Curiosità, economia, tecnologia.

Trasformazione del lavoro: smart working e settimana corta per tutti?

Mai come negli ultimi anni il mondo del lavoro ha subito una trasformazione radicale. E i cambiamenti sono sempre all’ordine del giorno. A oggi sotto la lente, in un’ottica di benessere dei lavoratori e sostenibilità ambientale, ci sono soprattutto lo smart working e la possibile settimana lavorativa corta.

Una recente indagine condotta per Pulsee luce & gas, brand digitale di Axpo Italia, dalla società NielsenIQ, ha analizzato le opinioni di un campione rappresentativo della popolazione italiana su questi temi cruciali.

Lo smart working riguarda 1 italiano su 3

Dall’indagine emerge che un italiano su tre lavora in modalità full remote o ibrida. Lo smart working è concesso in media per il 37% delle ore lavorative totali, ovvero uno o due giorni su cinque. Il 49% del campione preferisce il lavoro agile, mentre il 42% predilige l’ufficio.

Tra i vantaggi principali del lavoro da casa, riferisce Adnkronos, il 77% degli intervistati segnala la riduzione dei tempi di spostamento, che mediamente ammontano a 41 minuti, e il 72% apprezza la diminuzione dei costi, stimati intorno ai 124 euro al mese tra viaggi e pranzi. Inoltre, il 64% riconosce una migliore gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.

Gli aspetti critici del lavoro da casa

Tuttavia, il lavoro da remoto presenta anche delle sfide. Il 59% degli intervistati segnala l’isolamento sociale, particolarmente sentito nel Nord Ovest, mentre il 58% evidenzia la sedentarietà e il 44% la difficoltà di separare il lavoro dalla vita privata. Inoltre, solo il 26% dei lavoratori dispone di una sedia ergonomica, il 14% di una scrivania ad altezza regolabile e l’11% di un poggiapiedi.

Incombenze domestiche e consumi energetici

Lavorare da casa permette di ottimizzare il tempo per le attività domestiche: l’89% degli intervistati sfrutta le pause per cucinare (66%), fare le faccende domestiche (45%), lavare i vestiti (44%) e guardare la televisione (29%). Tuttavia, il 49% nota un aumento dei consumi energetici con conseguenti costi più alti. Per ridurre questi consumi, il 59% utilizza lampadine a basso consumo, il 58% sfrutta maggiormente la luce naturale e il 44% spegne il computer quando non in uso.

Settimana corta, è un grande sì

L’indagine esplora anche l’idea della settimana lavorativa corta, sostenuta dall’80% degli intervistati. Tra coloro che hanno figli, il 66% li gestisce in autonomia o con l’aiuto dei nonni (24%), mentre solo l’11% si affida a baby-sitter o altri professionisti, con una spesa media di 115 euro al mese. Il 75% dei partecipanti ritiene che la settimana corta possa migliorare la gestione dei figli. Per quanto riguarda la cura degli anziani, il 35% degli italiani se ne occupa da solo, mentre il 65% si affida a supporti esterni. Tra questi, il 42% si appoggia ad altri familiari e il 34% a badanti o case di riposo, con una spesa media di 540 euro al mese. L’85% dei caregiver vede nella settimana corta un’opportunità per prendersi cura dei familiari con maggiore autonomia.

La settimana corta è percepita positivamente dal 72% del campione per migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata, dal 63% per la soddisfazione personale e dal 62% per il tempo di qualità con la famiglia e gli amici. Tuttavia, ci sono anche criticità come l’aumento del carico di lavoro durante i giorni lavorativi (51%), maggiore pressione e stress (37%) e problemi di coordinamento (27%).

Password: basta un minuto per compromettere quelle troppo semplici

La maggior parte delle password che utilizziamo non sono abbastanza ‘forti’, e possono essere compromesse facilmente tramite algoritmi di smart guessing. Nel mese di giugno 2024 un nuovo studio di Kaspersky ha analizzato 193 milioni di password su varie risorse darknet, ‘rubate’ nel dominio pubblico. E il 45% di tutte le password analizzate, 87 milioni, poteva essere indovinato dai cybercriminali entro un minuto. Solo il 23% delle combinazioni (44 milioni) si è rivelato abbastanza forte, tanto che servirebbe più di un anno per decifrarle.

