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Big Data: mercato a 4,1 miliardi di euro (+20%), ma le aziende ne sfruttano poco i benefici

In linea con gli scorsi anni, il mercato del Data Management & Analytics continua a crescere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano la spesa delle organizzazioni italiane in infrastrutture, software e servizi connessi alla gestione e analisi dei dati nel 2025 crescerà del 20%, per toccare a fine anno un valore di mercato di 4,1 miliardi di euro.

A trainare la spesa è la componente di Business Intelligence e Data Science (+27%), in cui convergono nuove applicazioni di AI e Generative AI in logica progettuale, nonché soluzioni di GenAI utilizzate in ambito coding e analisi dati. Queste ultime, pesano circa il 5% del totale.
A oggi però le aziende italiane non sembrano pronte a sfruttare a pieno benefici di queste tecnologie.

Per un quarto delle grandi aziende ancora nessun progetto di Advanced Analytics

A causa di architetture dati inadeguate, o assenza di una governance chiara su dati e processi, ancora poche aziende sono davvero pronte per la valorizzazione dei dati.

Nonostante nella Data Science si registri un grande fermento, solo il 38% delle grandi aziende italiane ha definito una chiara strategia di valorizzazione dei dati, e appena il 20% ha nominato un executive alla sua guida, come Chief Data Officer o Chief Data & Analytics Officer. E oltre un quarto delle grandi aziende italiane non ha ancora avviato alcun progetto di Advanced Analytics, 

AI e dati: le esigenze di business dovrebbero tracciare il percorso

“Oggi, nelle organizzazioni, dati e Intelligenza artificiale non possono più viaggiare su binari separati – afferma Carlo Vercellis, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics -: è necessario integrare in modo sinergico le componenti Data e AI, lasciando che siano le esigenze di business a tracciare il percorso, per ottimizzare i processi o innovare nella proposta di valore. In mancanza di questi elementi, il potenziale valore dell’AI rischia di rimanere inespresso o addirittura creare nuovi rischi per le aziende.
Un approccio data-centric AI consente alle organizzazioni di far lavorare insieme AI e dati, migliorando la qualità delle decisioni e rendendo i processi più intelligenti e sostenibili”.

La sfida da affrontare è duplice

“La sfida che le imprese si trovano ad affrontare oggi è duplice – spiega Alessandro Piva, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio -. Da un lato, è essenziale mantenere una sana cultura basata sul miglioramento del decision-making, consapevoli che l’AI rappresenta un mezzo e non il fine ultimo. Dall’altro, è cruciale preparare le piattaforme dati aziendali per diventare AI-ready, in vista di un’ondata di innovazione che richiederà maggiore scalabilità e apertura verso una crescente eterogeneità di applicazioni di Intelligenza artificiale.
Da questo deriva un avvicinamento sempre più marcato tra Data Governance e AI Governance, due ambiti interconnessi che ora più che mai necessitano di logiche di dialogo e collaborazione”.

Giovani imprenditori tra digitale e globalizzazione: così cambia il volto delle PMI italiane

Come fanno impresa le nuove generazioni di imprenditori? Cosa cambia rispetto al passato? Innanzitutto sono più tecnologici, più internazionali e con un approccio pragmatico alla finanza. Tanto che, oggi, gli under 36 rappresentano una delle spinte più dinamiche del tessuto produttivo nazionale.

A rivelarlo è il Next Gen SMB Italy Report, la ricerca condotta da Visa e presentata al Salone dei Pagamenti, che fotografa i nuovi comportamenti delle piccole e medie imprese guidate dalle nuove generazioni.

Banche tradizionali sì, ma non più centrali

In questo contesto, ci sono delle novità per quanto riguarda l’aspetto finanziario. Ad esempio, dal rapporto si scopre che le banche si confermano un punto di riferimento, ma cambia il rapporto con gli istituti tradizionali.
Il 67% dei giovani imprenditori possiede ancora un conto in una banca classica, ma solo poco più della metà – il 55% – lo considera quello principale. Gli altri affiancano alla banca tradizionale soluzioni FinTech e strumenti digitali, costruendo un modello finanziario “ibrido” che mixa sicurezza e flessibilità.

