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AI: in Italia cresce del 50% toccando 1,8 miliardi di euro nel 2025  

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano nel 2025 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, +50% rispetto al 2024.
Il 46% del mercato è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning.

Tra le soluzioni, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi detengono la quota più importante (39%, in particolare, applicazioni GenAI sulla knowledge base aziendale), seguiti da sistemi di Data Exploration, Prediction&Optimization (30%), generazione/analisi di immagini, video/audio (16%), Recommendation Systems (11% ), Process Orchestration e Agentic AI (4%).

La diffusione tra grandi imprese e Pmi

Le aziende italiane che offrono soluzioni e servizi di AI sono 1010, mentre le 135 startup finanziate negli ultimi 5 anni propongono principalmente soluzioni verticali soprattutto per i settori Healthcare e Fintech.
Nel 2025 il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di AI (nel 2024 erano il 59%) e il 60% conta almeno un’iniziativa progettuale di GenAI.
Tuttavia, solo per una grande impresa su cinque la pervasività dell’AI è buona in diverse funzioni aziendali.

I casi d’uso più diffusi riguardano i chatbot conversazionali per supporto clienti e assistenza agli operatori e soluzioni di Intelligent Document Processing. Le funzioni più coinvolte, ICT, Customer Service, Business Development&Sales e Production&Operations.
Tra le Pmi, la diffusione delle sperimentazioni scende al 15% delle medie imprese e al 7% delle piccole. Ma il 20% del totale sta valutando di attivare progetti nel breve periodo.

Un italiano su due la usa al lavoro

In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda, e tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui li hanno utilizzati.

Se l’impatto sul tempo non è poi così radicale, ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze: nel 2025 cresce del 93% il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono skill di AI. Tanto che nel 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono competenze di AI tra i requisiti per candidarsi.

La governance artificiale

Solo una ristretta minoranza di imprese italiane però è davvero pronta nella gestione e compliance dell’AI. Tra le grandi imprese, appena il 9% ha una governance strutturata dell’Intelligenza artificiale, con responsabilità delineate e allineamento delle iniziative con i principi etici e gli obiettivi aziendali.
Una fetta consistente (54%), invece, si sta muovendo per strutturare una governance centralizzata.

Quanto agli adempimenti previsti dall’AI Act, oltre un’azienda su due ha avviato iniziative di alfabetizzazione. Ma solo il 15% ha in corso un progetto strutturato di adeguamento, già integrato con altre normative applicabili.

Intelligenza artificiale e urbanistica: quando le app disegnano le città

Succede senza che ce ne accorgiamo. Cerchiamo “un posto carino per cena”, seguiamo il percorso suggerito, ci fidiamo delle stelline. Alla fine della giornata pensiamo di aver scelto liberamente. E invece, passo dopo passo, qualcuno – o qualcosa – ha deciso con noi. Anzi, prima di noi.

Una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning, prova a raccontare proprio questo: come l’intelligenza artificiale non stia solo influenzando i nostri spostamenti, ma stia lentamente cambiando il modo in cui le città funzionano.

Un meccanismo che si autoalimenta

Il punto non è demonizzare le app. Sono comode, spesso utilissime. Il punto è capire cosa succede dopo. Un algoritmo suggerisce un luogo, una persona ci va, lascia una traccia digitale, e quella traccia diventa la base per il prossimo suggerimento. Il ciclo si ripete, si rafforza, prende forma.

Luca Pappalardo, del Cnr-Isti di Pisa, lo spiega chiaramente: non interessa sapere quanto sia “bravo” un sistema di raccomandazione. La vera domanda è un’altra: che tipo di città produce nel tempo? Perché quando milioni di scelte individuali seguono logiche simili, l’effetto collettivo diventa enorme.

“Vincono” sempre gli stessi posti

A livello personale, l’intelligenza artificiale sembra ampliarci gli orizzonti. Ci propone alternative, ci invita a esplorare. Ma osservando la città dall’alto, il disegno cambia. Secondo lo studio, nel lungo periodo le raccomandazioni tendono a concentrare persone e attività sempre negli stessi luoghi.

