Curiosità, economia, tecnologia.

Shopping e intelligenza artificiale: gli italiani cambiano abitudini

La tecnologia dell’intelligenza artificiale sta rivoluzionando anche il modo in cui gli italiani fanno acquisti. Secondo il Retail Report 2025 di Adyen, piattaforma fintech globale, nel nostro Paese l’utilizzo dell’IA per lo shopping è cresciuto del 47% nell’ultimo anno.

A guidare questa vera e propria “rivoluzione” è la Generazione Z (16-27 anni), con oltre la metà (53%) degli appartenenti a questa fascia d’età che dichiara di aver già utilizzato l’IA per selezionare o acquistare prodotti. Ma la vera sorpresa arriva dai Baby Boomer (60-78 anni), che fanno registrare il maggiore incremento: ben +58% rispetto all’anno precedente.

L’IA usata per scegliere abiti, cibo e nuovi brand

L’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento futuristico, ma un alleato pratico per il consumatore moderno. Il 53% di chi utilizza l’IA per fare acquisti la impiega per trarre ispirazione nella scelta di prodotti come vestiti, generi alimentari o accessori. Un ulteriore 52% la sfrutta per scoprire nuovi marchi, mentre quasi un intervistato su dieci afferma di ricevere idee utili per articoli che altrimenti non avrebbe considerato.

La tendenza coinvolge tutte le generazioni, con i Millennial (28-43 anni) al 44% e la Gen X (44-59 anni) in crescita del 54%.

Retailer italiani: solo uno su quattro prevede investimenti in AI entro l’anno

Anche se la tendenza è evidente, i retailer sembrano essere meno convinti dei consumatori. Solo il 25% delle aziende del retail italiano, infatti, dichiara di voler investire nell’intelligenza artificiale per supportare vendite e marketing nel 2025.

Eppure, secondo Adyen, le opportunità non mancano. “L’IA può diventare una sorta di personal shopper digitale,” spiega Roelant Prins, Chief Commercial Officer di Adyen, “in grado di suggerire outfit o prodotti basati su gusti personali e comportamenti d’acquisto”.

Tecnologia e punto vendita si completano

Mentre l’IA si fa strada, il concetto di Unified Commerce – cioè la possibilità di acquistare su diversi canali in modo integrato – resta centrale. Il 38% dei retailer italiani ha già adottato soluzioni omnicanale, e un ulteriore 16% lo farà entro l’anno. I consumatori, da parte loro, confermano questa direzione: il 37% si aspetta di interagire con i brand su app, social e negozi fisici, e il 29% utilizza i social per acquistare. Tuttavia, il negozio fisico mantiene un ruolo chiave: il 41% vuole toccare il prodotto prima dell’acquisto, e il 31% desidera portarlo subito a casa.

Insomma, l’indagine, condotta su oltre 41.000 consumatori in 28 Paesi, mostra chiaramente che l’intelligenza artificiale è ormai parte integrante dello shopping in Italia, anche se il negozio resta un punto di riferimento.

AI: un uso etico non basta se la legalità non viene presidiata

Un sondaggio di Federprivacy rivolto a circa 1000 professionisti italiani di data privacy conferma che per governare l’AI gli aspetti etici sono fondamentali, ma potrebbero non essere sufficienti a garantire un utilizzo sicuro e responsabile di questa tecnologia.

Gli esperti della protezione dei dati riconoscono l’importanza di promuovere un uso etico dell’AI (63%), aggiungendo però anche la necessità di un maggiore rispetto delle normative (73%) e di un rafforzamento delle attività ispettive da parte dell’Autorità (43,2%).
Inoltre, più della metà pensa che nonostante il GDPR abbia uniformato le regole per tutti evidenzia criticità per le micro, piccole e medie imprese, spesso in difficoltà nell’applicare le normative in modo efficace.

“Da piccola sembra innocua, ma crescerà…”

L’affermazione ‘non basta l’etica per governare l’AI’ pone quindi una questione cruciale nel campo delle innovazioni tecnologiche.
Se molti considerano l’AI un’opportunità, gli esperti temono che possa sfuggire di mano. Tanto che il Premio Nobel per la fisica Geoffrey Hinton nei giorni scorsi dal palcoscenico del Gitex Europe a Berlin ha paragonato l’AI a una tigre. “Da cucciola sembra innocua, addirittura affascinante. Ma crescerà. E a meno che non siate certi che non vorrà uccidervi, dovreste preoccuparvi”.

