Data di scadenza o termine minimo: come leggere bene l’etichetta

Aprite il frigorifero, trovate uno yogurt con la data di ieri e vi chiedete se buttarlo. Capita a tutti. La risposta dipende da una distinzione che l’etichetta fa con precisione, ma che quasi nessuno ricorda al momento giusto: esistono due formule diverse, e hanno due significati diversi.

Due diciture che sembrano uguali

Qual è la differenza tra «da consumarsi entro» e «da consumarsi preferibilmente entro»? La prima è una vera data di scadenza. Compare sugli alimenti molto deperibili, quelli in cui i batteri possono moltiplicarsi in fretta: latte fresco, carne e pesce freschi, paste fresche ripiene, molti salumi e piatti pronti da banco frigo. Superata quella data il prodotto non va mangiato, e i negozi non possono nemmeno venderlo.

La seconda formula, chiamata termine minimo di conservazione, è più elastica. Indica fino a quando il produttore garantisce che sapore, profumo, consistenza e colore siano quelli previsti. Dopo, l’alimento può risultare meno buono, ma di norma resta sicuro se la confezione è integra ed è stato conservato come indicato. Rientrano qui pasta, riso, biscotti, latte a lunga conservazione, scatolame, caffè e anche lo yogurt.

E quindi lo yogurt scaduto ieri? Se il vasetto è chiuso, non gonfio, è rimasto sempre al fresco e all’apertura odore e aspetto sono normali, qualche giorno in più di solito non cambia le cose. Resta però un giudizio da dare con prudenza. In casa con bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza o persone con difese immunitarie ridotte conviene essere più severi, non più indulgenti.

Le uova meritano una nota a parte. Il loro termine minimo è fissato a ventotto giorni dalla deposizione, e non tutti lo sanno. Dopo quella data è meglio usarle solo ben cotte, evitando maionese fatta in casa, tiramisù e creme crude. La famosa prova del bicchiere d’acqua, con l’uovo che affonda o galleggia, dice solo quanto è vecchio, perché con il tempo la camera d’aria interna si ingrandisce. Non dice se è sicuro.

Cosa fare con ciò che resta in frigo

Le date valgono per la confezione chiusa e conservata nel modo indicato sulla confezione. Appena la si apre, cambia tutto. Il latte a lunga conservazione può avere sei mesi davanti a sé, ma una volta aperto va consumato in pochi giorni. Per questo conta più la frase «dopo l’apertura conservare in frigorifero e consumare entro…» che la data stampata sul fondo.

C’è poi la questione della temperatura, che spesso si dà per scontata. Molti frigoriferi domestici lavorano più caldi di quanto si creda, soprattutto sui ripiani alti e nello sportello. Un termometro da frigo costa pochissimo e può dire più di qualunque etichetta. L’obiettivo è stare intorno ai 4 °C, con carne e pesce nella zona più fredda.

Quando la data non basta, servono i sensi. Alcuni segnali non vanno discussi:

  • confezione gonfia o lattina bombata;
  • tappo a vuoto che non fa più il «clic» quando si apre il barattolo;
  • odore acido, rancido o comunque strano;
  • muffa su pane, yogurt, marmellate, affettati e cibi morbidi;
  • liquido torbido o filamentoso in conserve e bevande.

Sul formaggio a pasta dura, come un grana o un pecorino stagionato, la muffa superficiale si può eliminare tagliando con un margine abbondante intorno, senza toccare la parte sana con il coltello sporco. Per tutto il resto la regola è semplice: si butta intero.

Il congelatore aiuta, ma con una condizione. Si congela prima della scadenza, non il giorno dopo. Il freddo blocca i batteri, non li elimina, e al momento dello scongelamento ripartono. Meglio scongelare in frigorifero, consumare in fretta e non ricongelare ciò che era crudo.

Al supermercato, davanti allo sconto

I prodotti con il bollino di ribasso perché la data è vicina sono un buon affare, ma solo a una condizione: sapere quando li si mangerà. Una vaschetta di macinato scontata alla sera si cucina o si congela subito. Se poi finisce in frigo «per domani» e domani si cena fuori, il risparmio è sparito. Prima di mettere nel carrello tre confezioni a metà prezzo conviene fare un conto onesto dei pasti reali della settimana.

Lo stesso vale per la scelta in corsia, quando si cerca la confezione più fresca in fondo allo scaffale. Se il prodotto si consuma entro un paio di giorni, la data lontana non serve a niente e si lascia l’altra a qualcuno che la userà. Se invece si fanno scorte per la settimana, la data più lunga è una scelta sensata. Non si tratta di essere furbi, ma di adattare l’acquisto ai propri ritmi, e di sprecare meno senza rischiare di più.

Una regola pratica per la dispensa: mettere davanti ciò che scade prima e dietro ciò che scade dopo. Sembra banale, ma è il modo più efficace per evitare che le cose si dimentichino.

Resta il caso del barattolo di legumi trovato in fondo alla credenza, con il termine minimo superato da qualche mese. Se il vetro o la latta sono integri e il coperchio ha ancora la sua tenuta, si apre. Se il liquido è limpido, l’odore è neutro e i legumi hanno l’aspetto di sempre, si sciacquano e si cucinano come al solito. In quel caso, la data ricorda soltanto quando il produttore smette di garantire che sia al meglio.

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