Alcuni quartieri diventano calamite, altri restano ai margini. Non perché siano meno interessanti, ma perché non entrano nel circuito dei suggerimenti. È una nuova forma di disuguaglianza urbana, silenziosa e difficile da vedere, ma molto concreta.

Simulare la città per capire dove stiamo andando

Per studiare questi effetti, i ricercatori hanno creato un simulatore capace di riprodurre il dialogo continuo tra esseri umani e algoritmi. Un modello che osserva cosa succede quando le scelte non sono più isolate, ma si accumulano nel tempo.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale Superiore, parla di un cambio di sguardo: i sistemi di raccomandazione non vanno più analizzati solo come strumenti tecnologici. Marco Minici, del Cnr-Icar, fa un passo in più: l’algoritmo è ormai un attore urbano, che influisce su equilibri sociali, accessibilità e opportunità.
La ricerca non lancia allarmi, ma invita a prendere coscienza. Se le città vengono anche “guidate” dagli algoritmi, allora progettarli non è solo una questione tecnica, ma anche culturale.

Second Hand: cosa hanno comprato e venduto sul web gli italiani nel 2025?

Tra tecnologia, intrattenimento e lifestyle, il mercato dell’usato è sempre più dinamico e consapevole.
Il 2026 è ufficialmente iniziato e come da tradizione, oltre a stilare i buoni propositi per l’anno nuovo, si guarda all’anno passato per capire cosa ha funzionato e cosa meno.

E proprio come YouTube, la famosa piattaforma musicale che ogni anno racconta le abitudini dei suoi utenti, anche Wallapop, la piattaforma per la compravendita di prodotti second hand, ha analizzato i dati del 2025 per scoprire quali sono stati gli oggetti più comprati e venduti e quali categorie hanno registrato la maggiore crescita nel suo personale Wrapped 2025.

I più desiderati iPhone, Nintendo Switch, bamboline Monster High

Tra gli oggetti di seconda mano più venduti su Wallapop nel 2025 al primo posto si confermano gli iPhone, un’opportunità concreta sia per chi vuole risparmiare sia per chi vuole passare al nuovo modello, e ottenere un guadagno utile per finanziarne l’acquisto.

Al secondo posto si posiziona la Nintendo Switch, che grazie alla sua versatilità e alla possibilità di coinvolgere giocatori di tutte le età, risulta protagonista indiscussa del mondo gaming anche nell’anno passato.
Al terzo posto, per i più nostalgici, ci sono poi le bamboline Monster High.

Tecnologia e gaming le più cercate

Chiudono la classifica dei Top 4 gli orologi, sempre apprezzati sia come accessori di stile sia come oggetti che nel tempo acquistano valore.
Per quanto riguarda gli articoli più cercati, la classifica vede ancora una volta protagonisti gli iPhone e la Nintendo Switch, confermando l’interesse costante degli utenti verso la tecnologia e il gaming.

Al terzo posto si posiziona però la PS5, una delle console più amate, che continua ad attirare l’attenzione degli utenti per la grande quantità di giochi di cui dispone.

Non solo Tech, anche Moda e Casa

Comprare e vendere su piattaforme di second hand si conferma quindi una scelta concreta e sostenibile, che sempre più persone scelgono di adottare. L’usato per molti infatti rappresenta un modello di consumo più responsabile perché contribuisce allo sviluppo di un’economia circolare.
Tra le categorie che hanno visto una crescita maggiore nel 2025, al primo posto non sorprende trovare Tecnologia ed Elettronica, trainate dalla continua evoluzione dei dispositivi e dalla crescente attenzione verso il tech second hand.

Ma dopo i prodotti tech si posizionano Moda e Accessori, una categoria sempre più centrale per chi sceglie uno stile consapevole senza rinunciare alle tendenze.
Per finire, anche Casa e Giardino, categoria che riflette il desiderio di rinnovare e personalizzare gli spazi domestici con soluzioni sostenibili e accessibili.

