Curiosità, economia, tecnologia.

Il digitale nel 2035: i futuri possibili

Parlare di futuro digitale non significa fare previsioni guardando nella sfera di cristallo, ma provare a leggere i segnali già presenti. È questo l’approccio del Center for Digital Envisioning del Politecnico di Milano, che durante il convegno “Digital Envisioning 2025” ha delineato tre possibili scenari per il 2035.
Tre immagini diverse dello stesso domani, costruite a partire dai grandi cambiamenti tecnologici già in atto.

L’armonia tecnologica: quando il digitale lavora per tutti

Nel primo scenario, il più ottimistico, il digitale diventa una sorta di infrastruttura silenziosa che sostiene la società. L’intelligenza artificiale è diffusa, ma non invadente; le infrastrutture di calcolo sono robuste, sostenibili e sotto controllo pubblico; i sistemi dialogano tra loro senza attriti.

La tecnologia non è più un privilegio per pochi, ma una leva condivisa di crescita economica e sociale. È un futuro in cui innovazione e democrazia riescono a camminare insieme, anche se restano aperte questioni delicate sul rapporto tra autonomia delle macchine e responsabilità umana.

Un mondo digitale diviso in compartimenti

C’è poi uno scenario più prudente, quello della frammentazione. In questo caso, gli Stati investono molto in capacità computazionale, dati e sicurezza, ma lo fanno in ordine sparso. Il risultato è un mondo digitale spezzato in aree regionali che faticano a parlarsi.

Ogni sistema funziona bene al proprio interno, ma la mancanza di standard comuni rallenta l’innovazione globale e alimenta nuove tensioni geopolitiche. Un digitale efficiente, sì, ma meno aperto e più costoso.

Quando il cambiamento si ferma

Il terzo scenario è quello che nessuno auspica, ma che non si può ignorare. Qui il futuro assomiglia troppo al presente: poche grandi piattaforme concentrano potere e risorse, l’ecosistema resta fragile e l’innovazione procede a piccoli passi. Il digitale continua a crescere, ma senza incidere davvero sulle disuguaglianze e sulla competitività del sistema economico.

È il rischio dell’abitudine, del rimandare decisioni che invece andrebbero prese oggi.

Le forze che stanno già plasmando il domani

Alla base di questi scenari ci sono 19 megatrend individuati dal Center for Digital Envisioning insieme agli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management.
Tra i più rilevanti emergono il ruolo strategico della potenza di calcolo, l’evoluzione dei dati verso modelli sempre più complessi, un web più collaborativo e un’intelligenza artificiale che da strumento diventa partner decisionale.

Non spettatori, ma protagonisti

“Guardare avanti è indispensabile”, sottolinea Valeria Portale, direttrice del Center. E come ricorda Luca Gastaldi, responsabile scientifico, molti segnali del futuro sono già visibili oggi negli investimenti delle grandi aziende e nella spinta delle startup.
Il punto non è indovinare come sarà il 2035, ma arrivarci preparati, scegliendo ora che ruolo vogliamo avere nel digitale che verrà.

Fintech & Insurtech: a fine anno in Italia 485 startup, ricavi +29%

Nei primi dieci mesi del 2025 le Fintech e Insurtech italiane hanno raccolto complessivamente 202 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, -19% rispetto al 2024. Ma le realtà esistenti rafforzano la propria posizione: ricavi in crescita, maggiore solidità finanziaria e migliore capacità di adattamento all’evoluzione competitiva.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, a fine anno si contano 485 startup attive, in diminuzione rispetto alle 596 del 2024, tra qualche nuova apertura, alcune chiusure e numerose M&A.
Crescono però i ricavi. Il valore mediano previsto per il 2025 è 700.000 euro, in aumento rispetto ai 500.000 euro del 2024 (+29%) e i 350.000 euro del 2023 (+50%).

Il 42% è in fase di ricerca del capitale

A confermarsi è anche la profittabilità. Il 46% ha già raggiunto il break-even, in linea con il 44% del 2024.
Per il 44% delle startup italiane Fintech e Insurtech la principale sfida per la crescita è nel trovare il funding.
Il 42% è in fase di ricerca attiva di capitale, ma il mercato è fortemente polarizzato. Da un lato, il 9% ricerca grandi round, superiori ai 5 milioni di euro, per rafforzare la crescita, e in prospettiva diventare unicorno.

Dall’altro, il 63%, punta a chiuderne quanto prima uno inferiore ai 2 milioni, per completare lo sviluppo del prodotto e rafforzare gli sforzi commerciali.
Il sentiment comunque è positivo. Il 62% guarda con ottimismo ai prossimi 12 mesi e il 73% ai prossimi tre anni.