Aumenta anche la confidenza verso le piattaforme online: il 50% degli intervistati ritiene che le soluzioni FinTech siano affidabili quanto le banche “classiche”, soprattutto per la protezione dei dati e la gestione dei pagamenti.

Imprese sempre più digitali e veloci nelle decisioni

Ancora, i giovani imprenditori reputano la tecnologia quale parte integrante della gestione aziendale.
Il 62% del campione coinvolto nella ricerca utilizza strumenti online o mobile per le operazioni quotidiane, ma la vera novità è la voglia di sperimentare: il 43% usa software di contabilità, il 36% sistemi di pagamento integrati, il 30% piattaforme per la gestione della spesa e il 20% applicazioni di monitoraggio del flusso di cassa.

Un approccio che consente una visione d’impresa più moderna e connessa.

L’internazionalizzazione come motore di crescita

L’apertura ai mercati esteri è un tratto distintivo delle nuove PMI.
Le vendite oltre confine rappresentano in media il 25% del fatturato, mentre le spese per il marketing internazionale arrivano al 33%.

Si tratta di una generazione che guarda fuori dai confini nazionali con naturalezza, consapevole che la competitività passa anche dalla capacità di dialogare con clienti e partner stranieri.

Social media e nuovi metodi di pagamento

I social sono diventati un canale strategico per le imprese under 36: il 64% li utilizza per promuovere la propria attività e oltre la metà per mantenere un dialogo diretto con i clienti. Anche l’informazione passa dai social: il 34% li usa per aggiornarsi su prodotti e servizi finanziari.

Sul fronte dei pagamenti, invece, si afferma una nuova normalità digitale: accanto ai bonifici (45%), crescono i pagamenti mobile (32%), le carte virtuali (25%) e le transazioni peer-to-peer (22%).
Il contatto umano, però, resta fondamentale: il 39% delle operazioni si svolge ancora in filiale, segno del valore della relazione personale fra impresa e banca.  

Cambiano i criteri di scelta

Un cambiamento importante riguarda i criteri adottati per scegliere una banca. Rispetto al passato, oggi contano maggiormente l’integrazione dei software (23%), la qualità dei servizi online (31%) e la presenza fisica delle filiali (31%), senza trascurare i costi delle commissioni (32%).

Un equilibrio tra tradizione e innovazione che, secondo Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia, “rappresenta la chiave per costruire soluzioni bancarie davvero su misura, capaci di sostenere le ambizioni di crescita delle nuove generazioni d’impresa”.

Ristorazione in catena, la sua forza è la pausa pranzo (e la GenZ)

Secondo i dati elaborati da TradeLab emersi durante l’Aigrim Day 2025, il forum annuale della ristorazione in catena organizzato da AIGRIM-FIPE Confcommercio, nel 2024 il mercato italiano del Food&Beverage fuori casa valeva 101 miliardi di euro. Con 10 miliardi di euro a valore la ristorazione in catena vale circa il 10% di questo mercato.

Sul totale delle occasioni di consumo fuori casa, le catene si prendono in media il 20% della pausa pranzo e il 15% della cena. Al contrario, c’è ancora molto spazio da colmare su altre occasioni di consumo “out of home”, come aperitivo e prima colazione.
In ogni caso, la maggior parte della clientela abituale delle catene è costituita da GenZ e Millennial.

Quasi metà clientela è giovane

“La ristorazione in catena si conferma un settore in forte espansione – dichiara Riccardo Orlandi, Presidente AIGRIM-FIPE -, come testimoniano il +17% di punti vendita e il +10% di occupati registrati in meno di due anni”.
Nonostante un generale rallentamento dei consumi, le catene crescono e viaggiano a ritmi superiori rispetto agli ‘indipendenti’, con un aumento delle visite (+1,3%) e del valore (+5,4%) nel periodo settembre 2024-agosto 2025.