GenAI e hyperscale guidano la nuova domanda di storage

La diffusione dell’AI generativa, l’aumento dei dati ad alto valore e la rapida evoluzione degli ambienti cloud, enterprise e di sorveglianza stanno accelerando la domanda di soluzioni di archiviazione di dati sempre più capienti ed efficienti.
Secondo le previsioni di IDC, il fabbisogno globale di archiviazione dei dati raggiungerà circa 20.000 exabyte entro il 2029, quasi il doppio rispetto alla capacità richiesta nel 2025.

Secondo Toshiba Electronics Europe nel 2026 il principale motore della domanda di storage sarà la crescita esplosiva dei workload di AI, affiancata dalla continua espansione del cloud computing e dell’IoT. Ma secondo TrendForce, la carenza di HDD nearline ha portato a tempi di consegna che vanno da poche settimane a un anno.

Enormi volumi di dati richiedono infrastrutture affidabili e scalabili

I grandi volumi di dati generati dai modelli di AI generativa e agentica stanno producendo enormi volumi di dati che richiedono infrastrutture affidabili e scalabili per essere archiviati, elaborati e conservati sia per esigenze normative sia per finalità analitiche.

Le applicazioni di AI si basano su enormi volumi di dati, con gli SSD che gestiscono l’elaborazione e gli HDD l’archiviazione.
Nei data center, HDD e SSD hanno infatti ruoli complementari. Gli SSD garantiscono prestazioni elevate per carichi di lavoro intensivi, mentre gli HDD, più economici per terabyte, sono ideali per l’archiviazione su larga scala.

Nel 2026 gli HDD rappresenteranno il 68% della capacità totale disponibile

Gli HDD continuano a dominare il mercato e sono in continua evoluzione
Nonostante la continua innovazione, Gartner prevede che entro il 2026 gli HDD rappresenteranno il 68% della capacità totale disponibile e la maggior parte saranno HDD nearline da 3,5 pollici ad alta capacità, realizzati su misura per le esigenze dei data center cloud e aziendali.

Contemporaneamente Toshiba continua a investire nelle attività di ricerca e sviluppo per fornire unità con capacità superiori, maggiore efficienza energetica e affidabilità. Recentemente, Toshiba ha testato la tecnologia di impilamento a 12 piatti con Microwave-Assisted Magnetic Recording (MAMR), che consentirà la realizzazione di HDD da 40TB nel formato da 3,5 pollici entro il 2027.

Sostenibilità ed efficienza energetica

In un settore sempre più attento all’impatto ambientale dei data center, Toshiba continua a investire in soluzioni ad alta efficienza energetica. Gli HDD enterprise riempiti a elio riducono attrito, calore e consumi, migliorando il rapporto watt/terabyte e contribuendo a soluzioni più sostenibili.

L’HDD Innovation Lab di Toshiba svolge un ruolo chiave nel supportare partner e clienti fornendo servizi di benchmarking e analisi energetica, ottimizzando le configurazioni di archiviazione in termini di prestazioni ed efficienza energetica. Recenti report di laboratorio dimostrano che i moderni sistemi HDD possono ridurre il consumo energetico attivo sotto a 600W per JBOD a 60 alloggiamenti, con un raffreddamento efficiente e un throughput elevato.

Intelligenza artificiale: quali sono gli europei che la utilizzano di più?

Fino a poco tempo fa sembrava una tecnologia lontanissima. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale generativa è entrata nella vita quotidiana di milioni di europei. Senza far troppo rumore,  la nuova tecnologia è già presente, eccome. E i numeri aiutano a capirlo.

Nel 2025, il 32,7% dei cittadini dell’Unione europea tra i 16 e i 74 anni ha utilizzato almeno uno strumento di IA generativa. Un dato che segna un passaggio importante: l’intelligenza artificiale è oggi uno strumento a disposizione di tutti.

La si usa principalmente per motivi personali

L’uso principale dell’intelligenza artificiale, almeno per ora, resta legato alla sfera personale. Un europeo su quattro dichiara di utilizzarla per esigenze “spicciole”: scrivere un testo, chiarire un dubbio, tradurre una frase, organizzare idee. Piccole cose, spesso, che però fanno risparmiare tempo.

L’impiego sul lavoro riguarda il 15,1% della popolazione, mentre l’utilizzo nell’istruzione si ferma al 9,4%. Segno che l’IA è ancora più uno strumento “domestico” che strutturato.