E all’intervistatore che proponeva l’etica come principale rimedio scaccia incubi, il pioniere del machine learning ha risposto in modo perentorio: “Le grandi aziende perseguono il profitto, non l’etica”.

Tante sanzioni e pochi controlli

Non mancano quindi le preoccupazioni per l’impatto che avrà nei prossimi anni.
Se in 7 anni di GDPR le autorità europee hanno inflitto più di 2.500 multe per un ammontare di oltre 6 miliardi di euro senza intravedere un cambio di rotta significativo, il 73,9% dei professionisti pensa che non occorra cambiare gli attuali profili sanzionatori bensì farli rispettare in modo più efficace.
Piuttosto, il 43,2% vorrebbe un numero maggiore di attività ispettive del Garante e della Guardia di Finanza a presidio della legalità.

E a differenza di quello che possono pensare i cittadini, che vedono minacciata la loro privacy, il 63,5% dei professionisti che ‘vede’ le aziende dall’interno afferma che dal 2018 a oggi la situazione è comunque migliorata grazie alle sanzioni più severe introdotte dal Regolamento UE sulla protezione dei dati.

GDPR: regole uguali per (quasi) tutti

A questo riguardo, se le semplificazioni proposte dalla Commissione Europea non si stanno rivelando come le agevolazioni tanto attese, il 56,9% dei professionisti riconosce che il GDPR ha effettivamente introdotto regole uguali per tutti.

Allo stesso tempo, però, avrebbe dovuto agevolare maggiormente le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano.

Moda e lavoro: i grandi brand cercano Product developer e social media manager

In un momento di rapida evoluzione, guidata da sostenibilità, innovazione tecnologica e nuovi scenari internazionali, la Polimoda Business Week 2025, l’evento dedicato all’incontro tra studenti diplomandi e HR e professionisti del settore moda, traccia la mappa delle figure su cui puntano i grandi nomi del fashion.  E rileva un cambio di passo nella domanda di competenze professionali da parte dell’industria moda.

In testa alle richieste dei brand spicca lo sviluppo prodotto: le aziende cercano specialisti in grado di gestire ogni fase, dall’ideazione alla prototipazione, garantendo livelli di innovazione e sostenibilità.
Il social media management segue a ruota, con un aumento delle richieste a testimonianza della centralità delle piattaforme digitali nella costruzione di community e narrazioni di marca.

Trasformare i dati di mercato in collezioni distintive

I creative director e i product designer vengono poi valorizzati per la capacità di tradurre i dati di mercato in collezioni distintive, richiedendo una visione che coniughi estetica e funzionalità. Al contempo, il retail si evolve verso modelli phygital, spingendo le aziende a integrare specialisti in customer experience e performance commerciale direttamente nelle strategie di store design.

In questo contesto, il visual merchandising si conferma trait d’union tra storytelling e vendite, con professionisti chiamati a creare ambienti immersivi che coinvolgano tanto il cliente in store quanto l’audience digitale.
Sul fronte più tecnico, il modellista, sempre più abile con software CAD e 3D, resta al centro dell’organizzazione produttiva, contribuendo a ottimizzare tempi e costi senza rinunciare alla precisione sartoriale.

Coniugare innovazione digitale, sostenibilità, radici artigianali

Parallelamente, il comparto maglieria vede un significativo aumento di interesse: si richiedono profili specializzati che sappiano innovare filati e lavorazioni, orientandosi verso materiali rigenerati e processi a basso impatto ambientale.

Al contempo, marketing e comunicazione si ritagliano un ruolo di primo piano grazie alla crescente necessità di figure data-driven, capaci di misurare il ritorno sugli investimenti e modellare strategie omnicanale con un respiro internazionale.
Nell’instabilità dello scenario, i profili emergenti rappresentano le vere leve per la ripresa dell’industria, professionisti in grado di coniugare innovazione digitale, sostenibilità e radici artigianali.

Talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e abilità tecniche

Le nuove figure professionali possono infatti dare nuovo slancio al Made in Italy sui mercati globali.
Per questo motivo, nel corso della Polimoda Business Week 2025 sono stati svolti oltre 1.300 colloqui individuali, a cui hanno partecipato 328 neodiplomati e 105 aziende del sistema moda.

