Curiosità, economia, tecnologia.

Dalla campagna al mercato globale: il caso di una start-up agricola italiana che ha cambiato gioco

Negli ultimi anni l’ecosistema delle start-up italiane ha dimostrato una capacità crescente di trasformare settori tradizionali grazie a tecnologia, reti locali e modelli di business innovativi. Il racconto che segue esamina il caso di una giovane impresa italiana nel settore agri-tech che, partendo da una cooperazione territoriale, ha raggiunto scala europea: una traccia utile per imprenditori, investitori e policy maker che vogliono capire come valorizzare il patrimonio produttivo nazionale.

Contesto: l’agricoltura italiana è frammentata ma ricca di competenze. La presenza di piccole aziende familiari, prodotti a denominazione e filiere corte crea opportunità di differenziazione, ma impone anche la sfida della digitalizzazione. Negli ultimi cinque anni si è diffusa una nuova generazione di start-up che coniuga Internet of Things (IoT), analytics e modelli di piattaforma per migliorare resa, qualità e accesso ai mercati. La start-up qui analizzata — che chiameremo Verdéa — è nata nella valle di un distretto agricolo del Nord Italia ed è diventata un esempio di scaling sostenibile.

Analisi: Verdéa ha sviluppato una soluzione integrata per monitoraggio ambientale e supply chain digitale rivolta a piccoli produttori di ortofrutta. Il prodotto combina sensori low-cost che misurano umidità del suolo, temperatura e stress delle colture con un’app che suggerisce interventi agronomici basati su algoritmi di machine learning. Il modello di business è ibrido: hardware in abbonamento (IoT-as-a-Service), software SaaS per la gestione operativa e una piattaforma marketplace che mette in contatto produttori e buyer esteri.

I punti chiave del successo di Verdéa sono stati tre. Primo: la cooperazione con le realtà locali. Verdéa ha stipulato accordi con cooperative e consorzi per testare le tecnologie su varietà locali e per offrire formazione agli agricoltori, riducendo la barriera all’adozione. Secondo: il focus sulla qualità dei dati e la loro interpretazione. Ridurre l’incertezza agronomica ha permesso di aumentare le rese del 15–30% nei campi pilota e di migliorare gli standard qualitativi richiesti dai mercati di fascia alta. Terzo: l’integrazione verticale della filiera digitale. Tramite la piattaforma marketplace, Verdéa ha aiutato i produttori a ottenere prezzi migliori e contratti di fornitura diretta con catene internazionali e distributori specializzati.

Finanziamento e crescita. Verdéa ha seguito la traiettoria tipica di molte scale-up italiane: round seed con business angel locali, un primo seed di equity accompagnato da un bando pubblico regionale per innovazione, e un series A che ha attratto un fondo di venture capital specializzato in agri-tech. L’uso combinato di capitali privati e finanziamenti europei ha accelerato lo sviluppo del prodotto e l’espansione in altri paesi dell’Unione, dove la compatibilità normativa e la domanda per prodotti tracciabili hanno favorito il roll-out.

Ostacoli incontrati. Nonostante i risultati, Verdéa ha dovuto affrontare problemi ricorrenti: lentezza nella scalabilità del personale tecnico, complessità burocratiche per i test in campo, e difficoltà di accesso a capitale di rischio in fasi successive rispetto a quanto avviene in altri hub europei. Inoltre, la formazione degli agricoltori e la creazione di fiducia nei confronti delle tecnologie digitali hanno richiesto investimenti in comunicazione e supporto post-vendita.

Esempi comparativi. Altri casi europei mostrano approcci complementari: alcune start-up puntano sul licensing della tecnologia a grandi aziende agroindustriali, altre su partnership con retailer per la tracciabilità. Il valore aggiunto del modello come quello di Verdéa sta nell’equilibrio tra impatto locale (migliori pratiche agricole, reddito per piccoli produttori) e ambizione internazionale (accesso a mercati premium e scalabilità della piattaforma digitale).

