia se ne contano 12.561, il 3,4% di tutte le società di capitali di recente costituzione. Si tratta di uno dei dati emersi dalla nuova edizione del report di monitoraggio trimestrale dedicato ai trend demografici e alle performance economiche delle startup innovative, frutto della collaborazione tra MISE e InfoCamere, con il supporto del sistema delle Camere di Commercio. Il rapporto offre una vasta panoramica sul mondo delle startup, a quasi otto anni dall’introduzione della policy dedicata (d.l. 179/2012).

La Lombardia la Regione che ne accoglie di più

A livello di distribuzione geografica, è la Lombardia la Regione che ospita più startup innovative: oltre un quarto di tutte quelle italiane (26,9%). La sola provincia di Milano, con 2.363, rappresenta il 18,8% della popolazione, più di qualsiasi altra regione: superano quota mille il Lazio con 1.443 che rappresenta l’11,5%, (in gran parte localizzate a Roma, 1.286, 10,2% nazionale) la Campania, con 1.115, 8,9% del totale nazionale e anche il Veneto con 1.034, 8,2%. Tuttavia, la regione con la maggiore densità di imprese innovative è il Trentino-Alto Adige, dove circa il 5,7% di tutte le società costituite negli ultimi 5 anni è una startup.

Giovani e guidate da uomini: l’identikit delle nuove imprese

Tra le altre evidenze del rapporto, si scopre che negli ultimi mesi sono aumentati i soci di capitale dell’azienda, che ora sono oltre quota 60 milioni, con un aumento del 6,9% rispetto al trimestre precedente. Interessante è anche il fatto che oltre il 17% delle start up innovative è fondata da under 35, in prevalenza uomini. La quota femminile non è particolarmente presente in questo settore, e si ferma al 12,9% delle imprese femminili contro un 21,2% registrato nel complesso delle società di capitali.

Piccole, ma dinamiche

Sul fronte del fatturato, le startup innovative rientrano in gran parte nella categoria delle microimprese, con un valore della produzione medio di poco superiore a 182,6 mila euro. Questo fenomeno è però dovuto anche al fatto che le imprese “best-performer”, più consolidate per età e fatturato, tendono progressivamente a perdere lo status di startup innovativa. Tra gli altri indicatori, spiccano i valori positivi in termini di redditività (ROI, ROE) e valore aggiunto così come l’alto tasso di immobilizzazioni, circa sette volte in più rispetto alle aziende comparabili.

Italia, il 63% delle aziende aumenta gli investimenti in smart manufacturing

La pandemia e tutte le conseguenti misure e limitazioni non hanno messo lo stop alla digitalizzazione delle aziende manifatturiere italiane. Anzi, pare che il comparto abbia ritrovato una nuova dinamicità: il 63% delle aziende manifatturiere non solo non ha interrotto i flussi di capitali a supporto dei progetti di produzione intelligente, ma li sta accelerando dedicando in media più di un terzo del proprio budget. E 9 aziende su 10 riconoscono l’importanza di aprirsi a ecosistemi di smart manufacturing. E’ quanto emerge da una ricerca di Deloitte su Industry 4.0 e il settore manifatturiero.

Le iniziative di Industry 4.0 più dinamiche

Gli ambiti di azione, però, non sono tutti uguali. Dal rapporto di Deloitte emerge che sono tre in particolare i settori specifici in cui le aziende italiane riescono a gestire su ampia scala le iniziative di Industry 4.0, dimostrando un livello di maturità maggiore rispetto ad altre geografie. Questi tre ambiti sono Smart warehouse (57%), Quality sensing and detecting (53%) e Smart connected product (40%). Ma quali sono le ragioni per cui le aziende manifatturiere del nostro paese scelgono questi strumenti innovativi? La risposta arriva sempre dal report: le imprese partecipano a ecosistemi produttivi in ambito smart-manufacturing prima di tutto per migliorare il tempo tra l’ideazione di un prodotto e la commercializzazione (34%), sviluppare nuovi canali o mercati (29%) e migliorare la propria capacità innovativa (26%). Una possibile riduzione dei costi, sebbene rappresenti un aspetto molto rilevante e generi benefici non trascurabili – specialmente in un contesto quale quello che le aziende stanno attraversando a causa delle conseguenze della pandemia – non è però la determinante principale della costituzione di un ecosistema (14%).