I colloqui hanno coinvolto aziende italiane ed estere del comparto lusso, abbigliamento, calzature, accessori, gioielli, oltre a magazine, agenzie di comunicazione e art direction, nella selezione dei migliori talenti formati dalla scuola per opportunità di stage e lavoro.
Brand come Prada, Valentino, Hermès, Hugo Boss, Karl Lagerfeld, Max Mara, Bottega Veneta, Ferragamo, Etro, Tod’s, confermano l’urgenza di talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e solida expertise tecnica.

Sanità digitale: una spesa che arriva a 2,47 miliardi di euro

Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con AMD, AME, FADOI, Homnya e SIMFER. Nel 2024 gli investimenti in Sanità digitale sono arrivati a 2,47 miliardi di euro (+12% rispetto al 2023), e l’attuazione delle misure del PNRR sta producendo i primi risultati concreti.

Tra questi, la realizzazione delle piattaforme di Telemedicina, oltre alla diffusione di soluzioni per la digitalizzazione degli ospedali e lo sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0.
Oggi il 36% dei medici specialisti e il 52% dei Medici di Medicina Generale ha utilizzato servizi di Televisita. E rispettivamente il 30% e il 46%, servizi di Telemonitoraggio.

Un uso ancora sporadico e non strutturato

Tuttavia, si tratta di un utilizzo ancora sporadico e non strutturato. Anche nella comunicazione con il cittadino-paziente si ricorre ancora spesso a strumenti non dedicati all’ambito sanitario. Secondo la ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa, oggi 6 cittadini su 10 utilizzano WhatsApp per comunicare con i loro medici, che mediamente impiegano un’ora al giorno alla gestione di queste comunicazioni.

L’uso strutturato di strumenti di comunicazione dedicati permetterebbe di recuperare complessivamente oltre una settimana lavorativa all’anno per ciascun medico. Il 41% dei cittadini ha già utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico, e tra questi, la maggior parte (60%) ha dato il consenso al trattamento dei dati, mentre un ulteriore 25% si dice disposto a farlo, soprattutto per poter fornire ai medici una visione completa e aggiornata della storia clinica.

AI e pratica dei processi clinici

Parallelamente, cresce l’adozione dell’AI, il cui impatto sui processi clinici apre nuove opportunità, ma anche interrogativi sulla gestione dei dati e l’integrazione nella pratica quotidiana.

Oggi il 31% dei cittadini ha già utilizzato strumenti di AI generativa e l’11% lo ha fatto in ambito sanitario, in particolare per la ricerca di informazioni su problemi di salute, farmaci e terapie.
Inoltre, il 26% degli specialisti, il 46% dei Medici di Medicina Generale e il 19% degli infermieri ne ha fatto uso, anche se quasi sempre utilizzando piattaforme generaliste e non dedicate all’uso clinico.

“Disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta”

“Nell’ultimo anno si sono registrati importanti sviluppi nell’attuazione del PNRR in ambiti strategici come la Telemedicina, la digitalizzazione degli ospedali, il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’Intelligenza Artificiale in Sanità – dichiara Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma i risultati non bastano a poterne raccogliere i frutti. La pressione sul sistema sanitario non si è attenuata, l’invecchiamento della popolazione, l’elevata incidenza delle cronicità e il fabbisogno di long-term care mettono in luce un disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta. L’uso delle tecnologie digitali in ambito sanitario deve tendere a una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza – aggiunge Corso – che bilanci efficienza, efficacia e soddisfazione”.

Design Thinking: un aiuto per gestire la complessità del business

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Design Thinking for Business del Politecnico di Milano: il Design Thinking non è un semplice metodo creativo, ma uno strumento efficace per le organizzazioni  nell’affrontare la complessità.
Le organizzazioni che integrano efficacemente il Design Thinking sperimentano più innovazione, collaborazione e agilità nel rispondere ai cambiamenti del mercato.

Ai singoli individui, l’utilizzo del Design Thinking permette di costruire senso e coinvolgere meglio le persone. E per i team, le pratiche di Design Thinking sono un aiuto per affrontare con maggiore efficacia le sfide, scomponendo la complessità in passaggi gestibili e rafforzando l’azione collettiva attraverso risultati tangibili. 

“Spacchettare e fare framing dei problemi”

Ma per supportare l’adozione del Design come leva strategica, superando lo scetticismo, bisogna fornire risultati tangibili sull’efficacia del modello, coinvolgere la leadership in progetti design-driven e garantire una formazione continua adeguata.