Un mercato ancora italo-centrico

Oggi solo il 32% delle Fintech e Insurtech serve almeno un altro Paese europeo, e solo il 2% dei ricavi è realizzato fuori dall’Italia. L’internazionalizzazione però è considerata un driver strategico. Il 79% delle startup in futuro intende aprire anche all’estero.

Nel settore si afferma poi l’AI, ormai centrale per elaborare rapidamente grandi volumi di dati, con il 51% delle realtà che usa l’AI di tipo analitico (Machine Learning e Big Data Analytics), e il 41% la GenerativeAI.

Come gestire le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI?

“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura e integrata del sistema finanziario. E il contesto del 2025 ne è la prova: da un lato gli operatori tradizionali sono tornati protagonisti, forti di una marginalità ai massimi storici, e hanno ripreso in mano le redini del gioco, dall’altro l’ecosistema dell’innovazione vive un’intensa e necessaria fase di assestamento. Questo scenario alimenta un mercato dinamico in cui gli incumbent fanno ‘spesa’ di tecnologia e talento, mentre le startup più mature trovano nell’acquisizione una via strategica per lo scaling up – spiega Marco Giorgino, Responsabile Scientifico Osservatorio -. La sfida per la competitività del sistema sarà gestire il potere e le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI, all’interno di un perimetro normativo che è al tempo stesso abilitatore e vincolo”.

Amazon: cosa hanno chiesto gli italiani ad Alexa nel 2025?

In questo periodo le richieste ad Alexa, l’assistente vocale di Amazon, hanno alternato grandi domande e bisogni quotidiani. E Amazon svela quelle più frequenti nel 2025, fotografando un’ampia varietà di argomenti di tendenza che in Italia hanno caratterizzato l’anno.

Alexa è sempre pronta ad aiutare, e anche quest’anno è stata al fianco dei milioni di utenti italiani che ogni giorno le rivolgono le domande più disparate, dallo spazio ai fornelli, dal gossip allo sport fino alla musica.

Dalla Torre Eiffel a dove vive Babbo Natale

Da un lato, lo sguardo si è alzato verso il cielo e la curiosità si è posata sulle misure che raccontano il mondo: “Quanto dista la Luna dalla Terra?”, “Quanto è alta la Torre Eiffel?” e “Quante persone popolano la Terra?”. Dall’altro, l’attenzione si è spostata sulla vita di tutti i giorni, con domande come “Per quanto tempo cuocere un uovo sodo?”

Sul fronte dell’attualità economica, gli italiani hanno chiesto “Qual è il valore di Bitcoin?”, e a completare il quadro, l’immaginario magico tipico della stagione invernale: “Dove vive Babbo Natale?”.

Le celebrità sono sempre al centro dell’attenzione

In cima alla classifica delle domande più ricorrenti sui personaggi famosi, sull’onda della conduzione dell’ultima edizione del Festival della canzone italiana spicca “Quanto è alto Carlo Conti?”, o “Con chi è sposato Jeff Bezos?” per il matrimonio celebrato proprio quest’anno in Italia, o ancora, “Qual è il patrimonio netto di Elon Musk?”, protagonista abituale delle cronache tra tecnologia e finanza.

Le celebrità sono sempre al centro dell’attenzione, cantanti come Marcella Bella, dopo il grande ritorno sul palco di Sanremo, attrici e attori come Eleonora Giorgi e Roberto Benigni, e volti noti della TV come Michelle Hunziker rientrano tra i protagonisti delle domande più richiesti.

Musica e sport, Cuoricini e Cristiano Ronaldo

Sul fronte musicale, Olly debutta direttamente al primo posto come artista più ascoltato tramite Alexa e Amazon Music, mentre Cuoricini, dell’ormai ex duo Coma Cose, è il brano più richiesto dell’anno, non a caso uno dei tormentoni più amati del 2025.
Chiude il quadro il mondo dei podcast. A guidare è La Zanzara, appuntamento quotidiano che intercetta dibattiti e attualità.

Passando dalla musica allo sport, le domande sul calcio sono le più gettonate, seguite da quelle che riguardano la Formula 1 e il tennis.
L’attenzione degli utenti si è inoltre concentrata su alcuni dei grandi protagonisti della scena calcistica, alla ricerca di curiosità e informazioni, con Cristiano Ronaldo e Lionel Messi in testa.

Dottor AI: come cambia la salute al tempo del chatbot

Negli ultimi anni il modo in cui cerchiamo e condividiamo informazioni sulla salute ha subito una vera rivoluzione. Accanto agli influencer che popolano da tempo i social, è comparso un nuovo protagonista, capace di attirare curiosità equalche preoccupazione: l’Intelligenza Artificiale.

