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Le Pmi italiane volano con l’e-commerce: su Amazon venduti 60milioni di prodotto

In tempi difficili come quelli che stiamo attraversando a livello globale, un’importante ancora di salvezza pare essere l’e-commerce. Un’ulteriore conferma di quanto questo strumento sia strategico per le piccole e medie imprese italiane arriva dall’ultimo report di Amazon. L’analisi evidenzia che, da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, e hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei vari negozi online. Le oltre 14.000 piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro. Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. A oggi tali aziende hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro.

Supportare le PMI obiettivo prioritario

“Supportare le piccole e medie imprese rappresenta la parte centrale di tutto quello che facciamo. Continueremo ad investire in logistica, strumenti, servizi, programmi e persone per sostenere le piccole e medie imprese nell’ottenere risultati sempre migliori”, commenta Francois Saugier, VP Seller Services di Amazon in Europa. “Nonostante il periodo difficile, i partner di vendita hanno continuato a crescere con Amazon. Quando i clienti acquistano nei nostri negozi, oltre il 50% dei prodotti ordinati è venduto da piccole imprese”.

“Le piccole e medie imprese rappresentano un pilastro fondamentale del tessuto sociale e imprenditoriale del nostro Paese, una risorsa che, attraverso l’e-commerce, può raggiungere e soddisfare una domanda ancora più ampia di clienti” – precisa Ilaria Zanelotti, Direttore Seller Services di Amazon in Italia. “Le realtà che avevano già adottato una strategia multicanale hanno trovato in Amazon e nell’e-commerce lo strumento per ampliare la base clienti e diversificare, per riuscire ad affrontare al meglio le sfide. Ne sono una testimonianza concreta le performance descritte nel Report che presentiamo oggi”.

Lombardia la regione che vende di più

A livello geografico, Lazio e Campania sono le due regioni con il maggior numero di Pmi che vendono online tramite Amazon: entrambe registrano oltre 2.000 piccole e medie imprese presenti sul canale online. Seguono Lazio (1500), Puglia e Veneto, queste due presenti entrambe con 1.000 aziende. Ma le Pmi tricolori non vendono solo entro i confini nazionali, ma anche in tutto il mondo attraverso i negozi Amazon raggiungendo un export totale di oltre 500 milioni di euro nel 2019. Le regioni con il più alto risultato di vendite all’estero sono Campania e Lombardia (entrambe totalizzano 75 milioni di euro), Lazio (50 milioni), Veneto e Piemonte (30 milioni di euro ciascuna).

Lavoro flessibile sempre: così lo vorrebbero 3 lavoratori su quattro

Se potessi… punterei sul lavoro flessibile. Ecco cosa hanno risposto in gran parte i lavoratori italiani alla domanda “Cosa faresti se fossi Ceo per un giorno”, inserita nella ricerca Workforce of the future, commissionato da Cisco a Censuswide e condotto su un campione di 10.095 intervistati in 12 paesi tra Europa, Medio Oriente e Russia, compresa l’Italia, coinvolgendo persone di aziende di ogni dimensione, dalle micro imprese alle grandi realtà. E così i nostri connazionali, dopo aver provato la necessaria esperienza del lavoro da remoto vissuta durante il lockdown, porterebbero questa modalità nella prassi aziendale. Tanto che il 74% degli intervistati ha dichiarato che per il 2021 sarebbe importante creare nell’azienda una politica stabile per il lavoro flessibile (74%) insieme dalla disponibilità di strumenti tecnologici per lavorare ovunque proprio come in ufficio (83%).

Come è cambiato il modo di vivere il lavoro

Negli ultimi mesi l’approccio al lavoro è cambiato radicalmente: basti pensare che prima del marzo scorso solo il 10% delle persone intervistate lavorava da casa stabilmente o in parte, e nel 48% delle loro aziende non era proprio permesso farlo. Ora, invece, l’87% dei lavoratori italiani vorrebbe scegliere se e come lavorare da casa o in ufficio con un mix di presenza e distanza, continuando a godere dei benefici sperimentati, nonostante tutto, in questi mesi. Gli intervistati parlano di maggiore autonomia (65%), di lavorare bene ‘in squadra’ anche da remoto grazie alle tecnologie disponibili (66%), dicono di essere stati più produttivi (64%) ma anche di avere sentito benefici legati al rapporto tra vita e lavoro come, ad esempio, essere riusciti a fare più esercizio fisico (61%).