Il 14% (27 milioni), invece, si decifra in un lasso di tempo che va da 1 minuto a 1 ora, l’8% (15 milioni) da 1 ora a 1 giorno, il 6% (12 milioni) da 1 giorno a 1 mese, e il 4% (8 milioni) da 1 mese a 1 anno.

Mai usare nomi, parole ricorrenti, combinazioni standard

Nel 2023 la telemetria di Kaspersky ha evidenziato oltre 32 milioni di tentativi di attacco agli utenti con password stealer. Questi numeri dimostrano l’importanza dell’igiene digitale e di policy adeguate in materia di password.
Di fatto, la maggior parte delle password esaminate a giugno 2024 (57%) contiene una parola del dizionario, il che ne riduce significativamente la forza. Tra le sequenze di vocaboli più popolari, si possono distinguere diversi gruppi: nomi, parole ricorrenti, e password standard.

L’analisi ha mostrato che solo il 19% di tutte le password contiene gli elementi di una combinazione forte e difficile da decifrare, ovvero, lettere minuscole e maiuscole, numeri e simboli e non contiene parole standard del dizionario. Allo stesso tempo, il 39% di queste password potrebbe essere indovinato con algoritmi intelligenti in meno di un’ora.

Non serve essere un genio informatico per decifrarle

L’aspetto più preoccupante è che gli aggressori non hanno bisogno di conoscenze approfondite o di attrezzature costose per decifrare le password.
Ad esempio, un potente processore di un computer portatile è in grado di trovare la combinazione corretta per una password di 8 lettere minuscole o cifre utilizzando la forza bruta in soli 7 minuti

Inoltre, le moderne schede video sono in grado di svolgere lo stesso compito in 17 secondi. E gli algoritmi intelligenti per indovinare le password considerano le sostituzioni di caratteri (‘e’ con ‘3’, ‘1’ con ‘!’ o ‘a’ con ‘@’) e le sequenze più diffuse (qwerty, 12345, asdfg).

Una sequenza casuale è la più affidabile

“Inconsciamente, gli esseri umani creano password ‘umane’, contenenti parole del dizionario nella loro lingua madre, con nomi e numeri, ecc. Anche le combinazioni apparentemente forti sono di rado completamente casuali, quindi possono essere indovinate dagli algoritmi – ha commentato Yuliya Novikova, Head of Digital Footprint Intelligence di Kaspersky -. Di conseguenza, la soluzione più affidabile è quella di generare una password casuale utilizzando password manager moderni e affidabili. Tali applicazioni sono in grado di memorizzare in modo sicuro grandi volumi di dati, fornendo una protezione completa ed efficace delle informazioni degli utenti”.

Dirigenti e C-suite executive, come affrontare le sfide della cybersecurity?

Quando si parla di cybersecurity, molti dirigenti, C-suite executive e responsabili IT si trovano spesso in difficoltà nel proteggere i dati e le informazioni più preziose delle loro aziende dagli attacchi informatici. Questo è quanto emerge da un nuovo report di Kaspersky, che rivela come, nonostante gli ingenti investimenti nell’IT da parte di aziende e PMI, quasi la metà (48%) dei dirigenti sia confusa dai termini base della cybersecurity come malware, phishing e ransomware. La mancanza di comprensione rappresenta il principale ostacolo per il management C-level nel comprendere e affrontare la sicurezza informatica.

Una materia estremamente complessa

Secondo Kaspersky, anche con costanti avvisi sulle minacce e crescenti investimenti nella difesa digitale, i dirigenti aziendali sono sopraffatti dalla complessità del dover proteggere le loro organizzazioni. Sebbene siano consapevoli dei pericoli, molti sottovalutano l’abilità e la costanza degli attori delle minacce nel penetrare nei loro sistemi. Una gestione poco chiara delle risorse e una strategia di difesa digitale inefficace fanno sì che molte aziende siano vulnerabili.

Il linguaggio tecnico è un ostacolo

Il report di Kaspersky evidenzia che il linguaggio tecnico rappresenta per i dirigenti un ostacolo significativo (48%) nel comprendere la cybersecurity. Altre sfide includono le limitazioni di budget (47%) e la formazione insufficiente (43%). “È fondamentale che i dirigenti riconoscano la difficile realtà della sicurezza informatica nell’era digitale di oggi”, afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky.