Implicazioni future: cosa possiamo imparare dal caso Verdéa? Prima, la centralità delle reti locali: coop, università e enti locali possono essere moltiplicatori di valore se integrati nel progetto d’innovazione. Seconda, l’importanza di modelli di business ibridi che combinano hardware, software e servizi. Questo mix permette entrate ricorrenti e relazioni durature con i clienti. Terza, la necessità di politiche pubbliche più efficaci per ridurre il time-to-market delle innovazioni in campo, sostenere programmi di capacity building e facilitare l’accesso a capitale di crescita.

Per il sistema Italia, la lezione è chiara: valorizzare le nostre filiere tradizionali con tecnologia e reti può creare imprese competitive a livello globale. Per investitori e imprenditori, il consiglio è puntare su progetti che integrino impatto locale e scalabilità digitale. Infine, per i policy maker, è utile promuovere strumenti che riducano la frammentazione della domanda, incentivino la collaborazione pubblico-privata e facilitino l’adozione di tecnologie in agricoltura, settore nel quale l’Italia può diventare laboratorio europeo di innovazione sostenibile.

Tra debito e transizione: come rilanciare la crescita strutturale dell’economia italiana

Il dibattito sull’economia italiana torna a interrogarsi su una domanda semplice ma cruciale: come trasformare la stagnazione cronica in crescita sostenibile? Dopo anni di riprese deboli, pressioni inflazionistiche contenute e un quadro esterno incerto, il sistema Paese si trova a un bivio tra l’impiego strategico delle risorse — in particolare dei fondi europei — e la necessità di riforme strutturali per aumentare produttività e occupazione.

Introduzione — Contesto
L’Italia convive da decenni con un rapporto debito/Pil tra i più alti dell’Eurozona, un tasso di crescita potenziale contenuto e differenziali regionali marcati. Negli ultimi anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha mobilitato risorse senza precedenti, mentre imprese e banche hanno mostrato segnali di resilienza: l’export continua a essere un pilastro fondamentale e il tessuto di piccole e medie imprese (PMI) mantiene un peso rilevante nell’occupazione. Tuttavia, indicatori come la bassa spesa in ricerca e sviluppo, il gap digitale in molte imprese e l’invecchiamento demografico rappresentano nodi che ostacolano un salto produttivo.

Analisi — Dati ed esempi
Sul fronte macro, il rapporto debito/Pil rimane superiore al 130-140%: un peso che limita manovre fiscali espansive e impone rigore nella qualità della spesa pubblica. La crescita del Pil, negli ultimi cicli congiunturali, è stata debole: le stime indicano tassi annui medi inferiori a quelli della media UE, elemento che riduce la capacità di ridurre il rapporto debito nel medio periodo. Allo stesso tempo, il saldo commerciale italiano resta positivo grazie a settori tradizionali come moda, agroalimentare, meccanica e automotive, che beneficiano ancora della forza del “Made in Italy”.

La fragilità principale è strutturale: la produttività per addetto è stagnante rispetto ai partner europei. L’Italia investe meno in R&S (intorno all’1,3–1,5% del Pil) rispetto alla media UE, e la quota di imprese che adottano tecnologie Industry 4.0 resta limitata tra le PMI. Esempi concreti emergono nelle filiere industriali: distretti manifatturieri del Nord accelerano con digitalizzazione e export, mentre molte imprese del Mezzogiorno faticano ad accedere a capitale e competenze.

Un altro fattore critico è la transizione energetica: il caro energia del 2022–2023 ha spinto molte aziende a rivedere i costi operativi, accelerando investimenti in efficienza e fonti rinnovabili, spesso grazie a strumenti pubblici. Queste scelte rappresentano sia un costo a breve termine sia un’opportunità competitiva sul medio-lungo periodo. Infine, il mercato del lavoro mostra segnali di miglioramento, ma permangono rigidità e un mismatch fra competenze richieste e quelle disponibili sul territorio.

Implicazioni future
La strada per rilanciare la crescita italiana passa per tre direttrici principali. Primo: qualità della spesa pubblica. Non basta distribuire risorse; è necessario monitorare impatti, accelerare cantierizzazione e orientare investimenti verso capitale umano, digitalizzazione e infrastrutture verdi. Secondo: politiche industriali mirate. Supportare l’aggregazione delle PMI, favorire investimenti in R&S e semplificare l’accesso al credito per progetti di innovazione aumenterà la resilienza delle filiere produttive.