Rispetto ai bacini demografici, poi, le catene riescono a intercettare più giovani. GenZ e Millennial rappresentano quasi la metà (49%) dei clienti, attratti principalmente dalla convenienza (57%).
Ancora poco peso per i giovani hanno, invece, altri fattori. Come, ad esempio, il richiamo di app e programmi loyalty (15%).

Motore di crescita per i centri commerciali

Anche per quanto riguarda il servizio solo il 17% dei giovani cita la velocità come elemento distintivo. Una caratteristica, che in parte rappresenta ancora un limite, è rappresentata anche dall’eccessiva frammentazione del mercato.

Quanto al ruolo delle catene food all’interno dei centri commerciali, la ripresa dell’industria di questo settore, già evidente nel 2023, si è consolidata nel 2024 (+0,7%), con la ristorazione che si attesta come un vero e proprio motore di crescita, raggiungendo un volume d’affari di 5,7 miliardi di euro.
Dopo il picco del 2023, l’aumento di fatturato dei centri commerciali si sta stabilizzando, con una performance di H1 25 stabile rispetto all’anno precedente, mentre il fatturato della ristorazione nei centri commerciali continua a crescere (+1% YoY H1 24 – H1 25).

Aumentano anche i consumi

Il dato più significativo riguarda però i consumi. Rispetto al 2022 il ticket medio è cresciuto notevolmente (+14% per i Full Service Restaurant, +13% per i Quick Service Restaurant), a testimonianza di una forte capacità di attrazione e fidelizzazione del pubblico.

“In quest’ultimo anno – aggiunge Orlandi -, sono stati raggiunti traguardi importanti e stiamo lavorando a nuovi, innovativi progetti in ambito formazione e reclutamento”. Tra questi, un’iniziativa per contrastare la carenza di personale nel settore: un programma di immigrazione controllata che prevede la formazione in loco di una sessantina di lavoratori tunisini da inserire nelle aziende italiane associate ad AIGRIM-FIPE.

I videogiochi? Fanno bene: lo confermano i gamer italiani

Altro che perdita di tempo o semplice svago. I videogiochi fanno bene, e tanto, alla salute in senso lato. Per molti videogiocatori italiani, infatti, il tempo trascorso davanti a una console o a un PC si traduce in benessere, crescita personale e nuove connessioni sociali.

È quanto emerge da “The Power of Play”, un ampio studio internazionale che ha coinvolto oltre 24 mila gamer di 21 Paesi, tra cui l’Italia. La ricerca, promossa da Entertainment Software Association (ESA) in collaborazione con IIDEA – l’associazione italiana dell’industria videoludica – è stata presentata a Pesaro, in occasione del festival dedicato al videogioco come strumento di impatto sociale.

I videogiochi tengono alla larga stress e ansia

Dallo studio emerge in particolare un dato su tutti: giocare ai videogiochi aiuta a stare meglio. In Italia, il 71% dei partecipanti dichiara di giocare per rilassarsi e ridurre lo stress, mentre il 60% vede nel gaming un efficace rimedio contro l’ansia.

Anche la solitudine sembra trovare una risposta nel gioco: quasi la metà degli intervistati (49%) afferma che i videogiochi aiutano a sentirsi meno isolati, e oltre la metà (54%) li associa a un aumento della felicità quotidiana.
In un’epoca in cui l’equilibrio psicologico è sempre più messo alla prova, il videogioco si conferma quindi come una valvola di sfogo positiva, capace di trasformare la tecnologia in un alleato per il benessere emotivo.

Allenamento per la mente e occasione di crescita

Ma il gioco non è solo evasione. Quasi un videogiocatore su due afferma di giocare per stimolare la mente, con un’attenzione particolare ai puzzle game (51%) e ai giochi d’azione (35%).