Investimenti in tecnologie

Per raggiungere questo obiettivo, i lavoratori intervistati affermano che le aziende, nel 2021, dovrebbero in prima battuta investire in tecnologie. Per il 42% questi investimenti hi-tech servirebbero a essere più produttivi, per il 31% sarebbero necessari a rendere sicuri gli spazi di lavoro sotto il profilo sanitario, mentre per un 30% tutto ciò accrescerebbe lo sviluppo di competenze digitali. Per un 29% la tecnologia è importante per incrementare la sicurezza informatica. Un ulteriore dato emerso dallo studio è che le risposte date dai lavoratori di tutti i Paesi coinvolti nella survey – di Europa, Medio Oriente e Russia – hanno fornito risposte più o meno allineate. Come a dire, la scoperta della flessibilità del lavoro non è più una “rivoluzione”, ma un processo già ampiamente in atto in gran parte del mondo.

Imprenditoria, in Italia è under 35: giovane, ma meno di 5 anni fa

In Italia sono oltre mezzo milione le imprese con a capo una persona under 35. Un numero che conferma quanto l’imprenditoria nel nostro Paese sia giovane, anche se meno di 5 anni fa, quando questo dato era superiore di circa 80mila unità. Insomma, con l’8,7% di imprese under 35 sul totale complessivo, l’Italia ha ancora ampi margini di manovra per promuovere e incentivare l’imprenditoria giovanile. Si tratta di cifre e indicazioni emerse dall’ultima assemblea di Unioncamere, svoltasi a Roma: un’occasione per le Camere di Commercio di ribadire quanto sia importante mettere in campo azioni forti e decise sostenute dalle risorse del Next Generation Eu, capaci di invertire la rotta e restituire fiducia alle nuove generazioni. Negli ultimi anni, infatti, si è visto un calo deciso dell’imprenditoria giovanile specie in ambiti “tradizionali” come il commercio, le costruzioni e anche, un po’ a sorpresa, la ristorazione con quasi 5mila imprese in meno.

Exploit per il settore dell’agricoltura

Dai dati di Unioncamere emerge anche un altro aspetto molto interessante: i giovani – che sempre più nell’aprire un’impresa cercano una certa solidità strutturale – si sono orientati nuovamente verso il comparto dell’agricoltura. Oltre a questo settore, le imprese di under 35 si focalizzano pure sul mondo dell’ospitalità e non trascurano i settori innovativi. L’analisi delle Camere di Commercio evidenzia che, tra i più giovani che si sono messi in proprio, 6 su 10 hanno puntato su settori tradizionali, come il commercio, dove si contano 140mila imprese di under 35 (26,5% del totale), le costruzioni (63mila, pari al 12%), il turismo (quasi 58mila, circa l’11%) e l’agricoltura (55mila, 10,4%). Nella manifattura operano 29mila imprese giovanili (il 5,5% del totale), mentre negli altri servizi si contano oltre 33mila imprese (6,3%).

Start up ed economia verde conquistano i giovani

Nel comparto delle start up innovative quasi una impresa su 5 (il 18%, per poco meno di 2.100 unità su un totale di oltre 11mila unità) è a prevalenza giovanile. Lo stesso dicasi dell’economia “verde”, che vede tanti giovani imprenditori investire in tecnologie, prodotti e servizi a minor impatto ambientale (tra le imprese giovanili manifatturiere, il 47% ha investito nella greeneconomy nel passato triennio, contro il 23% delle altre imprese). Un altro 10% del mondo giovanile che fa impresa è anche attivo nei settori più innovativi e ad elevato utilizzo di tecnologie, a partire dai servizi di informazione e comunicazione, dalle attività professionali, scientifiche e tecniche e dal noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese.

Food&beverage, un settore in crescita sui mercati esteri

Quello agroalimentare si conferma non solo uno dei più “sani”, ma anche uno dei più dinamici settori del nostro Paese. L’ottima tenuta di questo specifico comparto, anche in questi mesi decisamente complicati, si deve soprattutto all’export che, per alcuni mercati, aumenta addirittura a due cifre. Sono i numeri emersi per il primo semestre di quest’anno, diffusi dagli esperti di Tuttofood, la kermesse di settore in scena a fieramilano dal 17 al 20 maggio.