Terzo: capitale umano e riforme del mercato del lavoro. Investimenti formativi, apprendistato e politiche attive devono ridurre il mismatch e aumentare l’occupabilità dei giovani e dei lavoratori over 50. Sul fronte demografico, politiche a sostegno della natalità e dell’inclusione femminile nel mercato del lavoro avranno impatti rilevanti nel lungo termine.

Inoltre, la transizione energetica rappresenta sia il banco di prova che l’opportunità più grande: accelerare il passaggio alle rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica degli stabilimenti e incentivare la mobilità sostenibile possono abbassare i costi, creare nuovi segmenti di crescita e rendere le imprese italiane più competitive a livello globale.

Conclusione
L’Italia ha risorse e punti di forza reali: un tessuto di imprese capace di innovazione, un export specializzato e una posizione strategica nel mercato europeo. Tuttavia, senza una governance della spesa efficace, investimenti in capitale umano e una politica industriale moderna, il Paese rischia di restare intrappolato in una crescita moderata. Le prossime decisioni politiche e imprenditoriali determineranno se l’Italia saprà convertire le sfide in opportunità di sviluppo sostenibile e inclusivo.

Mercato del lavoro 2026, l’intelligenza artificiale è la skill più richiesta

Il lavoro sta cambiando. Non è una frase fatta: basta dare un’occhiata alla prima edizione italiana di “Skills on the Rise”, l’analisi pubblicata da LinkedIn e diffusa da LinkedIn Notizie, per capire che non siamo davanti a una moda passeggera.
Secondo “Competenze in Crescita 2026”, l’intelligenza artificiale è oggi la skill più richiesta in quattro delle cinque principali funzioni aziendali monitorate. Vendite, Formazione, Sviluppo Business e Information Technology la mettono in cima alla lista. Nell’Ingegneria è seconda, ma il messaggio è identico: l’IA non è più un reparto tecnico, è diventata un pezzo del lavoro quotidiano.

Michele Pierri, responsabile di LinkedIn Notizie Italia, parla di un mercato che accelera di continuo, spinto da una trasformazione tecnologica che attraversa tutti i settori. Che si stia cercando un nuovo impiego o si stia pensando a una svolta professionale, riferisce Adnkronos, orientarsi tra queste competenze non è più un optional, è una necessità.

Non solo algoritmi: il valore delle competenze umane

La parte più interessante, però, è un’altra. Perché mentre l’intelligenza artificiale galoppa, le competenze umane non arretrano affatto. Anzi.
Oggi sono fondamentali comunicazione efficace, ascolto attivo, capacità di gestire conflitti e lavorare in ambienti interculturali. In un mondo dove l’IA può analizzare dati in pochi secondi, ciò che fa la differenza è il modo in cui quei dati vengono interpretati, raccontati, trasformati in decisioni.

Nelle funzioni commerciali e di sviluppo business cresce l’attenzione per l’analisi statistica e per la valutazione del ROI. L’IA supporta, suggerisce scenari, velocizza i processi. Ma il giudizio finale, quello che conta davvero, resta umano.
Olga Farreras Casado, career expert di LinkedIn Italia, lo dice con chiarezza: le carriere non seguono più linee rette. Oggi contano meno i titoli sulla carta e molto di più le competenze aggiornate. L’AI literacy, la familiarità con l’intelligenza artificiale, non è più una nicchia per specialisti: è una competenza trasversale che apre porte in quasi ogni funzione aziendale.

Ogni settore trova la sua strada

Nel mondo IT l’IA si affianca a linguaggi di programmazione, gestione dei dati e sicurezza digitale. Nella Formazione cresce l’integrazione tra strumenti digitali e progettazione e-learning. In Ingegneria si parla sempre più di system architecture e soluzioni SaaS.

La ricerca si basa sull’analisi delle competenze acquisite dagli iscritti e sul loro peso nelle assunzioni tra dicembre 2024 e novembre 2025. Il quadro che emerge è semplice e, in fondo, anche un po’ liberatorio: il profilo professionale non è più statico, ma un percorso in movimento.