Quando si presenta un’opportunità, ottenere il consenso e il sostegno delle persone è fondamentale per aumentare la probabilità di un’implementazione di successo. Il linguaggio utilizzato nella narrazione crea risonanza con il pubblico, cioè un’interpretazione in cui le informazioni trasmesse dalle cornici linguistiche si allineano con credenze, aspettative, comprensioni e valori del pubblico.

“La prima difficoltà che una persona affronta in contesti complessi è dare un senso alle cose – sottolinea Stefano Magistretti, Direttore dell’Osservatorio -. Il design permette di ‘spacchettare’ e ‘fare framing’ dei problemi definendo i perimetri e indirizzando le azioni”.

“Adottare la dinamica delle small win”

“Le sfide in un contesto molto dinamico sono articolate, coinvolgono stakeholder con priorità differenti e non sempre hanno una soluzione univoca – aggiunge Paola Bellis, Direttrice dell’Osservatorio -. Diventa quindi difficile per le persone muoversi. Attraverso la dinamica delle small win, abbiamo visto come le pratiche incrementali possano aiutare le persone ad approcciare problemi complessi a piccoli passi, riuscendo ad avere risultati complessi pur restando flessibili”.

Per esplorare come i leader possano gestire i problemi complessi sfruttando le pratiche di design, e ottenere quindi piccoli successi che contribuiscono all’innovazione, l’Osservatorio ha organizzato un laboratorio ‘sul campo’ per comprendere come affrontare la sfida della scarsità d’acqua sfruttando gli strumenti di GenAI e successivamente intuito e capacità dei partecipanti attingendo all’intelligenza collettiva.

GenAI e intelligenza umana: due pratiche complementari per affrontare le sfide

Lo studio ha rivelato come le pratiche divergano tra l’uso della GenAI o esclusivamente con l’intelligenza umana.
La collaborazione guidata dalla GenAI ha portato velocità, struttura e tante idee, spesso a scapito di un coinvolgimento critico, poiché i partecipanti dipendevano dalla tecnologia per il ragionamento individuale.

Al contrario, le interazioni esclusivamente umane hanno favorito un dialogo più ricco e una comprensione personale, sebbene le interazioni erano ricche di critiche reciproche e le idee più personali.
Ciò suggerisce che a seconda della natura della sfida e del valore strategico di ogni fase decisionale, le organizzazioni possono decidere quando sfruttare il supporto tecnologico e quando affidarsi alla collaborazione umana.

AI: gli italiani preferiscono parlare con un operatore “umano”

Se il 73% degli italiani ammette di fare uso dell’Intelligenza artificiale con frequenza, di cui il 47% quotidianamente o diverse volte alla settimana, le finalità dell’utilizzo sono soprattutto personali e ricreative (68%). Ma si scontrano con un minore apprezzamento quando l’Intelligenza artificiale diventa un interlocutore a cui si richiedono servizi di assistenza o un supporto per esigenze concrete.

L’Intelligenza artificiale è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma l’interazione umana sotto forma di intelligenza emotiva ed empatia rimane ancora, per certi aspetti, insostituibile.
È quanto emerge dalla nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index in collaborazione con NielsenIQ.

L’interazione con una persona resta importante soprattutto nel customer care

‘La persona con cui ho parlato è stata estremamente gentile e comprensiva delle mie richieste. Credo che l’interazione umana sia un valore aggiunto’: è solo una delle svariate recensioni Trustpilot su Pulsee Luce e Gas che confermano questo aspetto. L’interazione con una persona reale resta importante per la grande maggioranza degli intervistati (83%), soprattutto nell’ambito del customer care.

Per quasi 9 italiani su 10 infatti l’AI non riesce a interpretare le necessità quanto un operatore umano, e per quasi un italiano su due offre un livello di comprensione e supporto inferiore.
Come conseguenza, nel caso dei servizi di assistenza, quasi il 90% del campione dichiara di aver abbandonato una conversazione con l’AI per incomprensione della richiesta (37%), mancanza di proposte utili per la risoluzione di un problema (22%) e frustrazione per la tipologia di conversazione intrapresa (17%).

Tra 15 anni si colmerà il divario con l’empatia umana?

Nel confronto tra Intelligenza artificiale e umana, la prima è considerata superiore per velocità di calcolo e analisi dei dati (82% delle preferenze) e automazione di compiti complessi (70%). La seconda si posiziona al di sopra dell’AI nella capacità di comprendere emozioni e sentimenti (83% degli intervistati), interazione sociale e comunicazione empatica (75%), etica e moralità (72%).