Il Nord Europa è sempre… avanti

Ci sono però differenze importanti fra i vari Paesi dell’Unione Europea. E, come spesso accade in altri ambiti, i Paesi del Nord sono decisamente “avanti”. In Danimarca quasi una persona su due ha già fatto esperienza con strumenti di intelligenza artificiale generativa. Valori simili si registrano in Estonia e a Malta. Paesi accomunati da una forte spinta sull’innovazione digitale.

Nei Paesi del Sud e dell’Est, invece, l’approccio è più prudente. In Romania, Italia e Bulgaria le percentuali restano sotto la media europea. Nel nostro Paese, ad esempio, meno di due persone su dieci dichiarano di aver utilizzato l’IA nel 2025. Non è solo una questione di accesso alla tecnologia, ma anche di fiducia, abitudini e cultura digitale.

Una trasformazione inesorabile

I dati diffusi da Eurostat, basati sulle statistiche sull’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle famiglie e tra gli individui, raccontano una trasformazione che procede senza grandi scosse, ma con continuità. L’intelligenza artificiale generativa non ha ancora conquistato tutti, e probabilmente non lo farà in modo uniforme.

Eppure, come spesso accade con le innovazioni tecnologiche, il vero cambiamento potrebbe arrivare quando smetteremo di parlarne come di qualcosa di nuovo. Quando l’IA diventerà semplicemente uno strumento in più, come già accaduto in passato.

Il digitale nel 2035: i futuri possibili

Parlare di futuro digitale non significa fare previsioni guardando nella sfera di cristallo, ma provare a leggere i segnali già presenti. È questo l’approccio del Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano, che durante il convegno “Digital Envisioning 2025” ha delineato tre possibili scenari per il 2035.
Tre immagini diverse dello stesso domani, costruite a partire dai grandi cambiamenti tecnologici già in atto.

L’armonia tecnologica: quando il digitale lavora per tutti

Nel primo scenario, il più ottimistico, il digitale diventa una sorta di infrastruttura silenziosa che sostiene la società. L’intelligenza artificiale è diffusa, ma non invadente; le infrastrutture di calcolo sono robuste, sostenibili e sotto controllo pubblico; i sistemi dialogano tra loro senza attriti.

La tecnologia non è più un privilegio per pochi, ma una leva condivisa di crescita economica e sociale. È un futuro in cui innovazione e democrazia riescono a camminare insieme, anche se restano aperte questioni delicate sul rapporto tra autonomia delle macchine e responsabilità umana.

Un mondo digitale diviso in compartimenti

C’è poi uno scenario più prudente, quello della frammentazione. In questo caso, gli Stati investono molto in capacità computazionale, dati e sicurezza, ma lo fanno in ordine sparso. Il risultato è un mondo digitale spezzato in aree regionali che faticano a parlarsi.

Ogni sistema funziona bene al proprio interno, ma la mancanza di standard comuni rallenta l’innovazione globale e alimenta nuove tensioni geopolitiche. Un digitale efficiente, sì, ma meno aperto e più costoso.

Quando il cambiamento si ferma

Il terzo scenario è quello che nessuno auspica, ma che non si può ignorare. Qui il futuro assomiglia troppo al presente: poche grandi piattaforme concentrano potere e risorse, l’ecosistema resta fragile e l’innovazione procede a piccoli passi. Il digitale continua a crescere, ma senza incidere davvero sulle disuguaglianze e sulla competitività del sistema economico.

È il rischio dell’abitudine, del rimandare decisioni che invece andrebbero prese oggi.

Le forze che stanno già plasmando il domani

Alla base di questi scenari ci sono 19 megatrend individuati dal Center for Digital Envisioning insieme agli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management.
Tra i più rilevanti emergono il ruolo strategico della potenza di calcolo, l’evoluzione dei dati verso modelli sempre più complessi, un web più collaborativo e un’intelligenza artificiale che da strumento diventa partner decisionale.