Digital Content: un mercato maturo, AI megatrend nella relazione con l’utente

Dopo l’accelerazione post-pandemica il mercato Digital Content entra in una fase di consolidamento, dove il consumo si stabilizza e diventa più consapevole e la competizione tra piattaforme si gioca sempre più sulla capacità di interessare l’utente.
L’AI diviene il principale fattore di trasformazione, soprattutto nei processi produttivi, la discovery dei contenuti e la relazione con l’utente.

È uno scenario che riflette una crescente consapevolezza del consumatore, che non considera più i contenuti digitali una novità, ma una componente ordinaria del proprio tempo libero, tanto che il 96% degli internet user fruisce di almeno un contenuto digitale, (71% a pagamento).
Emerge dall’Osservatorio Digital Content del Politecnico di Milano.

Nel 2025 la spesa sfiora 4 miliardi

Nel 2025 la spesa degli italiani in contenuti digitali d’informazione e intrattenimento sfiora 4 miliardi di euro (+3%), trainata in larga parte dall’aumento dei prezzi medi degli abbonamenti più che da un reale aumento della domanda.
La gestione del portafoglio di abbonamenti e del tempo dedicato alla fruizione diventa sempre più razionale, e di fronte a un’offerta sempre più ricca e frammentata prende piede il fenomeno della subscription fatigue.

Per rispondere a questa pressione, le piattaforme hanno rivisto le strategie di prezzo e comunicazione, sperimentando modelli ibridi e ampliando l’offerta con bundle e partnership.
Questo, in un contesto dove i quattro comparti che compongono il mercato evolvono a ritmi differenti. Il video si conferma il segmento più rilevante (circa 44% della spesa complessiva), mentre l’audio è il più dinamico (+8% ), anche sul fronte advertising. Informazione ed eBook crescono più lentamente (+3%, 5%) e il gaming (42%) entra in una fase di rallentamento.

La leva tecnologica di trasformazione del settore

In un mercato che rallenta la sua espansione sul fronte dei consumi, è la tecnologia a introdurre elementi di discontinuità. L’AI si conferma il principale megatrend capace di ridisegnare l’intera filiera dei contenuti digitali, anche se il suo impatto non è ancora pienamente stabilizzato.

L’AI generativa, affiancata all’intervento umano, consente di automatizzare alcune fasi del processo creativo, ma apre anche interrogativi cruciali sulla tutela della creatività, sulla trasparenza verso gli utenti e sulla convivenza tra contenuti reali e sintetici.
In questo contesto, la qualità e l’originalità del contenuto diventano elementi distintivi fondamentali per emergere in un’offerta sempre più ampia.

Discovery, algoritmi e nuovi touchpoint

Un altro ambito sul quale l’AI ha un forte impatto è quello della discovery dei contenuti. Personalizzazione, metadatazione nativa e interpretazione istantanea dei dati rendono l’AI uno strumento chiave per aiutare l’utente a orientarsi in cataloghi sempre più complessi.

Cambiano anche i touchpoint iniziali di accesso: la ricerca non passa più solo dai motori tradizionali, ma sempre più spesso da ambienti conversazionali come ChatGPT o Google AI Mode, in cui l’utente riceve risposte dirette che talora sostituiscono la fruizione del contenuto stesso o non permettono l’approfondimento sulle piattaforme di distribuzione.
Questo impone agli operatori una revisione delle strategie di visibilità e posizionamento, con il passaggio dalla SEO alla GEO (Generative Engine Optimization).

Lavoro e carriere: nel 2026 al centro AI, sostenibilità, trasparenza retributiva

Il 2026 sarà un anno di mutamento qualitativo delle competenze richieste dalle aziende, che non cercheranno più solo specialisti, ma figure ibride capaci di governare la tecnologia con una visione di business orientata all’etica e al benessere.
Secondo i dati della nuova Salary survey 2026 di Michael Page, il futuro delle carriere sarà plasmato da tre vettori fondamentali: l’integrazione pervasiva dell’AI, l’urgenza della sostenibilità (Esg) e l’adeguamento alla normativa europea sulla trasparenza retributiva.