I più ottimisti credono che l’AI colmerà il divario con l’empatia umana, ma non prima di 15 anni.
In ogni caso, si riscontra una certa apertura verso modelli ibridi, come i servizi clienti che combinano un operatore umano con l’AI (53%), mentre una quota ridotta degli italiani (4%) dichiara di preferire un servizio clienti totalmente automatizzato.

Meglio le aziende che puntano sulle persone

Un altro tema critico riguarda la fiducia. Solo un italiano su dieci si fida a condividere dati personali con l’AI.
Analogamente, in una prospettiva di miglioramento del servizio clienti, la maggior parte (59%) preferisce aziende che puntano sulle persone rispetto all’automazione.

Oltre al tema dell’assistenza clienti, tuttavia, l’AI viene considerata uno strumento utile per semplificare alcune attività della vita quotidiana, anche in termini di sostenibilità e risparmio.
Il 61% degli intervistati infatti considera l’AI una risorsa funzionale all’ottimizzazione dei consumi, grazie al contributo di assistenti virtuali, sistemi di domotica intelligente e app di gestione energetica.

Vacanze: in tre mesi oltre 100 milioni erogati in prestiti

Secondo le stime compiute da Facile.it e Prestiti.it, i due comparatori online, nel corso del solo primo trimestre 2025 l’importo erogato per i prestiti personali destinati a coprire spese legate alle vacanze ha superato i 100 milioni di euro.
Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sempre nei primi tre mesi del 2025, il peso percentuale delle richieste di questo tipo di prestiti è aumentato del 18%.

Sarà perché quest’anno i ponti sono tanti, ma a quanto emerge dall’analisi di Facile.it e Prestiti.it sono sempre di più gli italiani che decidono di pagare le vacanze a rate.

I richiedenti under 30 sono la maggioranza

Un altro dato interessante dell’analisi dei comparatori riguarda l’identikit dei richiedenti. I prestiti personali destinati a coprire le spese legate ai viaggi sono particolarmente diffusi tra i più giovani, con quasi una richiesta su tre che fa capo a un under 30.
Anche l’età media di chi, nei primi tre mesi dell’anno, ha presentato domanda per questa tipologia di prestito supera di poco 37 anni.

È un valore estremamente basso se confrontato con l’età media di chi in Italia si rivolge a una società di credito, ovvero, 43 anni.
Quanto all’importo, la media delle richieste, da gennaio a marzo 2025, è stata pari a 5.719 euro.

Il Taeg medio scende del 3%

Ancora molto importanti le differenze tra uomini e donne. A presentare domanda di finanziamento per questa finalità nella maggior parte dei casi è un uomo (72%), che in media punta a ottenere prestiti personali di importo pari a 5.909 euro, vale a dire il 13% in più rispetto a quanto chiesto dalle donne.

Sul fronte dei tassi, l’analisi di Facile.it ha rilevato come il Taeg medio disponibile online per un prestito personale sia sceso del 3% in un anno, passando dal 10,5% del primo trimestre 2024 al 10,17% del 2025.
Anche questo, probabilmente, ha favorito l’aumento delle richieste.

L’incertezza economica permane, ma i tassi ora sono vantaggiosi 

“Nonostante il clima di grande incertezza che ha caratterizzato questi primi mesi del 2025, i tassi offerti oggi sono mediamente più vantaggiosi rispetto a un anno fa – spiegano gli esperti di Facile.it -. Questo permette di ricorrere a un prestito personale anche per spese che possono sembrare voluttuarie, come una vacanza, ma che non necessariamente devono essere eliminate dai programmi familiari, bensì gestite in maniera corretta. Ricorrere al credito al consumo – aggiungono gli esperti -, infatti, è spesso un ottimo modo per pianificare le nostre uscite senza trovarci in difficoltà in caso di imprevisti”.

Smartphone e ansia da batteria: quando il telefono scarico rovina l’umore

Si tratta di un fenomeno dell’era digitale tanto diffuso da avere addirittura un nome: Low Battery Anxiety. Tradotto in parole semplici, si tratta del “brivido di ansia” che ci assale vedendo la batteria del cellulare avvicinarsi allo 0%.
La Low Battery Anxiety è ormai una “condizione” talmente condivisa da essere stata ufficialmente riconosciuta.