“Next Generation Plan europeo è uno stimolo per le riforme”

“Alla luce di questi numeri il Next Generation Plan europeo rappresenta uno stimolo per le riforme, ma anche la possibilità di accelerare la trasformazione digitale delle aziende manifatturiere italiane, alle prese con una sfida chiave per recuperare competitività e abilitare il paradigma della fabbrica digitale”, commenta i risultati Andrea Muggetti di Deloitte. Che aggiunge, come riporta Ansa, che nella definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà “centrale adottare un processo di modernizzazione strutturale attraverso una strategia organica, che porti investimenti nelle tecnologie emergenti e sostegno allo sviluppo tecnologico”. In sintesi, per i prossimi mesi la scelta di adottare nuove tecnologie da parte delle imprese italiane sarà assolutamente rilevante per la ripresa del nostro Paese.

Smartphone, mai senza: lo usiamo 4,2 ore al giorno

Mai senza il nostro smartphone. Per chattare, informarsi e pure per giocare. Insomma, il cellulare è diventato a tutti gli effetti un’appendice del nostro corpo, che difficilmente lasciamo appoggiato sul tavolo o sulla scrivania. Non per niente, gli ultimi dati affermano che trascorriamo una media di 4,2 ore al giorno incollati ai nostri device: si tratta di un aumento di circa il 30% negli ultimi due anni. In particolare, hanno avuto un deciso incremento di utilizzo e di appeal le app di messaggistica e quelle di gaming. La fotografia di cosa rappresenti oggi lo smartphone è stata “scattata” dalla società di ricerche App Annie, sulla base di dati raccolti in 16 paesi (tra questi non c’è l’Italia, ma non dovrebbero esserci differenze significative) nel primo trimestre del 2021 e raffrontati con quelli del 2019 e 2020.

Ci sono Paesi in cui la media supera le 5 ore

Come dicevamo, 4,2 ore al giorno è la media di utilizzo. Questo significa che esistono Paesi i cui cittadini trascorrono molto più tempo attaccati ai loro device. E ‘ il caso, solo per citare qualche esempio, di Brasile, Corea del Sud e Indonesia, dove l’utilizzo quotidiano si attesta a 5 ore. Ma sono impressionanti anche gli aumenti registrati in diverse nazioni: in India, rispetto al primo trimestre del 2019, la crescita del tempo trascorso col cellulare in mano è stata di circa l’80%; in Russia e Turchia, rispettivamente il 50% e il 45%. Evidentemente, vogliamo tutti chiacchierare e giocare di più, e ci affidiamo allo smartphone per poterlo fare.

Le app preferite
La ricerca evidenzia anche quali sono le app che hanno avuto le migliori performance. In particolare, sono quelle di messaggistica a registrare i maggiori incrementi nel corso del primo trimestre 2021. Quelle che mettono a segno la crescita più significativa sono Signal e Telegram, forse preferite dagli utenti dopo le tante polemiche riguardo Whatsapp e la sua nuova normativa sulla privacy. Nello specifico, Germania, Francia e Regno Unito sono stati i Paesi europei in cui Signal si è piazzato in testa alla classifica delle cosiddette “Breakout Apps”, cioè quelle che hanno visto boom di download, sia su iOS sia su Android. E per quanto riguarda i giochi? La moda del momento nel comparto games è High Hells, un titolo molto gettonato su TikTok, che ha raggiunto la vetta delle “Breakout Games” di Usa e Regno Unito. In classifica anche ‘DOP 2: Delete One Part’ e ‘Phone Case DIY’. Ed è un vero e proprio caso ‘Crash Bandicoot: On the Run!’ lanciata il 25 marzo, che in soli quattro giorni ha raggiunto 21 milioni di download.