“Il 2026 mette al centro una doppia evoluzione: quella delle competenze e quella delle retribuzioni. Per restare competitive nell’attrazione dei talenti, oggi le aziende devono superare il vecchio concetto di stipendio – precisa Tomaso Mainini, AD di Michael Page – per abbracciare strategie di talent retention basate su flessibilità, valori condivisi e trasparenza”.

Direttiva UE: indicare le retribuzioni negli annunci

Uno dei punti centrali riguarda l’impatto della nuova direttiva UE sulla trasparenza salariale, che imporrà alle aziende di indicare le fasce retributive già negli annunci di lavoro, eliminando così le zone d’ombra nelle negoziazioni.

A oggi, la strada però è ancora in salita. La survey rileva che il 66% delle aziende italiane non dispone ancora di una struttura salariale trasparente e di reporting sul pay gap. E il 32% dei dipendenti percepisce ancora un divario retributivo di genere.“Le aziende dovranno quindi rendere accessibili criteri per aumenti di stipendio, promozioni e livelli aziendali.
In questo modo, verranno gettate le basi per “la creazione di un asset strategico per attrarre e trattenere i migliori talenti attraverso la fiducia, la trasparenza e un modello organizzativo maturo”, precisa Mainini.

Finance, un settore chiave

Oggi il settore Finance è il cuore pulsante della strategia aziendale: guida la trasformazione, anticipa i rischi, costruisce valore e protegge il futuro.

Mentre private equity, AI e nuove normative accelerano la trasformazione, le aziende del settore devono farsi trovare pronte, e i professionisti devono aggiornare le proprie competenze per cogliere le opportunità che arriveranno.
Il 2026 non sarà un anno di transizione, sarà un anno di svolta. La domanda si sposta su profili ibridi, come controller esperti in analisi di dataset complessi, contabili con forti skill digitali e CFO capaci di agire come partner strategici del business.

Green energy e construction e Sales

Tra gli settori chiave del 2026, l’energia, le costruzioni e le vendite.
Con la crescente domanda di energia, riporta Adnkronos, l’Italia rimane un territorio ricco di opportunità di lavoro e carriera, soprattutto per gli specialisti del fotovoltaico e dell’eolico.
Non mancano occasioni anche per profili in ambito produzione di cantiere, come direttori e capi cantiere, o all’interno dell’ufficio tecnico, in particolare nel reparto gare.

Per le vendite il focus sarà sulla customer experience. Si registra un picco di richieste nel settore del retail e l’hospitality. La spinta nasce dalla necessità di gestire canali di vendita digitali e di rafforzare la fidelizzazione del cliente in contesti altamente competitivi.

AI: in Italia cresce del 50% toccando 1,8 miliardi di euro nel 2025  

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano nel 2025 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, +50% rispetto al 2024.
Il 46% del mercato è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning.

Tra le soluzioni, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi detengono la quota più importante (39%, in particolare, applicazioni GenAI sulla knowledge base aziendale), seguiti da sistemi di Data Exploration, Prediction&Optimization (30%), generazione/analisi di immagini, video/audio (16%), Recommendation Systems (11% ), Process Orchestration e Agentic AI (4%).

La diffusione tra grandi imprese e Pmi

Le aziende italiane che offrono soluzioni e servizi di AI sono 1010, mentre le 135 startup finanziate negli ultimi 5 anni propongono principalmente soluzioni verticali soprattutto per i settori Healthcare e Fintech.
Nel 2025 il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di AI (nel 2024 erano il 59%) e il 60% conta almeno un’iniziativa progettuale di GenAI.
Tuttavia, solo per una grande impresa su cinque la pervasività dell’AI è buona in diverse funzioni aziendali.

I casi d’uso più diffusi riguardano i chatbot conversazionali per supporto clienti e assistenza agli operatori e soluzioni di Intelligent Document Processing. Le funzioni più coinvolte, ICT, Customer Service, Business Development&Sales e Production&Operations.
Tra le Pmi, la diffusione delle sperimentazioni scende al 15% delle medie imprese e al 7% delle piccole. Ma il 20% del totale sta valutando di attivare progetti nel breve periodo.