Molti riconoscono inoltre che l’esperienza videoludica contribuisce allo sviluppo di abilità utili nella vita reale: creatività, gestione del tempo, problem solving, pensiero critico e lavoro di squadra. Per il 34% degli italiani, queste competenze hanno persino avuto un impatto positivo sul percorso formativo o professionale.

Una modalità per socializzare

Oltre a tutti gli altri benefici, il videogioco ha un’altra, inaspettata virtù: il suo valore sociale. Oltre un terzo dei genitori italiani dichiara che giocare con i figli migliora la relazione familiare, creando momenti di complicità. Il 61% degli intervistati afferma di aver stretto nuove amicizie grazie al gaming, e più della metà racconta di aver scoperto nuovi interessi culturali – come film, libri o musica – partendo proprio da un videogioco.

Secondo il 64% dei partecipanti, esiste un titolo adatto a chiunque, a prescindere da età o gusti: un segno che il videogioco è ormai un linguaggio universale.

La ricerca

“The Power of Play” è stata condotta da AudienceNet, società di ricerca accreditata a livello internazionale. L’indagine ha coinvolto giocatori attivi di età compresa tra i 16 e i 65 anni in 21 Paesi di sei continenti, tra cui Italia, Francia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.

AI: una leva necessaria per vincere le sfide demografiche

L’AI è una leva fondamentale per colmare parte del gap occupazionale, a patto di investire in formazione, tutele ed equa redistribuzione dei benefici.
Oggi, il 18% dei posti di lavoro equivalenti in Italia risulta già automatizzabile e la quota potrebbe salire al 50% entro il 2033, con un impatto potenziale su circa 3,8 milioni di posti di lavoro equivalenti.

Le stime dell’impatto devono però tenere conto delle previsioni demografiche, per cui si prevede un gap di 5,6 milioni di posti di lavoro equivalenti, pari al 25% degli occupati attuali.
Entro il 2033, infatti, la popolazione italiana in età lavorativa calerà di 2,8 milioni, mentre i pensionati aumenteranno di 2,3 milioni, con 21,2 milioni di occupati previsti, mentre ne sarebbero necessari 26,8 milioni per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale.  Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

“Accompagnare l’innovazione con politiche adeguate”

“L’Intelligenza artificiale è un tema strategico per affrontare le sfide demografiche ed economiche che attendono l’Italia. – dichiara Walter Rizzetto, presidente XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati -. La Commissione Lavoro della Camera, che ho la responsabilità di presiedere, segue con grande attenzione le implicazioni dell’AI sul mondo del lavoro e ha già svolto una specifica indagine conoscitiva che ha permesso di individuare rischi, opportunità e strumenti di regolazione. L’obiettivo è accompagnare l’innovazione con politiche adeguate, capaci di coniugare competitività e tutela delle persone, affinché il progresso tecnologico diventi leva di crescita e coesione sociale”.

Un mercato da 1,2 miliardi

“Nel 2024 il mercato dell’AI in Italia mostra una crescita record (+58%), toccando 1,2 miliardi di euro. Un risultato che testimonia l’interesse del tessuto produttivo a cogliere le opportunità offerte da questa tecnologia – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -.  E la tecnologia sta avendo già un impatto sulla vita quotidiana dei lavoratori italiani: il 61% ritiene che l’AI abbia già cambiato molto o abbastanza il proprio modo di lavorare”.

Il 54% dei lavoratori afferma poi che l’AI semplifica e velocizza le attività, il 34% che svolge autonomamente alcune mansioni e il 17% che svolge nuove attività. Per il 6% il lavoro è interamente dedicato alla supervisione dell’AI.
Inoltre, per 1 lavoratore su 10 molte attività possono essere sostituite dall’AI entro i prossimi cinque anni.