La mancanza di competenze informatiche

La carenza di competenze informatiche a livello globale influisce negativamente sulla capacità delle aziende di reagire alle minacce, con il 75% che considera questa lacuna un problema a lungo termine. Gli errori umani causano oltre il 10% degli incidenti informatici, con il 16% provocato dal personale, il 15% dai dipendenti IT e il 14% dai dirigenti IT. Violazioni intenzionali delle policy di sicurezza da parte dei dipendenti rappresentano più di un quarto (26%) di tutti gli incidenti degli ultimi due anni.

La cybersecurity checklist 

Kaspersky è all’avanguardia nello sviluppo di soluzioni di cybersecurity complete per affrontare le minacce in continua evoluzione. Il loro report “Enterprise cybersecurity and increasing threats in the era of AI: Do business leaders know what they are doing?” analizza le sfide di cybersecurity a livello globale, sottolineando la necessità di maggiore formazione per dirigenti e team di sicurezza IT.

Per affrontare queste sfide, Kaspersky raccomanda di investire nella formazione, attivando corsi di security awareness per ridurre il rischio di incidenti interni; di utilizzare servizi di threat intelligence; di valutare le competenze attraverso simulazioni e giochi interattivi; dotare i dipendenti di strumenti e conoscenze per contrastare efficacemente le minacce emergenti.

Conclusioni

Il report evidenzia la crescente necessità di soluzioni di protezione informatica automatizzate e flessibili. La formazione continua e l’adozione di tecnologie avanzate sono cruciali per migliorare la postura di sicurezza delle organizzazioni e proteggere efficacemente contro le minacce informatiche.

Internet sta scomparendo? Il fenomeno del Digital Decay

Internet è un archivio inimmaginabilmente vasto della vita moderna, con centinaia di miliardi di pagine web indicizzate. Ma un enorme numero di news e contenuti sta lentamente scomparendo dal web. Si tratta del digital decay, il fenomeno del decadimento digitale che si verifica in differenti ambiti online.

A partire da ottobre 2023, un quarto di tutte le pagine web esistenti tra il 2013 e il 2023 non è infatti più accessibile. Nella maggior parte dei casi è dovuto al fatto che una singola pagina è stata cancellata o rimossa da un sito web funzionante. Per i contenuti più vecchi, questa tendenza è ancora più forte. Circa il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 oggi non sono disponibili, al contrario, solo l’8% delle pagine create nel 2023 ha subito lo stesso destino, suggerendo una possibile evoluzione nelle tecnologie o nelle strategie di conservazione web.

Link a pagine fantasma

Il Pew Research Center di Washington ha esaminato un campione rappresentativo di pagine web esistite negli ultimi dieci anni per verificare quante siano ancora accessibili oggi.
Lo studio del Pew Research Center ha esaminato i collegamenti che compaiono sui siti web governativi e di notizie, nonché nella sezione ‘Riferimenti’ delle pagine di Wikipedia a partire dalla primavera 2023.

Quest’analisi ha rilevato che il 23% delle pagine web di notizie contiene almeno un collegamento interrotto, così come il 21% di pagine web da siti governativi. E il 54% delle pagine di Wikipedia contiene almeno un collegamento nella sezione Riferimenti che punta a una pagina che non esiste più.

Il decadimento digitale si manifesta anche sui social media

Durante la primavera del 2023 sulla piattaforma di social media X (nota come Twitter) è stato raccolto un campione di tweet in tempo reale e monitorato per i successivi tre mesi.
Di questo campione quasi un tweet su cinque non era più visibile pubblicamente sul sito pochi mesi dopo essere stato pubblicato.

Nel 60% di questi casi, l’account che originariamente aveva pubblicato il tweet è stato reso privato, sospeso o cancellato del tutto. Nel restante 40% il titolare dell’account ha cancellato il singolo tweet, anche se l’account esiste ancora.

Alcuni tweet scompaiono più spesso di altri

Oltre il 40% dei tweet scritti in turco o arabo non sono più visibili sul sito entro tre mesi dalla pubblicazione. E i tweet provenienti da account con le impostazioni predefinite del profilo hanno maggiori probabilità di scomparire dalla vista del pubblico.