Un italiano su due la usa al lavoro

In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda, e tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui li hanno utilizzati.

Se l’impatto sul tempo non è poi così radicale, ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze: nel 2025 cresce del 93% il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono skill di AI. Tanto che nel 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono competenze di AI tra i requisiti per candidarsi.

La governance artificiale

Solo una ristretta minoranza di imprese italiane però è davvero pronta nella gestione e compliance dell’AI. Tra le grandi imprese, appena il 9% ha una governance strutturata dell’Intelligenza artificiale, con responsabilità delineate e allineamento delle iniziative con i principi etici e gli obiettivi aziendali.
Una fetta consistente (54%), invece, si sta muovendo per strutturare una governance centralizzata.

Quanto agli adempimenti previsti dall’AI Act, oltre un’azienda su due ha avviato iniziative di alfabetizzazione. Ma solo il 15% ha in corso un progetto strutturato di adeguamento, già integrato con altre normative applicabili.

Intelligenza artificiale e urbanistica: quando le app disegnano le città

Succede senza che ce ne accorgiamo. Cerchiamo “un posto carino per cena”, seguiamo il percorso suggerito, ci fidiamo delle stelline. Alla fine della giornata pensiamo di aver scelto liberamente. E invece, passo dopo passo, qualcuno – o qualcosa – ha deciso con noi. Anzi, prima di noi.

Una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning, prova a raccontare proprio questo: come l’intelligenza artificiale non stia solo influenzando i nostri spostamenti, ma stia lentamente cambiando il modo in cui le città funzionano.

Un meccanismo che si autoalimenta

Il punto non è demonizzare le app. Sono comode, spesso utilissime. Il punto è capire cosa succede dopo. Un algoritmo suggerisce un luogo, una persona ci va, lascia una traccia digitale, e quella traccia diventa la base per il prossimo suggerimento. Il ciclo si ripete, si rafforza, prende forma.

Luca Pappalardo, del Cnr-Isti di Pisa, lo spiega chiaramente: non interessa sapere quanto sia “bravo” un sistema di raccomandazione. La vera domanda è un’altra: che tipo di città produce nel tempo? Perché quando milioni di scelte individuali seguono logiche simili, l’effetto collettivo diventa enorme.

“Vincono” sempre gli stessi posti

A livello personale, l’intelligenza artificiale sembra ampliarci gli orizzonti. Ci propone alternative, ci invita a esplorare. Ma osservando la città dall’alto, il disegno cambia. Secondo lo studio, nel lungo periodo le raccomandazioni tendono a concentrare persone e attività sempre negli stessi luoghi.

Alcuni quartieri diventano calamite, altri restano ai margini. Non perché siano meno interessanti, ma perché non entrano nel circuito dei suggerimenti. È una nuova forma di disuguaglianza urbana, silenziosa e difficile da vedere, ma molto concreta.

Simulare la città per capire dove stiamo andando

Per studiare questi effetti, i ricercatori hanno creato un simulatore capace di riprodurre il dialogo continuo tra esseri umani e algoritmi. Un modello che osserva cosa succede quando le scelte non sono più isolate, ma si accumulano nel tempo.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale Superiore, parla di un cambio di sguardo: i sistemi di raccomandazione non vanno più analizzati solo come strumenti tecnologici. Marco Minici, del Cnr-Icar, fa un passo in più: l’algoritmo è ormai un attore urbano, che influisce su equilibri sociali, accessibilità e opportunità.
La ricerca non lancia allarmi, ma invita a prendere coscienza. Se le città vengono anche “guidate” dagli algoritmi, allora progettarli non è solo una questione tecnica, ma anche culturale.

Second Hand: cosa hanno comprato e venduto sul web gli italiani nel 2025?

Tra tecnologia, intrattenimento e lifestyle, il mercato dell’usato è sempre più dinamico e consapevole.
Il 2026 è ufficialmente iniziato e come da tradizione, oltre a stilare i buoni propositi per l’anno nuovo, si guarda all’anno passato per capire cosa ha funzionato e cosa meno.