Oltre 22 miliardi di export
In base a un’elaborazione su dati Istat Coeweb relativi ai settori dell’agricoltura e dei prodotti alimentari, si scopre che nel primo semestre del 2020 l’export F&B italiano è stato pari a oltre 22 miliardi di euro, in crescita del 3,5% rispetto allo stesso periodo del 2019. In testa – con un valore di 13,7 miliardi e un incremento del +5,4% in un anno – si posizionano le esportazioni di prodotti alimentari, seguite da quelle dell’agricoltura con 3 miliardi e una crescita del +1,8%.

Quali prodotti piacciano di più oltreconfine?

Sul fronte della classifica dei prodotti Made in Italy che più piacciono all’estero, sul gradino più alto del podio si piazzano i prodotti da forno con 2,3 miliardi di euro di valore e una crescita a doppia cifra, ben +15,6%. Seguono frutta e ortaggi lavorati e conservati, che esportano per 1,9 miliardi registrando un incremento del +6%, e i prodotti delle industrie lattiero-casearie con 1,8 miliardi, +0,8%.

In Oriente amano il Made in Italy

Tra i dati emersi dal report, c’è anche quello dei principali paesi di destinazione dell’agroalimentare tricolore. Sono degli autentici fan del cibo italiano gli orientali, rivelano i numeri: tra i i maggiori mercati di destinazione registrano la crescita maggiore il Giappone con +16,9%, la Cina, +13,7% e l’Oceania a +8%. Bene anche mercati storici come Germania +6,7%, Svizzera a +5,7%, Stati Uniti e Francia, entrambi con un +4,2%. Altro dato interessante, le esportazioni si dirigono in percentuale abbastanza equilibrata verso l’Europa e i mercati extraeuropei, segno che negli ultimi anni le aziende Made in Italy si sono focalizzate sullo sviluppo dei mercati emergenti. Nel primo semestre di quest’anno l’export verso la UE, senza il Regno Unito, ha sfiorato i 12,5 miliardi di euro, mentre quello verso il resto del mondo oltre 9,6 miliardi.
Emilia Romagna, Veneto e Lombardia: dalle tre regioni le specialità più esportate

L’Emilia Romagna si conferma la Regione che più ha contribuito all’export, con oltre 4 miliardi, mentre quasi a parti merito in seconda pozione si collocano Veneto e Lombardia, che hanno esportato per 3,43 e 3,42 miliardi rispettivamente. Segue poi il Piemonte con circa 3 miliardi. Con un po’ di stacco arrivano infine la Campania, con quasi 2 miliardi di euro, la Toscana (1,26) e il Trentino-Alto Adige (1,16).

Google sempre più accessibile, per tutti

L’accessibilità è un diritto, anche quando si parla di tecnologia. Ecco perché Google è da sempre attento alle difficoltà delle persone con disabilità, un’attenzione che si esplica nella continua ricerca di soluzioni pensate per rendere l’uso dei dispositivi tech più semplice per tutti e funzionale alla vita quotidiana. Così il colosso di Mountain View ha recentemente presentato diverse novità che vanno proprio in questa direzione. Il mondo della disabilità – sia essa cognitiva, della vista, dell’udito, del movimento o di altra forma – è tanto vario quanto sono uniche le persone che lo rappresentano. L’OMS ha stimato che si tratti del 15% della popolazione globale. Ed è quindi fondamentale progettare strumenti che siano il più possibile inclusivi e alla portata di tutti, con l’obiettivo di creare una società più equa.