Non spettatori, ma protagonisti

“Guardare avanti è indispensabile”, sottolinea Valeria Portale, direttrice del Center. E come ricorda Luca Gastaldi, responsabile scientifico, molti segnali del futuro sono già visibili oggi negli investimenti delle grandi aziende e nella spinta delle startup.
Il punto non è indovinare come sarà il 2035, ma arrivarci preparati, scegliendo ora che ruolo vogliamo avere nel digitale che verrà.

Fintech & Insurtech: a fine anno in Italia 485 startup, ricavi +29%

Nei primi dieci mesi del 2025 le Fintech e Insurtech italiane hanno raccolto complessivamente 202 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, -19% rispetto al 2024. Ma le realtà esistenti rafforzano la propria posizione: ricavi in crescita, maggiore solidità finanziaria e migliore capacità di adattamento all’evoluzione competitiva.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, a fine anno si contano 485 startup attive, in diminuzione rispetto alle 596 del 2024, tra qualche nuova apertura, alcune chiusure e numerose M&A.
Crescono però i ricavi. Il valore mediano previsto per il 2025 è 700.000 euro, in aumento rispetto ai 500.000 euro del 2024 (+29%) e i 350.000 euro del 2023 (+50%).

Il 42% è in fase di ricerca del capitale

A confermarsi è anche la profittabilità. Il 46% ha già raggiunto il break-even, in linea con il 44% del 2024.
Per il 44% delle startup italiane Fintech e Insurtech la principale sfida per la crescita è nel trovare il funding.
Il 42% è in fase di ricerca attiva di capitale, ma il mercato è fortemente polarizzato. Da un lato, il 9% ricerca grandi round, superiori ai 5 milioni di euro, per rafforzare la crescita, e in prospettiva diventare unicorno.

Dall’altro, il 63%, punta a chiuderne quanto prima uno inferiore ai 2 milioni, per completare lo sviluppo del prodotto e rafforzare gli sforzi commerciali.
Il sentiment comunque è positivo. Il 62% guarda con ottimismo ai prossimi 12 mesi e il 73% ai prossimi tre anni.

Un mercato ancora italo-centrico

Oggi solo il 32% delle Fintech e Insurtech serve almeno un altro Paese europeo, e solo il 2% dei ricavi è realizzato fuori dall’Italia. L’internazionalizzazione però è considerata un driver strategico. Il 79% delle startup in futuro intende aprire anche all’estero.

Nel settore si afferma poi l’AI, ormai centrale per elaborare rapidamente grandi volumi di dati, con il 51% delle realtà che usa l’AI di tipo analitico (Machine Learning e Big Data Analytics), e il 41% la GenerativeAI.

Come gestire le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI?

“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura e integrata del sistema finanziario. E il contesto del 2025 ne è la prova: da un lato gli operatori tradizionali sono tornati protagonisti, forti di una marginalità ai massimi storici, e hanno ripreso in mano le redini del gioco, dall’altro l’ecosistema dell’innovazione vive un’intensa e necessaria fase di assestamento. Questo scenario alimenta un mercato dinamico in cui gli incumbent fanno ‘spesa’ di tecnologia e talento, mentre le startup più mature trovano nell’acquisizione una via strategica per lo scaling up – spiega Marco Giorgino, Responsabile Scientifico Osservatorio -. La sfida per la competitività del sistema sarà gestire il potere e le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI, all’interno di un perimetro normativo che è al tempo stesso abilitatore e vincolo”.

Amazon: cosa hanno chiesto gli italiani ad Alexa nel 2025?

In questo periodo le richieste ad Alexa, l’assistente vocale di Amazon, hanno alternato grandi domande e bisogni quotidiani. E Amazon svela quelle più frequenti nel 2025, fotografando un’ampia varietà di argomenti di tendenza che in Italia hanno caratterizzato l’anno.

Alexa è sempre pronta ad aiutare, e anche quest’anno è stata al fianco dei milioni di utenti italiani che ogni giorno le rivolgono le domande più disparate, dallo spazio ai fornelli, dal gossip allo sport fino alla musica.