Secondo il Pew Research Center, questi risultati sottolineano l’importanza di sviluppare strategie più robuste per la conservazione dei contenuti digitali, specialmente considerando il loro ruolo fondamentale come depositari della storia moderna e come risorse educative e informative.
Il fenomeno del digital decay, riporta Adnkronos, pone sfide significative per l’archiviazione digitale e la memoria collettiva online, spingendo a riflessioni sulla durabilità e l’accessibilità a lungo termine dei contenuti digitali.

Intelligenza Artificiale e social network, cosa ne pensano gli italiani?

Intelligenza Artificiale, social media, online… sono tutte definizioni che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Ma cosa ne sanno in merito gli italiani? E che giudizi ne danno? A queste domande ha risposto una sezione del 36 Rapporto Italia di Eurispes, recentemente presentato.

AI, la conoscenza è… scarsa

Attraverso una serie di domande mirate, è stato possibile delineare un’immagine delle opinioni degli italiani sull’Intelligenza Artificiale (AI). È emerso che il grado di informazione su questa tecnologia è decisamente scarso. Infatti, solo il 33,9% degli italiani ha una vaga idea di che cosa sia l’Intelligenza Artificiale, mentre una quota simile, il 31,9%, afferma di non saperne nulla. Tra coloro che si considerano informati, prevalgono quanti affermano di saperne abbastanza (25%), mentre solo uno su dieci dichiara di essere molto informato sull’argomento (9,2%).

Percezione e utilizzo dell’AI

La maggioranza di chi ha dichiarato di conoscere in qualche misura l’Intelligenza Artificiale afferma però di non averla mai provata (53,9%). Nonostante ciò, il giudizio sull’AI è generalmente positivo (65,8%). Gli italiani credono che sia una tecnologia controllabile (54,1%) ma pericolosa (57,4%) e che si sostituirà all’uomo (54,2%). Meno condivisa è l’opinione che ci pentiremo di averla creata (47,6%).

Chi ha provato ad utilizzare l’AI lo ha fatto principalmente per curiosità (72,4%) e per motivi di svago o gioco (63,7%). Inoltre, il 46% l’ha utilizzata per lavoro e il 41,5% per motivi di studio, dimostrando un interesse variegato nei confronti delle applicazioni pratiche di questa tecnologia.

Bocciati invece i Social Network

I giudizi sui Social Network sono invece severi. Gli italiani ritengono che favoriscano la diffusione di fake news (78,3%), alimentino il cyberbullismo (73,3%) e diffondano modelli di comportamento sbagliati (72,3%). Inoltre, si crede che favoriscano l’espressione dell’aggressività e della violenza verbale (69,5%), e il 66,1% è convinto che danneggino la vita sociale.

Esperienze negative sui Social

Circa un intervistato su cinque è stato vittima di aggressività o ingiurie sui Social o in Rete (21,3%) e di truffe informatiche (20,7%). Il 18% ha visto violata la propria privacy, mentre il 17,7% ha subito inganni a opera di identità false. Il furto di identità ha colpito il 14,9% degli intervistati, il 14% ha subito cyber stalking e l’8,1% è stato vittima di revenge porn.

Conclusioni

In sintesi, mentre l’Intelligenza Artificiale suscita opinioni contrastanti tra gli italiani, con un generale ottimismo mitigato da preoccupazioni per la sicurezza e l’etica, i Social Network sono percepiti in maniera molto più negativa, principalmente a causa dei rischi associati alla privacy e alla sicurezza personale.

Viaggiare sostenibile? Una passione, qualche perplessità

I viaggi sostenibili sono importanti: lo affermano l’83% dei viaggiatori. Tuttavia, se il 45% riconosce l’importanza di viaggiare in modo sostenibile, non è questa comunque la priorità durante la pianificazione o la prenotazione di un viaggio. Inoltre, il 33% pensa che i danni siano già stati fatti e che sia troppo tardi per cambiare rotta. E c’è un 25% che non vede il cambiamento climatico come una minaccia seria.

È quanto risulta da una ricerca condotta da Booking.com su oltre 31.000 viaggiatori in 34 paesi e territori. I risultati, sebbene rivelino costante interesse e in merito alla sostenibilità dei viaggi, evidenziano anche una crescente stanchezza e disillusione tra i viaggiatori.

I sensi di colpa di chi non viaggia green

In ogni caso, il 75% dei viaggiatori globali intende viaggiare in modo più sostenibile nei prossimi 12 mesi. E se il 43% prova sensi di colpa quando effettua scelte di viaggio meno sostenibili, il 32% è motivato dalla convinzione che sia la cosa giusta da fare.