Criticità emerse durante il lockdown

Il periodo del lockdown, caratterizzato dall’utilizzo “salvifico” delle tecnologia, ha però fatto emergere diverse criticità per alcune fasce di popolazione. Ad esempio, da quando le mascherine sono diventate un accessorio fisso, per le persone con disabilità dell’udito che si affidano alla lettura labiale è diventato più difficile interagire. App come Trascrizione istantanea e Amplificatore sono diventate particolarmente utili, ha specificato Google, come riporta Italpress. Perchè la prima mostra in tempo reale sullo schermo dello smarphone quello che viene detto, mentre la seconda amplifica e adatta i suoni e le voci intorno. Altrettanto interessante la soluzione pensata per aiutare le persone con disabilità visive ad avere una maggiore autonomia nel quotidiano. Puntando lo smartphone in una qualsiasi direzione, Lookout offre una descrizione vocale dell’ambiente e degli oggetti visualizzati grazie a modelli di intelligenza artificiale. Solo per fare un esempio, l’app permette di distinguere gli ingredienti per una ricetta in cucina, i diversi prodotti in un supermercato oppure le banconote per fare un pagamento e ricevere il resto. Lookout è disponibile in italiano e la sua capacità di riconoscere gli oggetti si sta ampliando nel tempo. Sempre per chi ha una disabilità visiva, è disponibile in Italia anche la funzionalità di descrizione immagini su Chrome.

L’input del Googler italiano

Un Googler italiano, Lorenzo Caggioni, è il “motore” che sta dietro lo sviluppo del dispositivo DIVA. Un bottone intelligente che permette di interagire con l’Assistente Google senza dover usare la voce. DIVA permette a chi porta una forma di disabilità cognitiva o motoria di svolgere alcune attività frequenti con maggiore autonomia. Il progetto di Lorenzo, presentato nel 2019, ha originato nuove sperimentazioni in Google su come rendere più accessibile la tecnologia a chi porta una disabilità cognitiva. Da qui è nato Action Blocks, disponibile in italiano sui telefoni Android: serve a semplificare al massimo i procedimenti necessari per portare a termine un’attività sullo smartphone e a trasformarli – con l’Assistente Google – in un unico pulsante digitale attivabile con un semplice tocco.

Mise, ecco come le Pmi possono accedere al bando Digital Trasformation

Le Pmi possono accedere ad agevolazioni per il loro passaggio alle nuove tecnologie. Il Ministero dello Sviluppo economico ha infatti pubblicato il decreto che definisce i termini e le modalità di presentazione delle domande di agevolazione per il bando “Digital Transformation” destinato alle piccole e medie aziende italiane. Per questa misura sono stati stanziati 100 milioni di euro dal Decreto Crescita, con l’obiettivo di favorire la trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi delle micro, piccole e medie imprese, attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate previste nell’ambito di Impresa 4.0 e di quelle relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera.

A chi è rivolto

Come si legge in una nota pubblicata dal Mise, possono beneficiare delle agevolazioni le Pmi che, alla data di presentazione della domanda, abbiano le seguenti caratteristiche: iscritte come attive nel Registro delle imprese; operano in via prevalente o primaria nel settore manifatturiero e/o in quello dei servizi diretti alle imprese manifatturiere e/o nel settore turistico e/o nel settore del commercio; hanno conseguito, nell’esercizio cui si riferisce l’ultimo bilancio approvato e depositato, un importo dei ricavi delle vendite e delle prestazioni pari almeno a euro 100.000; dispongono di almeno due bilanci approvati e depositati presso il Registro delle imprese; non sono sottoposte a procedura concorsuale e non si trovano in stato di fallimento, di liquidazione anche volontaria, di amministrazione controllata, di concordato preventivo o in qualsiasi altra situazione equivalente secondo la normativa vigente. Le Pmi in possesso di questi requisiti, si legge, “possono presentare, anche congiuntamente tra loro, purché in numero comunque non superiore a dieci imprese, progetti realizzati mediante il ricorso allo strumento del contratto di rete o ad altre forme contrattuali di collaborazione, compresi il consorzio e l’accordo di partenariato in cui figuri, come soggetto promotore capofila, un DIH-digital innovation hub o un EDI-ecosistema digitale per l’innovazione, di cui al Piano nazionale Impresa 4.0”.

Cosa finanzia

I progetti ammissibili alle agevolazioni devono essere diretti alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi dei soggetti proponenti mediante l’implementazione di tecnologie abilitanti individuate dal Piano nazionale impresa 4.0. (advanced manufacturing solutions, addittive manufacturing, realtà aumentata, simulation, integrazione orizzontale e verticale, industrial internet, cloud, cybersecurity, big data e analytics); tecnologie relative a soluzioni tecnologiche digitali di filiera. A tal fine i progetti devono prevedere la realizzazione di: attività di innovazione di processo o di innovazione dell’organizzazione, ovvero investimenti. I progetti di spesa devono, inoltre, essere realizzati nell’ambito di una unità produttiva dell’impresa proponente ubicata su tutto il territorio nazionale, prevedere un importo di spesa non inferiore a 50.000 e non superiore a 500.000 euro; essere avviati successivamente alla presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni e prevedere una durata non superiore a 18 mesi dalla data del provvedimento di concessione delle agevolazioni.