I Millennials i più soggetti al fenomeno 

Secondo una ricerca di LG Electronics condotta su un campione di oltre 2.000 persone, il 90% degli utenti si sente agitato o preoccupato quando la carica del telefono scende sotto il 20%.
Il termine “Low Battery Anxiety” è stato coniato da LG già nel 2016 per descrivere la crescente preoccupazione legata al rischio di restare senza smartphone.

Curiosamente, una persona su tre dichiara di rinunciare a uscite o impegni sociali pur di trovare una presa di corrente. I più colpiti? I Millennials: il 42% di loro ammette di preferire ricaricare il telefono piuttosto che partecipare a un evento o a un incontro con amici.

Batteria a terra, stress alle stelle

Non si tratta solo di una semplice irritazione. Secondo quanto emerge dallo studio, il calo drastico della batteria provoca un aumento dei livelli di cortisolo, l’ormone associato allo stress.

Quando il telefono rischia di spegnersi, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sul bisogno di ricaricarlo, mettendo in secondo piano altre priorità quotidiane e creando un vero e proprio stato di tensione psicofisica.

Quando il telefono incrina le relazioni

Anche Counterpoint Research, attraverso un’indagine del 2023, ha evidenziato come il livello di carica del cellulare influenzi l’umore delle persone: il 65% degli intervistati riferisce di sentirsi irritabile o ansioso quando la batteria scende troppo.

Oltre al malessere personale, ci sono conseguenze anche sui rapporti sociali: il 60% degli utenti ha raccontato di essere risultato irraggiungibile a causa della batteria esaurita, suscitando fraintendimenti o addirittura sospetti di ghosting.

Il problema può degenerare

Il problema, in alcuni casi, può degenerare: secondo i dati riportati da Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il 23% delle persone ha avuto discussioni o litigi con il partner per colpa di messaggi non ricevuti o telefonate mancate dovute a un telefono spento.
Insomma, anche lo smartphone si può trasformare in un potenziale “nemico”: occhio alla batteria!

Sono 35,2 milioni gli e-shopper italiani, +1,5 milioni in un anno

Nel 2025 il numero degli italiani che comprano online sale a 35,2 milioni, 1,5 milioni in più rispetto al 2024, e oltre 11 milioni rispetto al 2020.
In questo contesto, lo smartphone si conferma il device più utilizzato per gli acquisti (45,7%), seguito da PC (48,1%) e tablet (5,9%).

Secondo la XVI edizione della ricerca Netcomm NetRetail 2025, nel lungo periodo si osserva un trend di crescita dei prodotti a discapito dei servizi. La stima del 2025 conferma questa tendenza, con una quota di valore generata dai prodotti pari al 58% e del valore generato dai servizi pari al 42%.
Nonostante ciò, le categorie più in crescita in termini di quota a valore sono relative a servizi come Soggiorni di vacanza, Biglietti di viaggio, Contenuti digitali (Streaming, eBook, servizi di info, +117% sul 2024). Crescono anche Gioielli (+140%) e Spesa alimentare (+24%).

Identikit e profilo del consumatore online

Il profilo di età degli acquirenti online è leggermente più basso della media della popolazione italiana (46 anni vs oltre 48 di tutti gli italiani).

Però, nelle prime fasi di sviluppo dell’e-commerce, gli acquirenti online erano notevolmente più giovani. Nel 2012 i primi 10 milioni di acquirenti registravano un’età media inferiore di dieci anni rispetto a oggi.
In prevalenza si trattava di uomini (60,4%m donne 39,6%), che nel 37% dei casi risiedevano in grandi centri urbani. Oggi, con l’allargarsi della base acquirenti online, questa componente si è attenuata al 24%.

Perché si compra sul web?

La convenienza economica rimane il driver principale (39,3%), in particolare per i settori Elettronica, Salute & Benessere e Alimentari, con un’età media degli acquirenti di 49 anni. Segue l’abitudine a comprare online su uno specifico sito web/app (27%), soprattutto nelle categorie Editoria, Home e Alimentari (età media 49 anni, 21% over 65).

Apprezzano invece la velocità, il risparmio, la personalizzazione e la sostenibilità gli appartenenti al target più giovane dei consumatori online, con un’età media di 43 anni e il 15% di under24, che si dichiara acquirente abituale e vive in grandi centri urbani.