E proprio come YouTube, la famosa piattaforma musicale che ogni anno racconta le abitudini dei suoi utenti, anche Wallapop, la piattaforma per la compravendita di prodotti second hand, ha analizzato i dati del 2025 per scoprire quali sono stati gli oggetti più comprati e venduti e quali categorie hanno registrato la maggiore crescita nel suo personale Wrapped 2025.

I più desiderati iPhone, Nintendo Switch, bamboline Monster High

Tra gli oggetti di seconda mano più venduti su Wallapop nel 2025 al primo posto si confermano gli iPhone, un’opportunità concreta sia per chi vuole risparmiare sia per chi vuole passare al nuovo modello, e ottenere un guadagno utile per finanziarne l’acquisto.

Al secondo posto si posiziona la Nintendo Switch, che grazie alla sua versatilità e alla possibilità di coinvolgere giocatori di tutte le età, risulta protagonista indiscussa del mondo gaming anche nell’anno passato.
Al terzo posto, per i più nostalgici, ci sono poi le bamboline Monster High.

Tecnologia e gaming le più cercate

Chiudono la classifica dei Top 4 gli orologi, sempre apprezzati sia come accessori di stile sia come oggetti che nel tempo acquistano valore.
Per quanto riguarda gli articoli più cercati, la classifica vede ancora una volta protagonisti gli iPhone e la Nintendo Switch, confermando l’interesse costante degli utenti verso la tecnologia e il gaming.

Al terzo posto si posiziona però la PS5, una delle console più amate, che continua ad attirare l’attenzione degli utenti per la grande quantità di giochi di cui dispone.

Non solo Tech, anche Moda e Casa

Comprare e vendere su piattaforme di second hand si conferma quindi una scelta concreta e sostenibile, che sempre più persone scelgono di adottare. L’usato per molti infatti rappresenta un modello di consumo più responsabile perché contribuisce allo sviluppo di un’economia circolare.
Tra le categorie che hanno visto una crescita maggiore nel 2025, al primo posto non sorprende trovare Tecnologia ed Elettronica, trainate dalla continua evoluzione dei dispositivi e dalla crescente attenzione verso il tech second hand.

Ma dopo i prodotti tech si posizionano Moda e Accessori, una categoria sempre più centrale per chi sceglie uno stile consapevole senza rinunciare alle tendenze.
Per finire, anche Casa e Giardino, categoria che riflette il desiderio di rinnovare e personalizzare gli spazi domestici con soluzioni sostenibili e accessibili.

GenAI e hyperscale guidano la nuova domanda di storage

La diffusione dell’AI generativa, l’aumento dei dati ad alto valore e la rapida evoluzione degli ambienti cloud, enterprise e di sorveglianza stanno accelerando la domanda di soluzioni di archiviazione di dati sempre più capienti ed efficienti.
Secondo le previsioni di IDC, il fabbisogno globale di archiviazione dei dati raggiungerà circa 20.000 exabyte entro il 2029, quasi il doppio rispetto alla capacità richiesta nel 2025.

Secondo Toshiba Electronics Europe nel 2026 il principale motore della domanda di storage sarà la crescita esplosiva dei workload di AI, affiancata dalla continua espansione del cloud computing e dell’IoT. Ma secondo TrendForce, la carenza di HDD nearline ha portato a tempi di consegna che vanno da poche settimane a un anno.

Enormi volumi di dati richiedono infrastrutture affidabili e scalabili

I grandi volumi di dati generati dai modelli di AI generativa e agentica stanno producendo enormi volumi di dati che richiedono infrastrutture affidabili e scalabili per essere archiviati, elaborati e conservati sia per esigenze normative sia per finalità analitiche.

Le applicazioni di AI si basano su enormi volumi di dati, con gli SSD che gestiscono l’elaborazione e gli HDD l’archiviazione.
Nei data center, HDD e SSD hanno infatti ruoli complementari. Gli SSD garantiscono prestazioni elevate per carichi di lavoro intensivi, mentre gli HDD, più economici per terabyte, sono ideali per l’archiviazione su larga scala.