Il tema cruciale della formazione

L’Osservatorio ha raccolto oltre 30 indicatori per restituire una fotografia dettagliata del contesto. Tra i temi toccati rientra quello della formazione. “In questo ambito – dichiara Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio -, i KPI sono incoraggianti da un lato, ma più preoccupanti dall’altro. Il numero di studenti STEM rimane pressoché stabile, circa 124mila nel 2023/24, mentre il numero dei dottorati in AI è più che raddoppiato tra il 2021/2022 e il 2022/2023, toccando quota 342, grazie allo stanziamento di fondi del PNRR. Tuttavia, non possiamo ignorare un dato allarmante: il flusso migratorio netto delle competenze italiane in AI è negativo, con un valore di -0,18 nel 2023”.

Serie A, oltre 25 milioni di tifosi: il calcio resta la grande passione degli italiani

Se c’è una passione che non finisce mai è quella fra gli italiani e il calcio, lo sport nazionale per eccellenza. Secondo l’indagine Sponsor Value condotta da StageUp e Ipsos, al termine della stagione 2024/25 i sostenitori delle squadre di Serie A sono 25.518.000. È un numero che conferma l’amore per il calcio, pur senza raggiungere i livelli record del periodo pre-Covid.

Gli appassionati rappresentano quasi l’87% di chi si interessa al campionato, pari a 29,3 milioni di persone. In due anni si è registrata una crescita del 4,7%, e un dato colpisce più di tutti: le donne ormai costituiscono il 45% dei tifosi.

La top five delle tifoserie

Sul fronte delle preferenze, la classifica è sempre la stessa. La Juventus resta in testa con 7,8 milioni di sostenitori, nonostante un leggero calo rispetto all’anno precedente. Alle sue spalle si conferma l’Inter, che con 4,18 milioni di tifosi mantiene il sorpasso sul Milan, fermo a 3,8 milioni.

Il Napoli, rinvigorito dai recenti successi, sale a oltre 3 milioni di fan e registra una crescita significativa del 15,2% rispetto al 2021/22. A completare la top five c’è la Roma, che con 1,8 milioni di appassionati consolida la propria posizione tra le grandi del tifo.

I club che crescono di più

Se i primi posti della hit sono identici al passato, c’è invece tutt’altro dinamismo per quanto riguarda i club che hanno aumentato la proprio base di tifosi. In testa c’è il Lecce, che nell’ultima stagione ha visto crescere del 10% il proprio seguito. A seguire ci sono l’Atalanta (+7,5%), il Verona (+4,8%), il Napoli (+4,5%) e il Bologna (+4,1%).

Questi numeri dimostrano che i tifosi rispondono non solo ai successi sportivi, ma anche al legame con il territorio e alla capacità delle società di coinvolgere le comunità locali. Una vittoria all’ultimo minuto o una salvezza conquistata soffrendo possono generare entusiasmo quanto uno scudetto.

Una relazione capace di rinnovarsi  

Il quadro complessivo racconta un campionato che resta fedele alla sua tradizione, ma che sa ancora sorprendere. I grandi club continuano a macinare grandi numeri, ma le realtà più piccole riescono a guadagnarsi spazi importanti nel cuore dei tifosi.

La Serie A si conferma così non solo come spettacolo sportivo, ma come fenomeno sociale: più di un italiano su due vive e partecipa a questa passione collettiva che, stagione dopo stagione, continua a rinnovarsi.

Digitalizzazione, il Sud accelera il passo: investimenti 4.0 per il 35% delle imprese

Aumentare l’efficienza interna o ridurre i costi è il principale obiettivo che spinge oltre la metà delle aziende italiane a investire in tecnologie 4.0. In particolare, quelle del Sud.
Per colmare il gap digitale il 35% delle imprese meridionali ha in programma di realizzare investimenti 4.0 entro il 2027. La media nazionale si ferma al 32,8%. 

A pianificare nuovi investimenti sono soprattutto le aziende manifatturiere (40,6%) e, più in generale, le realtà produttive di grandi dimensioni (67,6%).
Una maggiore difficoltà a recuperare terreno sulla digitalizzazione mostrano le imprese femminili, delle quali appena il 30% punta a investire in queste tecnologie nei prossimi tre anni. È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

“I segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno”

Tuttavia, la carenza di competenze interne costituisce per molte imprese il principale ostacolo nell’introduzione di tecnologie 4.0.  