Pmi italiane, solo il 9% utilizza l’e-commerce. Ma il 35% ne sta valutando l’adozione entro il 2022

E-commerce, tutte lo conoscono, ancora poche però lo utilizzano: è la fotografia del commercio online da parte della piccole e medie aziende italiane, secondo il recente report Market Watch PMI realizzato da Banca Ifis. Andando direttamente ai numeri, si scopre che solo il 9% delle Pmi ha attivato o usa le piattaforme digitali per vendere i propri prodotti. A livello di settori merceologici, i più innovativi e dinamici sono l’agroalimentare (il 19% delle imprese sfrutta il commercio elettronico), la moda (16%), la chimica e la farmaceutica (16%). 

La pandemia spinge le vendite on line

Tra i dati emersi dall’indagine, non sorprende che nell’ultimo anno ci sia stata una ritrovata spinta verso il canale digitale: il 26% di chi lo utilizza lo ha adottato negli ultimi 12 mesi, individuandolo come uno strumento per poter continuare nella propria attività anche in tempi di restrizioni e chiusure. I numeri confermano comunque che l’e-commerce è una modalità recente: solo un’azienda su tre, infatti, lo utilizza da almeno cinque anni. Perché si sposta l’attività anche sulle piattaforme e-commerce, oltre alla stretta contingenza? Il 57% delle imprese coinvolte sostiene per la volontà di diversificare i canali di acquisto – specie per le aziende che operano nella moda, nella tecnologia e, per quanto riguarda il profilo geografico, nel Nord Est – mentre un altro 53% afferma di rispondere così a una richiesta del mercato.

Expertise interna o esterna?

Il 39% delle PMI che ha attivato un canale di vendita digitale ha investito sulla formazione di risorse già interne all’azienda per gestirlo, una su cinque ha invece assunto personale ad hoc. Mentre l’85% si è rivolta ad operatori specializzati per la gestione della logistica. Il 39% ha scelto poi di affiancare a un proprio applicativo anche un marketplace esterno: nel 64% dei casi si tratta di Amazon, nel 22% di Alibaba. I ricavi dell’e-commerce valgono oggi circa il 9% del fatturato complessivo di una Pmi, un dato che per 6 imprese su 10 è in aumento rispetto a quello generato nel 2019. Il 75% dei ricavi proviene dal mercato domestico e, elemento interessante, il 32% da clienti business, a conferma del fatto che il commercio digitale può essere strategico anche in ottica B2B.

Quali le criticità?

Le aziende che non hanno ancora adottato un canale on line hanno scelto questa strada perché non ritengono (nell’80% dei casi, quasi un plebiscito) questo tipo di vendita adatto ai loro prodotti. Ancora, due aziende su tre lamentano problematiche legate all’aggiornamento dei sistemi informativi e della dotazione tecnologica. Però, è questo è invece un dato positivo, il 35% delle Pmi italiane ha dichiarato di valutare l’apertura di una piattaforma di e-commerce entro i prossimi 12 mesi.

Tecnologia di consumo, exploit di inizio anno: vendite a +26,9%

E’ chiaro a tutti che il 2020 è stato “salvato” sia sotto il profilo lavorativo sia scolastico dalla tecnologia. Computer, tablet e smartphone ci hanno permesso di rimanere connessi, seppur distanti fisicamente, e di proseguire con la maggior parte delle nostre attività. Non per niente l’anno passato si è chiuso con numeri in salita per quanto riguarda la vendita della cosiddetta Tecnologia di consumo. Ma come è iniziato il 2021 sotto questo aspetto? Ancora meglio, stando alle rilevazioni riferite alle prime 11 settimane dell’anno nuovo effettuate da Gfk: le vendite sono cresciute del +26,9% a valore, con trend positivi sia online che offline. Certo, anche il 2021 si è aperto con nuove limitazioni imposte dalla pandemia, ma il mercato italiano della Tecnologia di consumo continua a fare registrare un trend decisamente positivo.

Crescita a doppia cifra

In base alle ultime rilevazioni, dal 1° gennaio al 21 marzo il mercato Tech è cresciuto del +26,9% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020, sia sul canale online (+64% a valore) sia nei punti vendita tradizionali (+18%). Analizzando i principali settori, si registra un forte aumento del comparto IT Office (+52,2%) che già lo scorso anno aveva fatto registrare vendite record legate alle nuove esigenze di smart working e didattica a distanza. Molto positivo anche l’andamento del Piccolo Elettrodomestico (+31,9%), dell’Elettronica di Consumo (+22,7%) e del Grande Elettrodomestico (+20,1%). Segna delle ottime performance pure il segmento Telecom (+21,3%) il principale per fatturato sviluppato. Numeri in calo, invece, per l’Home Comfort (-0,9%) e soprattutto per la Fotografia (-10,9%), penalizzata esattamente come nel 2020 dalle molte limitazioni imposte alla mobilità e al turismo.