Nel 2026 gli HDD rappresenteranno il 68% della capacità totale disponibile

Gli HDD continuano a dominare il mercato e sono in continua evoluzione
Nonostante la continua innovazione, Gartner prevede che entro il 2026 gli HDD rappresenteranno il 68% della capacità totale disponibile e la maggior parte saranno HDD nearline da 3,5 pollici ad alta capacità, realizzati su misura per le esigenze dei data center cloud e aziendali.

Contemporaneamente Toshiba continua a investire nelle attività di ricerca e sviluppo per fornire unità con capacità superiori, maggiore efficienza energetica e affidabilità. Recentemente, Toshiba ha testato la tecnologia di impilamento a 12 piatti con Microwave-Assisted Magnetic Recording (MAMR), che consentirà la realizzazione di HDD da 40TB nel formato da 3,5 pollici entro il 2027.

Sostenibilità ed efficienza energetica

In un settore sempre più attento all’impatto ambientale dei data center, Toshiba continua a investire in soluzioni ad alta efficienza energetica. Gli HDD enterprise riempiti a elio riducono attrito, calore e consumi, migliorando il rapporto watt/terabyte e contribuendo a soluzioni più sostenibili.

L’HDD Innovation Lab di Toshiba svolge un ruolo chiave nel supportare partner e clienti fornendo servizi di benchmarking e analisi energetica, ottimizzando le configurazioni di archiviazione in termini di prestazioni ed efficienza energetica. Recenti report di laboratorio dimostrano che i moderni sistemi HDD possono ridurre il consumo energetico attivo sotto a 600W per JBOD a 60 alloggiamenti, con un raffreddamento efficiente e un throughput elevato.

Intelligenza artificiale: quali sono gli europei che la utilizzano di più?

Fino a poco tempo fa sembrava una tecnologia lontanissima. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale generativa è entrata nella vita quotidiana di milioni di europei. Senza far troppo rumore,  la nuova tecnologia è già presente, eccome. E i numeri aiutano a capirlo.

Nel 2025, il 32,7% dei cittadini dell’Unione europea tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato almeno uno strumento di IA generativa. Un dato che segna un passaggio importante: l’intelligenza artificiale è oggi uno strumento a disposizione di tutti.

La si usa principalmente per motivi personali

L’uso principale dell’intelligenza artificiale, almeno per ora, resta legato alla sfera personale. Un europeo su quattro dichiara di utilizzarla per esigenze “spicciole”: scrivere un testo, chiarire un dubbio, tradurre una frase, organizzare idee. Piccole cose, spesso, che però fanno risparmiare tempo.

L’impiego sul lavoro riguarda il 15,1% della popolazione, mentre l’utilizzo nell’istruzione si ferma al 9,4%. Segno che l’IA è ancora più uno strumento “domestico” che strutturato.

Il Nord Europa è sempre… avanti

Ci sono però differenze importanti fra i vari Paesi dell’Unione Europea. E, come spesso accade in altri ambiti, i Paesi del Nord sono decisamente “avanti”. In Danimarca quasi una persona su due ha già fatto esperienza con strumenti di intelligenza artificiale generativa. Valori simili si registrano in Estonia e a Malta. Paesi accomunati da una forte spinta sull’innovazione digitale.

Nei Paesi del Sud e dell’Est, invece, l’approccio è più prudente. In Romania, Italia e Bulgaria le percentuali restano sotto la media europea. Nel nostro Paese, ad esempio, meno di due persone su dieci dichiarano di aver utilizzato l’IA nel 2025. Non è solo una questione di accesso alla tecnologia, ma anche di fiducia, abitudini e cultura digitale.

Una trasformazione inesorabile

I dati diffusi da Eurostat, basati sulle statistiche sull’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle famiglie e tra gli individui, raccontano una trasformazione che procede senza grandi scosse, ma con continuità. L’intelligenza artificiale generativa non ha ancora conquistato tutti, e probabilmente non lo farà in modo uniforme.

Eppure, come spesso accade con le innovazioni tecnologiche, il vero cambiamento potrebbe arrivare quando smetteremo di parlarne come di qualcosa di nuovo. Quando l’IA diventerà semplicemente uno strumento in più, come già accaduto in passato.