“Le imprese del nostro Paese devono recuperare un gap sul fronte dell’innovazione e del digitale. In questo quadro, i segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno e sono molto importanti e certamente di buon auspicio per il futuro –  sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. – L’impegno delle Camere di commercio si concentra nel raccogliere le esigenze di innovazione delle imprese e nel fare da collegamento tra Centri di ricerca e sistemi produttivi per fornire risposte adeguate ai bisogni delle aziende”.

Perché si investe in digitale?

Il 56% delle imprese investe in digitale spinto dalla volontà di aumentare l’efficienza interna o di ridurre i costi, con picchi del 63,2% tra le grandi imprese con più di 50 addetti.

A seguire, tra le principali motivazioni a investire in queste tecnologie si evidenzia anche il miglioramento dei livelli qualitativi della produzione, segnalato dal 21,9% delle imprese, una quota che sale al 23% per quelle di piccole dimensioni.
Una quota pari al 12,3% investe nella transizione digitale spinta dagli incentivi. Anche in questo caso, la percentuale appare più elevata nel caso delle piccole imprese (14,3%). 

La carenza di skill è l’ostacolo principale

Sul cammino della transizione digitale la strada non è priva di ostacoli: il principale appare la carenza di competenze sufficienti, dichiarato dal 27,7% delle imprese, che faticano anche a gestire i rapporti con università e centri di ricerca o seguire le procedure necessarie a ottenere gli incentivi.
Tra le principali barriere viene segnalata la mancanza di risorse finanziarie interne (25,9%), più avvertita dalle piccole imprese in particolare (28,2%), nonché i costi troppo elevati delle tecnologie (18,4%).

Secondo il 66,6% delle imprese che investono nel digitale l’impatto delle tecnologie 4.0 riguarda principalmente l’innovazione organizzativa interna. Ma per quasi la metà delle aziende (48%) le tecnologie cambieranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi.
Meno rilevanti invece sono gli effetti attesi su innovazione di marketing e vendita dei prodotti (23,5%) e sui rapporti esterni con fornitori e clienti (19,3%).

Pmi: con tagli Bce 150.000 nuovi posti di lavoro e 12 miliardi di investimenti

Tra il 2022 e il 2023 l’aumento dei tassi Bce ha colpito duramente le Pmi italiane, fortemente dipendenti dal credito bancario.
In media, i costi del capitale sono saliti dal 2,1% al 5,6% in soli tre anni, comprimendo la redditività e rallentando la spinta agli investimenti, in particolare, nei settori manifatturiero, costruzioni e commercio.

Una politica monetaria più coraggiosa da parte della Bce potrebbe, al contreario, innescare un ciclo virtuoso di crescita per il tessuto imprenditoriale italiano, liberando fino a 12,2 miliardi di euro in nuovi investimenti, generando oltre 150.000 posti di lavoro e riducendo i costi finanziari per le imprese di 8,5 miliardi l’anno.

È quanto emerge dallo studio di ReportAziende.it, che ha simulato gli effetti di una graduale attuazione della proposta avanzata dal vicepremier Tajani: tassi d’interesse a zero, nuovo Quantitative Easing e credito agevolato per le Pmi.

La “proposta Tajani”

“Il sistema imprenditoriale italiano ha retto all’urto – evidenzia lo studio di ReportAziende.it – ma la stretta creditizia ha generato un evidente rallentamento della crescita e un diffuso congelamento dei piani industriali, soprattutto tra le micro e piccole imprese”.

Nel dettaglio, lo scenario di policy più espansivo, con tassi azzerati, 750 miliardi annui di Quantitative Easing e linee di credito agevolate al 1,5%, produrrebbe un’accelerazione del Pil delle Pmi pari a +2,3% nel 2026, contro lo 0,9% previsto nello scenario base Bce. Il margine operativo lordo delle imprese crescerebbe in media del 3,5-4,0%, con un miglioramento del cash flow operativo fino al 15%.