Tuttavia, sono parecchi gli ostacoli lungo il percorso. Il 28% è stanco di sentir parlare del cambiamento climatico, mentre un altro 28% ritiene che la sostenibilità sia un lusso che non ci si può permettere durante il (poco) tempo prezioso concesso al viaggio.

La volontà diffusa di fare meglio e di più

Questo senso di disillusione potrebbe ostacolare gli sforzi di un’industria del viaggio più sostenibile. Ma non tutto è perduto. Il 71% vuole lasciare i luoghi che visita in uno stato migliore di come li ha trovati, mentre il 45% crede di avere il potenziale per contrastare gli impatti sociali dei viaggi.

Ma cosa pensano gli italiani? Il 92% considera la sostenibilità una priorità quando ci si imbarca in una nuova avventura, ma il 29% pensa che sia troppo tardi per fare la differenza, e il 24% non considera il cambiamento climatico come una questione urgente.
Detto questo, l’80% si impegna comunque a viaggiare in modo più sostenibile nei prossimi 12 mesi, con un senso di colpa che accompagna le scelte meno eco-friendly (54%).

Il valore aggiunto della consapevolezza

Ma non è solo questione di buone intenzioni. Nel 2024 esistono anche destinazioni che si distinguono per le pratiche sostenibili, offrendo l’opportunità di fare la differenza.
I viaggiatori che fanno scelte più consapevoli riconoscono il valore aggiunto delle esperienze di viaggio sostenibili: il 62% sente di offrire la versione migliore di sé, e il 67% è ispirato a essere più sostenibile nella vita quotidiana.

Il 44% dei viaggiatori ritiene poi che i governi detengano il potere maggiore per contrastare l’impatto economico dei viaggi, e il 43% pensa che i fornitori di servizi abbiano la chiave per contrastare l’impatto ambientale.

Meta lancia la funzione di cross-posting tra Instagram e Threads

È l’ultima novità di Meta: una funzione che permetterà agli utenti di Instagram e Threads di postare immagini su Instagram e contemporaneamente, caricarle anche su Threads.

Insomma, Threads, il servizio di microblogging nato per competere con X, la ex Twitter, sta esplorando la possibilità di integrare il cross-posting con Instagram. Una nuova funzionalità che potrebbe rafforzare ulteriormente le interazioni tra i due servizi di Meta. Ma poiché al momento è ancora in fase di test, l’opzione non è disponibile per tutti gli utenti, che dovranno attivarla manualmente. Al momento non è chiaro se l’impostazione rimarrà attiva anche per i post futuri.

Toh, c’è una nuova opzione nelle impostazioni dell’account

Di fatto, secondo TechCrunch, il blog americano di informazione tecnologica, alcuni utenti di Instagram hanno notato una nuova opzione nelle impostazioni dei loro account, che permette appunto il cross-posting verso Threads tramite un interruttore interno al menu.

Quando verrà lanciata a livello globale, la funzione di cross-posting sarà disponibile per un numero ristretto di utenti, e solo nel corso del tempo verrà allargata a tutti. Ma sarà comunque limitata unicamente alla condivisione di immagini.

Niente video per l’app concorrente di X

A quanto pare, quindi, gli utenti dovranno caricare manualmente i loro video su Threads, nonostante il cross-posting sia abilitato sul loro account Instagram.

Per quanto possa sembrare insolita, la mossa di Meta non stupisce. Considerando che Instagram sta diventando una piattaforma sempre più dedicata ai contenuti video, la compagnia sta cercando di rendere Threads il ‘luogo’ destinato a ospitare le foto dei suoi utenti. Un po’come lo era Instagram all’inizio della carriera.

Allo stesso tempo, è innegabile che Meta stia cercando di fare quanto è possibile per ampliare il pubblico del nuovo social, che lo scorso mese ha superato il record dei 150 milioni di utenti attivi mensili, si legge su Wired.

Niente hashtag, ma arriva la condivisione con Facebook

Un aspetto interessante riguarda le didascalie. Postare un’immagine da Instagram a Threads comporterà infatti l’utilizzo automatico della didascalia come testo per il post su Threads.
Tuttavia, Threads non supporta l’uso di hashtag con il simbolo del cancelletto (#) come invece accade per Instagram.
Pertanto, si prevede che gli hashtag nella didascalia cross-postata verranno rimossi automaticamente.