Quali e sono e come accedere alle agevolazioni

Le risorse finanziarie per la concessione delle agevolazioni ammontano a 100.000.000 di euro. Spiega il Mise: “Per entrambe le tipologie di progetto ammissibili a beneficio le agevolazioni sono concesse sulla base di una percentuale nominale dei costi e delle spese ammissibili pari al 50%, articolata come segue: 10% sotto forma di contributo; 40% come finanziamento agevolato. Il finanziamento agevolato deve essere restituito dal soggetto beneficiario senza interessi a decorrere dalla data di erogazione dell’ultima quota a saldo delle agevolazioni, secondo un piano di ammortamento a rate semestrali costanti posticipate scadenti il 31 maggio e il 30 novembre di ogni anno, in un periodo della durata massima di 7 anni. Le domande di accesso alle agevolazioni, concesse mediante procedura valutativa a sportello di cui all’art. 5 d.lgs. n. 123/98, potranno essere presentate esclusivamente tramite procedura informatica, a partire dalle ore 12.00 del 15 dicembre 2020.

Global Happiness 2020, il 63% della popolazione mondiale è “felice”

Anche in un anno davvero complicato come lo è questo 2020, il 63% dei cittadini del mondo si dichiara “felice”. Proprio così: come rivela il sondaggio Global Happiness 2020 di Ipsos, il livello di felicità è rimasto più o meno invariato rispetto al 2019, calando di un solo punto percentuale. Eppure, questo singolare indice che misura la felicità in alcuni paesi è addirittura aumentato: sale in sei (tra i quali Cina, Russia, Malesia e Argentina), mentre cala in dodici nazioni. Il paese che guida la classifica è la Cina, dove il 93% si dichiara felice (in aumento di 11 punti rispetto allo scorso anno), seguita dai Paesi Bassi con l’87% e dall’Arabia Saudita con l’80%. Canada e Australia, che si piazzavano nelle prime posizioni l’anno scorso, sono invece in caduta: il Canada con il 78% scende al quarto posto e l’Australia con il 77% scende al sesto posto.E l’Italia? Bene ma non benissimo: l’Italia è al 16esimo posto, anche se l’indice è aumentato (e questa è sì una sorpresa) dal 57 al 62%. Nonostante i dati siano in tenuta rispetto un anno fa, è invece impressionante notare come è calato il sentiment relativo alla felicità in 10 anni: tra il 2011 e il 2020, la percentuale di coloro che si dichiarano felici è diminuita di 14 punti a livello globale.

Cosa rende felici?

Ma su quali parametri si basa questo sondaggio? Lo studio ha preso in esame, a livello globale, 29 potenziali fonti di felicità; di queste, le prime cinque con le relative percentuali sono: salute/benessere fisico (55%); rapporto con il partner (49%); figli (49%); sentire che la propria vita abbia senso e significato (48%); qualità di vita (45%). Rispetto all’indagine pre-pandemia condotta lo scorso anno, le fonti di felicità che hanno acquisito maggiore importanza a livello internazionale riguardano le relazioni, la salute e la sicurezza. D’altra parte, il tempo libero e il denaro hanno ceduto terreno come fattori di felicità un po’ in tutto il mondo. Sorprendentemente, la situazione finanziaria personale non è uno dei primi driver di felicità.

L’Italia un po’ diversa dagli altri Paesi

Anche se lo studio mette in luce che le maggiori fonti di felicità tendono ad essere universali, l’Italia si discosta leggermente dalla media globale. Per i nostri connazionali, infatti, le principali fonti di felicità risiedono in: la sensazione di controllo della propria vita, salute e benessere fisico, sicurezza e protezione personale, la sensazione che la propria vita abbia un senso e, a pari merito, hobby e condizioni di vita. 