I numeri di un cambio di passo

I settori che beneficerebbero maggiormente sarebbero Manifattura (+15% fatturato aggregato, +25% in R&S, +40% progetti Industria 4.0), Costruzioni (+12% crescita, +35% nuovi cantieri, +80.000 addetti), Commercio (+60% e-commerce, 150.000 punti vendita modernizzati), Servizi (+50% startup digitali, +15% investimenti nel turismo).

Il modello proposto da ReportAziende prevede una roadmap triennale graduale supportata da un sistema di governance centralizzato (Bce-Governo-Banca d’Italia) e un osservatorio nazionale dedicato alle Pmi. Il saldo fiscale dell’operazione sarebbe positivo: +2,3 miliardi di euro annui, grazie all’aumento del gettito Iva, Irpef e riduzione dei sussidi.

Un’occasione irripetibile

Con l’inflazione tornata sotto controllo la Bce ha oggi margini di manovra per sostenere l’economia reale. Lo studio propone di ispirarsi ai modelli già attivi in Germania (KfW) e Francia (Bpifrance), adattandoli al contesto italiano, con una forte semplificazione burocratica e una rete di sportelli territoriali per il credito.

“In un contesto globale sempre più competitivo – conclude ReportAziende – le Pmi italiane non chiedono protezione, ma condizioni di gioco più eque. Una politica monetaria espansiva può essere l’occasione per restituire slancio a un sistema imprenditoriale che ha ancora enormi potenzialità di innovazione, crescita e sostenibilità”.

Cybersecurity e IA: quali strategie devono adottare le aziende?

L’intelligenza artificiale sta entrando prepotentemente nelle realtà aziendali in diversi processi strategici, e quello della sicurezza non fa certo eccezione. L’IA non è solo uno strumento innovativo: per molti è ormai un tassello fondamentale nelle strategie di cybersecurity.
Lo conferma un recente studio del Capgemini Research Institute, che ha coinvolto 1.000 imprese in 12 settori diversi, dal titolo “New defenses, new threats: what AI and Gen AI bring to cybersecurity”.

Secondo la ricerca, due organizzazioni su tre hanno già inserito l’IA tra le priorità, soprattutto per la sua capacità di passare al setaccio enormi quantità di dati e riconoscere rapidamente schemi di attacco. Questo significa avere la possibilità di anticipare le mosse dei criminali informatici e ridurre i tempi di reazione.

I rischi potenziali 

Come sempre, però, accanto agli indubbi vantaggi ci sono anche dei possibili rischi. Le tecnologie generative, capaci di creare testi, immagini e video difficilmente distinguibili dal reale, rappresentano un’arma a doppio taglio. Ben il 97% delle aziende intervistate dichiara di aver già affrontato incidenti di sicurezza collegati alla Gen AI.

I cybercriminali, sfruttando questi strumenti, riescono a ideare attacchi più sofisticati, che aggirano i controlli tradizionali e mettono in difficoltà anche gli strumenti difensivi più avanzati. Oltre quattro aziende su dieci hanno ammesso di aver subito perdite economiche legate all’uso di deepfake e contenuti falsificati. Non sorprende che circa sei organizzazioni su dieci stiano pensando di aumentare il budget destinato alla cybersecurity.

I pericoli legati agli errori interni

Dal report emerge anche un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato: i rischi legati all’uso imprudente dell’intelligenza artificiale da parte dei dipendenti. Mancanza di formazione e di linee guida chiare possono portare a fughe di dati, errori e vulnerabilità.

Tra le criticità più frequenti figurano le cosiddette “allucinazioni” dei modelli (risposte sbagliate o fuorvianti), la produzione di contenuti non adatti al contesto e gli attacchi “prompt injection”, che mirano a manipolare gli stessi sistemi di IA, come chatbot e assistenti virtuali.