Ma oltre al test sulla funzionalità di cross-posting, Threads sta sperimentando altre novità, come l’archiviazione automatica dei vecchi post e l’introduzione di risultati di ricerca in tempo reale per alcuni utenti. Inoltre, riporta Adnkronos, è stato lanciato un nuovo strumento che permette di salvare bozze, scattare foto direttamente dall’app e condividere contenuti e storie su Facebook. In particolare, sfruttando una funzionalità simile al tool di cross-posting già esistente per il social network.

Italia, l’e-commerce B2C cresce ancora: Arredamento, Auto e Food i settori più performanti

Continua a crescere il giro d’affari degli acquisti online, anche nel nostro Paese. Nel corso del 2024 in Italia, infatti, lo shopping sul web di prodotti registrerà un aumento del +6%, raggiungendo i 38,6 miliardi di euro. Alcuni settori più di altri rivelano una decisa dinamicità. Ad esempio i comparti come Arredamento e Home Living, Auto e Ricambi, e Food & Grocery mostrano una crescita superiore alla media, mentre Beauty, Informatica ed Elettronica di Consumo, Abbigliamento registrano una crescita in linea con il settore. L’Editoria rimane stazionaria.

La penetrazione dell’e-commerce sul totale del Retail è all’11%

La penetrazione dell’e-commerce sul totale degli acquisti Retail rimane stabile all’11%, rispetto al 2023. I dati sono emersi dall’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano. Secondo Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il numero di aziende italiane con un proprio sito e-commerce è pari a 88.000. La maggior parte si trova in Lombardia, Lazio e Campania. Tuttavia, solo il 24,5% delle aziende con un sito e-commerce ha un grado di internazionalizzazione alto o medio-alto.

Nuove tecnologie sempre più avanzate

L’online sta sperimentando tecnologie avanzate per migliorare l’esperienza utente, come l’omnicanalità e l’Extended Reality. Le spedizioni eCommerce nel primo trimestre del 2024 sono aumentate del 13,5% rispetto all’anno precedente, con Fashion & Sport, Informatica ed Elettronica di Consumo, e Health & Beauty in testa.

Cosa influenza gli acquisti on line e quali i metodi di pagamento

Secondo l’Osservatorio Netcomm, oltre un terzo delle decisioni di acquisto offline è influenzato dai touchpoint digitali, mentre il negozio fisico orienta il 25% degli acquisti online. La maggior parte degli acquisti online viene saldata al momento dell’ordine, con l’utilizzo crescente di Digital Wallet e carte prepagate.

In sintesi, il mercato dell’eCommerce in Italia continua a crescere, con un’attenzione crescente verso l’internazionalizzazione e l’adozione di tecnologie innovative per migliorare l’esperienza del consumatore.

I settori più performanti del 2024

Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm, prevede che nel 2024 il mercato eCommerce B2C crescerà del +6%. I settori più performanti saranno Arredamento e Home Living, Auto e Ricambi, e Food & Grocery.

I costi dei conti correnti? In aumento, specie per i giovani

Un’analisi condotta da Altroconsumo ha rivelato che i costi dei conti correnti in Italia sono in aumento, con particolare impatto su diverse categorie di clienti. Tra i giovani under 35, il costo medio è cresciuto del 30%, con un esborso annuo medio di 95 euro, segnando la fine delle politiche a favore di questa fascia d’età. Anche le famiglie hanno visto aumentare i costi del conto corrente del 9%, mentre per i pensionati l’aumento è del 6%.

La ricerca si è focalizzata nel periodo compreso tra il 31 gennaio 2023 e il 15 marzo 2024, con l’obiettivo di comprendere come siano variati, mediamente, i costi dei conti correnti con operazioni a sportello e online.

La “colpa” dei rincari sarebbe dell’inflazione

Le banche, nonostante la stagnazione dei tassi di interesse attivi e il mantenimento a zero della remunerazione dei risparmi, hanno giustificato gli aumenti con l’inflazione, contando sulla fedeltà dei clienti. Tuttavia, nonostante una riduzione temporanea dell’inflazione, i costi dei conti correnti sono continuati ad aumentare.