Social media: essere se stessi aiuta il benessere psicologico

Sii te stesso, anche sui social. Sembra essere questo il consiglio più prezioso per bilanciare in maniera corretta vita reale e vita virtuale, all’insegna della Life Balance. Insomma, la verità – anche sui social – ripaga in benessere a livello psicologico: lo afferma un nuovissimo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. “Con questa ricerca volevamo scoprire come gli utenti dei social media decidano se presentarsi in modo autentico, idealizzato o socialmente desiderabile. E abbiamo rilevato che gli individui più autentici sui social media sono quelli che vantano un più alto livello di benessere soggettivo” ha detto Erica Bailey della Columbia University e autore principale dello studio. L’analisi è interessante anche per i numeri: si stima che quasi 4 persone su 5 usino un qualche social e che i tre quarti di questi lo facciano su base quotidiana. Ovviamente, l’impatto di questa abitudine sulla psiche individuale può essere rilevante.

Analizzati oltre 10.000 profili

Il team di scienziati ha perciò analizzato i profili Facebook di 10.560 utenti, monitorando anche attività come mettere like e aggiornamenti di stato, al fine di valutare i tratti della loro personalità. Più nel dettaglio, gli autori hanno studiato l’autenticità delle informazioni postate su Facebook dal campione esaminato, confrontando il quadro psicologico emerso dall’analisi di questa attività con i risultati ai test standard di personalità cui ciascun volontario è stato sottoposto. I partecipanti hanno anche compilato un questionario ad hoc per misurare il proprio benessere psichico, chiamato test ‘Life Satisfaction’. Ebbene è emerso che quanto più l’attività su Facebook era in linea coi risultati ai test di personalità, maggiore era il benessere psichico riscontrato con il test Life Satisfaction. Nella seconda parte dello studio, poi, gli esperti hanno chiesto a una piccola parte del campione di scrivere post autentici sul social ed hanno visto che questa attività si associa a un aumento del benessere psichico riportato da ciascuno.

Auto-idealizzarsi non fa bene

Naturalmente, tutti tendiamo a mostrare sui social solo gli aspetti migliori delle nostre vite, delle nostre passioni e anche del nostro aspetto. Ma questo “comportamento auto-idealizzante a volte può portare a conflitti psicologici interni, provocando forti reazioni emotive e persino ansia o depressione” spiegano i ricercatori. Addirittura, alcune fra le persone coinvolte nel test ha sostenuto che la cura sia la chiusura degli account social. Ma i ricercatori sono di un altro avviso:  si può benissimo rimanere “psicologicamente sani ed emotivamente stabili anche rimanendo sui social, a condizione di essere più autentici”.

Pmi, pronte al cambiamento e più reattive delle “grandi”

A conferma del detto che “dalle avversità possono nascere delle opportunità”, le Pmi dimostrano di saper reagire con forza alla crisi provocata dall’emergenza sanitaria. La reattività delle piccole e medie imprese italiane è confermata dall’indagine ‘I bisogni delle Pmi post-Covid’ realizzata da Intesa Sanpaolo in collaborazione con Piccola Industria Confindustria, Monitor Deloitte e Deloitte Private. Dallo studio emerge come il segmento delle Pmi mostri un’elevata propensione al cambiamento pur essendo stato significativamente colpito dalla pandemia. Anche se il 90% delle aziende intervistate ha dichiarato di aver subito rallentamenti o sospensioni delle attività produttive al termine della fase 1 e il 70% delle imprese si trovava in difficoltà finanziarie, le azioni per rispondere a tali difficoltà sono state implementate sin da subito. Lo studio è rappresentativo dello spaccato italiano, in quanto è stato condotto su 6.100 imprese di tutto il Paese.

I passi fatti

La ricerca mette in luce che 6 aziende su 10 devono rimodulare la propria offerta sul mercato e adeguare coerentemente il proprio modello operativo e contestualmente, 7 aziende su 10 hanno espresso la necessità di adeguare il modello operativo alle nuove esigenze dettate dal new-normal anche attraverso lo sviluppo di nuove competenze con formazione o assunzioni mirate; una azienda su 2 intende puntare sull’internazionalizzazione per ampliare la copertura geografica e avviare percorsi di ingresso nei mercati esteri di maggiore interesse; oltre 9 aziende su 10 riconoscono la necessità di rafforzare la dimensione aziendale, prevalentemente ri-bilanciando la propria esposizione verso terzi, con consolidamento dei debiti e implementazione di strategie di patrimonializzazione, anche attraverso operazioni straordinarie, per raggiungere la scala sufficiente per essere resilienti e competitive nel medio-lungo termine; 1 azienda su 4 ha già avviato la riconversione delle proprie linee di produzione per prodotti oggi considerati strategici (dispositivi di protezione individuale).