Cresce inoltre la preoccupazione per la gestione dei dati utilizzati per addestrare i modelli: se queste informazioni venissero manipolate o sottratte, le conseguenze potrebbero essere gravi, sia sul piano della privacy sia su quello economico.

Nuove tecnologie, necessaria una formazione adeguata

Di fronte a questo scenario, il messaggio è chiaro: l’IA e la Gen AI non possono essere viste solo come un rischio o solo come una risorsa. Sono entrambe le cose. Per sfruttarne i benefici senza cadere vittima delle loro insidie, le aziende dovranno puntare non solo su tecnologie sempre più sofisticate, ma anche sulla formazione delle persone che le utilizzano.
L’obiettivo dei prossimi anni sarà proprio questo: trasformare l’intelligenza artificiale in un alleato affidabile nella battaglia contro le minacce digitali.

Carte elettroniche: come usarle in vacanza evitando frodi

Per usare le carte elettroniche per i pagamenti in vacanza, senza incorrere in commissioni salatissime, frodi o imprevisti, Facile.it ha creato un breve vademecum per evitare brutte sorprese durante i viaggi.
Non tutte le carte elettroniche possono essere utilizzate per pagare all’estero: dipende dall’istituto di credito che l’ha emessa e dal circuito di pagamento a cui si appoggia. Prima di partire, quindi, è fondamentale chiedere di abilitare la carta all’uso fuori dai confini nazionali.

I pagamenti contactless tramite smartphone e dispositivi indossabili sono sempre più comuni e potrebbero essere una valida alternativa alla carta fisica. Attenzione però, perché questa tecnologia non è supportata in tutti i Paesi del mondo.

Codici Pin e commissioni

Prima di partire, ripassare i codici Pin delle carte, e se si usa un’app di home banking assicurarsi di aggiornarla e verificare le credenziali di accesso. Ma evitare di lasciare i codici insieme alle carte: in caso di furto, si consegnerebbero ai malfattori le chiavi per svuotare il conto corrente perdendo la tutela offerta dalla banca in casi di sottrazione illecita di denaro.

Le commissioni per il prelievo di denaro contante variano da banca a banca e a seconda del circuito a cui si appoggia la carta, ma generalmente le carte di credito hanno costi più elevati (circa 4%) rispetto a carte di debito e prepagate. In alcuni casi l’importo addebitato dall’istituto di credito è fisso, in altri è una percentuale su quanto prelevato.

Pagamenti nei Paesi fuori area Sepa

Oltre alle commissioni, bisogna tenere in considerazione l’eventuale sovrapprezzo applicato in caso di operazioni effettuate con una valuta diversa dall’euro.
Quando si paga tramite Pos non ci sono grosse differenze in termini di costo tra carta di debito, credito o prepagata. Se l’operazione avviene in un Paese appartenente alla cosiddetta area Sepa (che include gli Stati dell’Unione Europea e alcuni Stati extra UE), non ci sono commissioni.
Fuori a questa area potrebbero essere applicati costi aggiuntivi legati al cambio valuta.

Quando si effettuano operazioni con carte elettroniche in un Paese extra-euro viene chiesto se pagare in valuta locale o nella propria moneta. In questo caso, scegliere sempre la valuta locale per ottenere migliori condizioni di cambio.

Cosa fare in caso di furto o smarrimento?

Se si perde la carta, è stata rubata o sono state addebitate somme sospette, contattare immediatamente la banca e bloccare la carta. Non appena informato, l’istituto provvederà all’immediata disattivazione.
Attivare sempre le notifiche app o SMS. Se non le usate regolarmente, ricordatevi di attivare le notifiche app o gli alert SMS che avvisano in tempo reale quando viene utilizzata la carta.

Dopo essere tornati a casa meglio non abbassare la guardia, e continuare a monitorare regolarmente il conto e le carte.
Anche dopo mesi dal rientro può capitare che vengano addebitate spese in modo illegittimo, indipendentemente dal fatto che si tratti di un tentativo di truffa o di un semplice errore in buona fede.