Il confronto dei prezzi

Per aiutare i consumatori a valutare la convenienza dei conti correnti, Altroconsumo fornisce uno strumento di “Riepilogo annuale delle spese” e un servizio online per individuare le opzioni più convenienti.

Tra i conti tradizionali per giovani, il migliore è il Conto Bancoposta Opzione Start Giovani di Poste Italiane, con un costo annuo di 35,25 euro. Per i conti online, il Conto BBVA di BBVA è il più conveniente, con un costo pari a 0 euro.

Il conto a misura di famiglia

Anche per le famiglie, il Conto Mps Mio – Plus di Monte dei Paschi di Siena è tra i migliori conti tradizionali, con un costo di 92,60 euro. Tra i conti online, il Conto BBVA di BBVA rimane il migliore, senza alcun costo annuo.

La soluzione per gli over

Per i pensionati, il Conto MPS Mio – Plus di Monte dei Paschi di Siena risulta il più conveniente tra i conti tradizionali, con un costo di 86,60 euro. Tra i conti online, il Conto BBVA di BBVA rimane il più vantaggioso, senza alcun costo annuo.

Complessivamente, i costi dei conti correnti online sono aumentati del 4,95% per le famiglie e del 4,49% per i pensionati, evidenziando una tendenza generale all’aumento dei costi bancari nel periodo considerato.

Scontrino perso? Ecco come far valere la garanzia

Niente scontrino, niente garanzia. O no? Parola dell’Unione nazionale consumatori: il Codice del consumo non fa espresso riferimento all’esibizione dello scontrino come requisito necessario per l’esercizio del diritto di garanzia, ma richiede semplicemente di dimostrare la data dell’acquisto.
Può capitare di comprare un prodotto difettoso, voler far valere la garanzia, ma rendersi conto che lo scontrino è scolorito o addirittura perso.

Ma l’unico scenario possibile non è recarsi in negozio e implorare il venditore. Per esercitare il diritto di garanzia nei confronti del venditore, il Codice del consumo (articolo 128 e seguenti) considera sufficiente dimostrare di aver acquistato il prodotto presso il rivenditore a cui il consumatore si rivolge. Non oltre, però, due anni dalla consegna del prodotto, o un anno per acquisti con fattura.

Non c’è scusa che tenga

La giurisprudenza afferma che il consumatore, per dimostrare l’acquisto, possa utilizzare anche mezzi probatori documentali o orali che consentano di dimostrare che il bene sia stato acquistato presso il rivenditore e in data certa.
Si possono utilizzare le ricevute di bancomat o carta di credito, la testimonianza di una persona presente al momento dell’acquisto, il libretto di garanzia firmato dal venditore, la registrazione dell’acquisto sulla carta fedeltà.

Insomma, non c’è scusa che tenga: il rifiuto verbale dell’addetto alle vendite, la presenza di una clausola contenuta nel contratto d’acquisto o nelle condizioni di vendita limitativa dell’esercizio del diritto di garanzia, l’esibizione di un cartello in negozio che obbliga a presentare lo scontrino e altre situazioni simili non hanno alcun valore.

La prova d’acquisto più comoda è comunque lo scontrino

Chiarito che lo scontrino non è necessario per ottenere la garanzia e che quindi, anche se mancante o scolorito, non condiziona l’esercizio del diritto, bisogna però anche riconoscere che è la più comoda prova d’acquisto da fornire al commerciante.

Lo scontrino, infatti, è il documento fiscale che viene rilasciato dal venditore al momento dell’acquisto e contiene una serie elementi utili ad attestare in maniera immediata l’effettuazione di una spesa (con tutti gli elementi temporali della transazione, i riferimenti dell’esercente, il numero seriale, il codice prodotto).
Per questo è utile organizzarsi per conservarlo seguendo semplici regole.

Le regole per conservarlo

In via precauzionale si consiglia sempre di fotografare, fotocopiare o scannerizzare lo scontrino in modo che sia conservato anche su un supporto digitale. Queste soluzioni, riporta Adnkronos, sono utili perché lo scontrino è generalmente stampato su carta termica che tende a scolorire in breve tempo. Si possono inoltre utilizzare applicazioni ad hoc per la sua archiviazione (meno consigliabile è affidarsi a servizi offerti a pagamento da molte catene per la sua conservazione).

Nel caso in cui sia oramai scolorito, esistono anche alcuni tutorial per far ravvivare il colore, a volte basta anche un ferro da stiro.