Dalla Torre Eiffel a dove vive Babbo Natale

Da un lato, lo sguardo si è alzato verso il cielo e la curiosità si è posata sulle misure che raccontano il mondo: “Quanto dista la Luna dalla Terra?”, “Quanto è alta la Torre Eiffel?” e “Quante persone popolano la Terra?”. Dall’altro, l’attenzione si è spostata sulla vita di tutti i giorni, con domande come “Per quanto tempo cuocere un uovo sodo?”

Sul fronte dell’attualità economica, gli italiani hanno chiesto “Qual è il valore di Bitcoin?”, e a completare il quadro, l’immaginario magico tipico della stagione invernale: “Dove vive Babbo Natale?”.

Le celebrità sono sempre al centro dell’attenzione

In cima alla classifica delle domande più ricorrenti sui personaggi famosi, sull’onda della conduzione dell’ultima edizione del Festival della canzone italiana spicca “Quanto è alto Carlo Conti?”, o “Con chi è sposato Jeff Bezos?” per il matrimonio celebrato proprio quest’anno in Italia, o ancora, “Qual è il patrimonio netto di Elon Musk?”, protagonista abituale delle cronache tra tecnologia e finanza.

Le celebrità sono sempre al centro dell’attenzione, cantanti come Marcella Bella, dopo il grande ritorno sul palco di Sanremo, attrici e attori come Eleonora Giorgi e Roberto Benigni, e volti noti della TV come Michelle Hunziker rientrano tra i protagonisti delle domande più richiesti.

Musica e sport, Cuoricini e Cristiano Ronaldo

Sul fronte musicale, Olly debutta direttamente al primo posto come artista più ascoltato tramite Alexa e Amazon Music, mentre Cuoricini, dell’ormai ex duo Coma Cose, è il brano più richiesto dell’anno, non a caso uno dei tormentoni più amati del 2025.
Chiude il quadro il mondo dei podcast. A guidare è La Zanzara, appuntamento quotidiano che intercetta dibattiti e attualità.

Passando dalla musica allo sport, le domande sul calcio sono le più gettonate, seguite da quelle che riguardano la Formula 1 e il tennis.
L’attenzione degli utenti si è inoltre concentrata su alcuni dei grandi protagonisti della scena calcistica, alla ricerca di curiosità e informazioni, con Cristiano Ronaldo e Lionel Messi in testa.

Dottor AI: come cambia la salute al tempo del chatbot

Negli ultimi anni il modo in cui cerchiamo e condividiamo informazioni sulla salute ha subito una vera rivoluzione. Accanto agli influencer che popolano da tempo i social, è comparso un nuovo protagonista, capace di attirare curiosità equalche preoccupazione: l’Intelligenza Artificiale.

Una ricerca condotta per “Influenze – L’etica del contagio”, progetto di Fattore Mamma e Honboard insieme all’Università Cattolica di Milano, fotografa questo cambiamento, monitorando come AI e health influencer stiano modificando opinioni e scelte legate al benessere personale. Lo studio ha coinvolto un campione di persone tra i 18 e i 54 anni e oltre 200 medici, offrendo così un doppio sguardo, dal lato di chi cerca risposte e da quello di chi ogni giorno le fornisce.

Gli italiani consultano l’AI, ma poi chiedono al medico

La ricerca mostra un dato ormai evidente: l’AI è diventata il primo sportello informativo per oltre metà degli italiani tra i 18 e i 54 anni. C’è chi la interpella per un dubbio improvviso, chi per capire sintomi che preoccupano e chi per semplice curiosità. Le sue risposte, rapide e ordinate, risultano assai comode – tanto da farla percepire come una specie di “super-consulente” virtuale.

Eppure, nonostante questa familiarità i8n aumento, la fiducia non è totale. Prima di cambiare terapie fai-da-te, adottare nuovi comportamenti o prendere decisioni delicate, molti sentono ancora il bisogno di una verifica umana: un medico, un consulto professionale, un sito istituzionale.
Accanto all’AI, gli influencer medici continuano a svolgere un ruolo riconosciuto. Il 63% degli intervistati segue almeno un profilo specializzato: segno che, anche online, il timone resta nelle mani di chi può offrire competenza e responsabilità.