PC portatili, aspirapolvere e Tv guidano le migliori performance

I prodotti che hanno messo a segno le migliori performance sono legati indissolubilmente ai nuovi stili di vita, che mettono in prima linea smartworking, cura della casa e intrattenimento. Rispetto allo stesso periodo del 2020 hanno visto una crescita record i PC portatili (+49,1% a valore), gli aspirapolvere (+27,7%) e le Tv (+23,6%). Registrano crescite a doppia cifra nelle prime settimane del 2021 anche gli smartphone (+19,7%), i frigoriferi (+17,6%) e le lavatrici (+10,2%). Il report conclude con un’annotazione che fa ben sperare anche per il prossimo futuro: “L’andamento positivo della Tecnologia di consumo continua senza interruzioni dall’inizio del 2021, con trend settimanali sempre in crescita rispetto allo scorso anno. Particolarmente positivo l’andamento delle vendite della settimana compresa tra il 15 e il 21 marzo , con una crescita del +70% rispetto allo stesso periodo del 2020”.

La felicità? Gli hobby come il giardinaggio e il bricolage

Durante i lunghi periodi di lockdown e restrizioni varie gli italiani si sono scoperti appassionati di bricolage, fai da te e soprattutto di giardinaggio. E da queste occupazioni ne hanno tratto benessere e, addirittura, felicità. Lo rivela un sondaggio condotto da YouGov per ManoMano, l’commerce dedicato alla casa e alle attività connesse, mettendo in luce che 1 persona su 2 ha dichiarato di aver praticato attività di giardinaggio o bricolage nell’ultimo anno per staccare la mente dai problemi quotidiani. Certo, non si tratta di passioni per i giovanissimi, e i dati lo confermano: i fan dei lavori in giardino o sul balcone sono soprattutto over 55 anni, perché permettono di impegnare il proprio tempo in maniera attiva. Felicità è data anche dalla soddisfazione provata nel vedere le proprie piante crescere e le creazioni home made prendere vita (48%).

Il gardening piace alle signore del Nord Italia

E’ altissima la percentuale di nostri connazionali che ha dichiarato di essersi cimentata in attività “verdi”, legata alle cura delle piante, ben il 79%. E questa passione cresce con l’aumentare dell’età: chi ha più di 55 anni si dedica più spesso al giardinaggio, soprattutto tra le donne (84% contro un 73% degli uomini) e nel Nord Italia. In particolare, il 51% degli intervistati ha dichiarato di aver coltivato delle piante aromatiche (come basilico e rosmarino) nell’ultimo anno, il 38% ha acquistato delle piante e fiori per arredare la casa e il 35% ha coltivato delle piante da esterno e giardino.

Le informazioni? Dagli amici e dal web

Per imparare sempre di più su questi temi, rivela ancora il sondaggio, i nuovi appassionati hanno scelto canali di informazione diversificati. Se il 48% si affida ai consigli del vivaio, il 38% ha preferito invece seguire il parere di amici e conoscenti. Ma c’è anche chi sceglie il digitale: il 36% degli italiani guarda i video e i tutorial su YouTube mentre il 27% si affida a blog e siti di settore.

Dalle piante al fai da te

Oltre al giardinaggio, i nostri connazionali si sono divertiti con il bricolage: 7 italiani su 10 (71%) hanno preferito attività di fai da te. Ad esempio, il 45% ha imparato ad aggiustare oggetti nell’ultimo anno, il 27% ha occupato il proprio tempo imbiancando la propria casa o decorando le stanze (23%). Il 13% degli uomini ha anche creato nuovi mobili per arredare la propria abitazione, mentre il 22% delle donne, soprattutto tra le più giovani, si è dedicato alla creazione di oggetti e accessori.