Intelligenza artificiale e urbanistica: quando le app disegnano le città

Succede senza che ce ne accorgiamo. Cerchiamo “un posto carino per cena”, seguiamo il percorso suggerito, ci fidiamo delle stelline. Alla fine della giornata pensiamo di aver scelto liberamente. E invece, passo dopo passo, qualcuno – o qualcosa – ha deciso con noi. Anzi, prima di noi.

Una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning, prova a raccontare proprio questo: come l’intelligenza artificiale non stia solo influenzando i nostri spostamenti, ma stia lentamente cambiando il modo in cui le città funzionano.

Un meccanismo che si autoalimenta

Il punto non è demonizzare le app. Sono comode, spesso utilissime. Il punto è capire cosa succede dopo. Un algoritmo suggerisce un luogo, una persona ci va, lascia una traccia digitale, e quella traccia diventa la base per il prossimo suggerimento. Il ciclo si ripete, si rafforza, prende forma.

Luca Pappalardo, del Cnr-Isti di Pisa, lo spiega chiaramente: non interessa sapere quanto sia “bravo” un sistema di raccomandazione. La vera domanda è un’altra: che tipo di città produce nel tempo? Perché quando milioni di scelte individuali seguono logiche simili, l’effetto collettivo diventa enorme.

“Vincono” sempre gli stessi posti

A livello personale, l’intelligenza artificiale sembra ampliarci gli orizzonti. Ci propone alternative, ci invita a esplorare. Ma osservando la città dall’alto, il disegno cambia. Secondo lo studio, nel lungo periodo le raccomandazioni tendono a concentrare persone e attività sempre negli stessi luoghi.

Alcuni quartieri diventano calamite, altri restano ai margini. Non perché siano meno interessanti, ma perché non entrano nel circuito dei suggerimenti. È una nuova forma di disuguaglianza urbana, silenziosa e difficile da vedere, ma molto concreta.

Simulare la città per capire dove stiamo andando

Per studiare questi effetti, i ricercatori hanno creato un simulatore capace di riprodurre il dialogo continuo tra esseri umani e algoritmi. Un modello che osserva cosa succede quando le scelte non sono più isolate, ma si accumulano nel tempo.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale Superiore, parla di un cambio di sguardo: i sistemi di raccomandazione non vanno più analizzati solo come strumenti tecnologici. Marco Minici, del Cnr-Icar, fa un passo in più: l’algoritmo è ormai un attore urbano, che influisce su equilibri sociali, accessibilità e opportunità.
La ricerca non lancia allarmi, ma invita a prendere coscienza. Se le città vengono anche “guidate” dagli algoritmi, allora progettarli non è solo una questione tecnica, ma anche culturale.

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