Pazienti più informati e nuove opportunità in ambulatorio

Se ci si sposta dall’altra parte della scrivania, troviamo professionisti sanitari che con l’AI hanno già iniziato a fare i conti. Due su tre la usano nella vita quotidiana e più della metà anche nel lavoro clinico, soprattutto per aggiornarsi, cercare articoli scientifici o avere un supporto nella fase diagnostica.

Non mancano però dubbi e cautele: verificare l’affidabilità delle risposte non è sempre semplice e molti temono errori, bias o possibili problemi legali. A questo si aggiunge un fenomeno sempre più frequente: i pazienti “iper-informati”, che arrivano alla visita dopo aver interrogato AI e social.
Situazione che richiede tempo, diplomazia e competenze nuove.
Non a caso, oltre il 75% dei medici chiede percorsi formativi dedicati all’AI: non solo per capirne i meccanismi, ma per governarla con consapevolezza, trasformandola in un alleato e non in un rischio.

Perché tanti giovani finiscono a cercare un impiego nel dark web

C’è un mondo parallelo, nascosto dietro pochi clic, dove si cercano e si offrono lavori come in un normale portale di annunci. Solo che lì, nel dark web, “normale” non è quasi nulla.
Kaspersky, con il suo report “Inside the dark web job market: their talent, our threat”, ha provato a sbirciare dietro le quinte e il quadro che emerge è sorprendente: nei primi mesi del 2024 i curriculum e le offerte pubblicate sui forum clandestini sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, e nel 2025 il ritmo è rimasto lo stesso.
È un mercato oscuro ma vivacissimo, che attira soprattutto i più giovani.

Una generazione che si affaccia nel posto sbagliato

L’età media di chi manda un curriculum nel dark web? Appena 24 anni. E non mancano neanche gli adolescenti, spesso attratti dall’idea di guadagni immediati e dalla sensazione – un po’ illusoria – che lì contino solo le capacità, non i titoli, né tantomeno i colloqui formali. Insomma, un “lavoro facile” che facile non è affatto.

Cosa si fa davvero nel dark web
Non tutto è illegale, ma la maggior parte sì. È un ecosistema che funziona quasi come una grande azienda parallela. Le figure più cercate sono: gli sviluppatori (17% delle posizioni) che creano strumenti d’attacco; i p enetration tester (12%) che cercano falle nelle reti; i riciclatori di denaro (11%) che muovono soldi sporchi. Chiudono questa singolare classifica i carder (6%) che lavorano sui dati di pagamento rubati e i traffer (5%) che portano le vittime dritto nelle trappole online.

La cosa più impressionante? Il 69% dei candidati non indica nemmeno un settore preferito: “basta che paghi”, sembra dire la maggior parte.

Uomini e donne, due percorsi diversi

Kaspersky nota anche una certa distinzione di genere: molte donne puntano su ruoli che prevedono un contatto umano, come assistenza o supporto clienti; gli uomini invece tendono a orientarsi verso lo sviluppo, il cybercrime finanziario e altre attività più tecniche.

Stipendi alti, rischi ancora più alti

C’è chi guadagna parecchio: un reverse engineer può portare a casa più di 5.000 dollari al mese, un penetration tester circa 4.000, uno sviluppatore intorno ai 2.000. I truffatori vengono pagati a percentuale: fino al 50% per i traffer.

Sul momento può sembrare un affare, ma ignorare le conseguenze significa giocare col fuoco: rischi penali, reputazione distrutta, porte chiuse per sempre.

Attenzione ai “talenti” giovanissimi

“Molti entrano nel dark web convinti che funzioni come il mercato del lavoro legale, ma non capiscono i pericoli”, spiega Alexandra Fedosimova, analista Kaspersky. Proprio per questo l’azienda invita genitori, insegnanti e comunità a non sottovalutare segnali o messaggi sospetti.

E, soprattutto, a ricordare ai ragazzi che esistono percorsi sani e stimolanti per chi ama smanettare con il codice o scoprire come funziona un sistema informatico. Tra questi il progetto “What we should do with kids who hack”, che prova a trasformare la curiosità dei giovani in una spinta positiva verso la cybersecurity. Il talento, insomma, merita una strada pulita.