Le aspettative sui pagamenti degli acquisti

Gli acquisti online sono in gran parte pagati al momento dell’ordine (89%), solo nell’11% dei casi vengono saldati alla consegna/ritiro o nel momento di utilizzo del servizio (ad esempio, in albergo). Gli strumenti più utilizzati per il pagamento sono Digital Wallet, Carta di Credito o Prepagata sul sito.
Diminuisce il pagamento in contanti alla consegna (1,2%), mentre le app e gli strumenti di pagamento sul telefono vengono sfruttati nello 0,8% dei casi.

Quando si tratta di pagamenti, le aspettative dei consumatori riguardano al primo posto la sicurezza della transazione, seguita dalla varietà degli strumenti disponibili per la transazione.
Ma se nei primi anni dell’e-commerce la domanda di sicurezza era fondamentale per 9 acquirenti su 10, nel 2025 lo è per meno di 2 utenti su 10. Al contrario, cresce la richiesta di varietà e integrazione di strumenti di pagamento.

Sostenibilità digitale e differenze generazionali: la percezione degli italiani

Quali sono le differenze con cui le diverse generazioni di italiani percepiscono i temi connessi alla sostenibilità digitale? E come utilizzano le tecnologie in relazione alla sostenibilità?

Indipendentemente dall’età, quasi un italiano su quattro ritiene che la tecnologia digitale non sia uno strumento utile per perseguire gli obiettivi di sostenibilità. I giovani, però (48% GenZ, 33% Millennial), usano molto il digitale e si impegnano attivamente per la sostenibilità
Al contrario, GenerazioneX (32%) e Baby Boomer (52%) per lo più usano poco le tecnologie digitali e non danno molta importanza alla sostenibilità.

Sono alcuni risultati della ricerca ‘Generazioni’, a cura dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale e realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V.
L’indagine mette a confronto le percezioni e i comportamenti di 4 generazioni: GenZ (18-28 anni), Millennial (29-44 anni), GenerazioneX (45-60 anni) e Baby Boomer (61-75 anni).

Cambiamento climatico e diffidenza tecnologica

Le differenze si accentuano sul tema del cambiamento climatico. Circa il 27% degli italiani pensa che pur essendo un problema serio il cambiamento climatico non richieda un intervento immediato. Il 31% dei Millennial e il 27% della GenZ credono che ci sia ancora tempo per agire, mentre per il 67% degli over60 è una priorità assoluta, e per il 66% dei Boomer è urgente anche il problema dell’inquinamento.

Chi ha visioni ambientaliste più radicate tende a essere più diffidente nei confronti della tecnologia. Tra GenZ e Millennial, chi è maggiormente preoccupato su questi temi presenta indici elevati in termini di sostenibilità e digitalizzazione.
Per GenerazioneX e Boomer, al contrario, l’ambientalismo si accompagna spesso a un atteggiamento di forte diffidenza verso il mondo digitale.

Consapevolezza vs azioni concrete

Più in generale, il livello di conoscenza dei temi della sostenibilità ambientale, economico e sociale in relazione alla capacità di tradurre la consapevolezza in azioni concrete evidenza un divario generazionale.
Il 22% dei più giovani conosce molto bene il concetto di sostenibilità, contro solo l’8% dei più ‘maturi’. Inoltre, non conosce questo tema il 34% della GenZ rispetto al 54% dei Boomer. Tuttavia, meno di un italiano su tre è in grado di correlare le proprie convinzioni alle conseguenze che ne derivano. 

Anche la consapevolezza dell’utilità del digitale è difforme tra le generazioni. Nonostante il digitale sia visto come un’opportunità (94% tra 18-60 anni, 87% over60) gli italiani sono convinti che dal digitale derivino perdite di posti di lavoro, ingiustizia sociale, diseguaglianze.

Divari e lacune da colmare

Rispetto alle altre generazioni, i Boomer sono quelli che hanno il tasso di non utilizzo degli strumenti digitali più alto: il 35% del totale contro il 9% della GenerazioneX e il 6% dei Millennial.

D’altronde, GenZ e Millennial, che vengono identificati come Sostenibili Digitali, adottano raramente tecnologie sostenibili e mettono in atto pochi comportamenti concreti verso la sostenibilità. E questo peggiora con l’età, raggiungendo livelli quasi nulli tra Baby Boomer e GenerazioneX.
Gli aspetti che emergono dalla ricerca indicano un forte divario generazionale nell’uso delle tecnologie e nella capacità di tradurre la consapevolezza in azioni pratiche, evidenziando la necessità di interventi mirati per colmare queste lacune.