Un contesto di profonda trasformazione

Le Pmi si trovano quindi ad operare in un contesto di profonda trasformazione e per aver successo ed essere resilienti nel medio-lungo termine necessitano di una pianificazione strutturata e di partner consolidati che siano in grado di integrare il gap di competenze specifiche nella gestione del new-normal. In particolare, il ruolo delle banche risulta cruciale, non solo limitatamente alla sfera finanziaria ma anche su ambiti di supporto più connessi al mondo dei servizi e operativi. Se sotto il profilo finanziario la relazione Banca-Pmi è tradizionalmente consolidata, circa il 50% delle aziende si rivolgerebbe al suo istituto per temi di natura anche più operativa, come intermediazione con provider specialistici per l’ampliamento dei canali commerciali, l’internazionalizzazione, lo sfruttamento degli incentivi governativi, o consulenza su temi legati a modelli operativi emergenti, anche abilitati dalle nuove tecnologie.

Tecnologia indossabile, un mercato in ascesa alla faccia del lockdown

Alla faccia della crisi, il mercato della tecnologia indossabile sta vivendo un autentico periodo d’oro. Che siano smartwatch, auricolari, accessori per il fit, questi gadget altamente hi-tech sono i compagni preferiti. E questo trend è tutto in salita: nonostante la pandemia, il mercato della tecnologia da indossare crescerà a cifra doppia nel 2020 e negli anni seguire. In base alle previsioni degli analisti di Idc, auricolari, smartwatch e altri dispositivi indossabili faranno registrare quest’anno consegne globali per 396 milioni di unità, con un incremento del 14,5% su base annua. Insomma, il comparto non sembra minimamente sfiorato dalle difficoltà registrate da quasi ogni settore produttivo in questi mesi decisamente complicati. Anzi, il trend sembra destinato a crescere ancora a livello globale, secondo le previsioni per il futuro fatte dagli analisti.

Domanda stabile anche nel periodo di quarantena

Nei primi sei mesi dell’anno, riporta l’Ansa, “nonostante le aziende abbiano ridotto la produzione e i consumatori siano stati messi in quarantena, la domanda di indossabili è rimasta stabile”, osservano i ricercatori. Il mercato è stato trainato dagli auricolari, con una domanda abbastanza forte da controbilanciare la lieve flessione di smartwatch e bracciali. E la tendenza positiva proseguirà nella seconda metà dell’anno. Già, perché lasciato alle spalle il lockdown più pesante, molte aziende di tutto il mondo si stanno adesso concentrando sul lancio di nuovi prodotti. E i consumatori sembrano estremamente interessati alle ultime novità hi-tech.

Servizi abbinati, i più desiderati oggi e domani

Ma non ci sono solo i dispositivi “singoli” a piacere ai consumatori. Hanno un ottimo riscontro anche i servizi abbinati, come Fitness+ di Apple, Halo di Amazon e Fitbit Premium. Sarà proprio questo, secondo gli analisti, uno dei maggiori trend da tenere d’occhio.

Oltre 630 milioni di device consegnati entro il 2024

In base alle stime degli esperti del settore, questo anomalo 2020 si concluderà comunque con la commercializzazione di 234,3 milioni di auricolari e cuffie smart, pari al 59,2% di tutti gli indossabili. Gli smartwatch rappresentano una larghissima festa del mercato, con 91,4 milioni (23,1%), mentre i bracciali da fitness venduti saranno a fine anno 67,7 milioni (17,1%). E nell’immediato futuro il comparto è destinato a crescere ulteriormente. Sempre stando alle previsioni, nel 2024 le consegne di device indossabili raggiungeranno i 631,7 milioni di unità. Cuffie e auricolari consolideranno la leadership con 396,6 milioni di pezzi, pari al 62,8% del totale. Gli smartwatch consegnati saranno 156 milioni (24,7), i bracciali 74,4 milioni (11,8%).