Una ricerca condotta per “Influenze – L’etica del contagio”, progetto di Fattore Mamma e Honboard insieme all’Università Cattolica di Milano, fotografa questo cambiamento, monitorando come AI e health influencer stiano modificando opinioni e scelte legate al benessere personale. Lo studio ha coinvolto un campione di persone tra i 18 e i 54 anni e oltre 200 medici, offrendo così un doppio sguardo, dal lato di chi cerca risposte e da quello di chi ogni giorno le fornisce.

Gli italiani consultano l’AI, ma poi chiedono al medico

La ricerca mostra un dato ormai evidente: l’AI è diventata il primo sportello informativo per oltre metà degli italiani tra i 18 e i 54 anni. C’è chi la interpella per un dubbio improvviso, chi per capire sintomi che preoccupano e chi per semplice curiosità. Le sue risposte, rapide e ordinate, risultano assai comode – tanto da farla percepire come una specie di “super-consulente” virtuale.

Eppure, nonostante questa familiarità i8n aumento, la fiducia non è totale. Prima di cambiare terapie fai-da-te, adottare nuovi comportamenti o prendere decisioni delicate, molti sentono ancora il bisogno di una verifica umana: un medico, un consulto professionale, un sito istituzionale.
Accanto all’AI, gli influencer medici continuano a svolgere un ruolo riconosciuto. Il 63% degli intervistati segue almeno un profilo specializzato: segno che, anche online, il timone resta nelle mani di chi può offrire competenza e responsabilità.

Pazienti più informati e nuove opportunità in ambulatorio

Se ci si sposta dall’altra parte della scrivania, troviamo professionisti sanitari che con l’AI hanno già iniziato a fare i conti. Due su tre la usano nella vita quotidiana e più della metà anche nel lavoro clinico, soprattutto per aggiornarsi, cercare articoli scientifici o avere un supporto nella fase diagnostica.

Non mancano però dubbi e cautele: verificare l’affidabilità delle risposte non è sempre semplice e molti temono errori, bias o possibili problemi legali. A questo si aggiunge un fenomeno sempre più frequente: i pazienti “iper-informati”, che arrivano alla visita dopo aver interrogato AI e social.
Situazione che richiede tempo, diplomazia e competenze nuove.
Non a caso, oltre il 75% dei medici chiede percorsi formativi dedicati all’AI: non solo per capirne i meccanismi, ma per governarla con consapevolezza, trasformandola in un alleato e non in un rischio.

Perché tanti giovani finiscono a cercare un impiego nel dark web

C’è un mondo parallelo, nascosto dietro pochi clic, dove si cercano e si offrono lavori come in un normale portale di annunci. Solo che lì, nel dark web, “normale” non è quasi nulla.
Kaspersky, con il suo report “Inside the dark web job market: their talent, our threat”, ha provato a sbirciare dietro le quinte e il quadro che emerge è sorprendente: nei primi mesi del 2024 i curriculum e le offerte pubblicate sui forum clandestini sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, e nel 2025 il ritmo è rimasto lo stesso.
È un mercato oscuro ma vivacissimo, che attira soprattutto i più giovani.

Una generazione che si affaccia nel posto sbagliato

L’età media di chi manda un curriculum nel dark web? Appena 24 anni. E non mancano neanche gli adolescenti, spesso attratti dall’idea di guadagni immediati e dalla sensazione – un po’ illusoria – che lì contino solo le capacità, non i titoli, né tantomeno i colloqui formali. Insomma, un “lavoro facile” che facile non è affatto.

Cosa si fa davvero nel dark web
Non tutto è illegale, ma la maggior parte sì. È un ecosistema che funziona quasi come una grande azienda parallela. Le figure più cercate sono: gli sviluppatori (17% delle posizioni) che creano strumenti d’attacco; i p enetration tester (12%) che cercano falle nelle reti; i riciclatori di denaro (11%) che muovono soldi sporchi. Chiudono questa singolare classifica i carder (6%) che lavorano sui dati di pagamento rubati e i traffer (5%) che portano le vittime dritto nelle trappole online.

La cosa più impressionante? Il 69% dei candidati non indica nemmeno un settore preferito: “basta che paghi”, sembra dire la maggior parte.

Uomini e donne, due percorsi diversi

Kaspersky nota anche una certa distinzione di genere: molte donne puntano su ruoli che prevedono un contatto umano, come assistenza o supporto clienti; gli uomini invece tendono a orientarsi verso lo sviluppo, il cybercrime finanziario e altre attività più tecniche.

Stipendi alti, rischi ancora più alti

C’è chi guadagna parecchio: un reverse engineer può portare a casa più di 5.000 dollari al mese, un penetration tester circa 4.000, uno sviluppatore intorno ai 2.000. I truffatori vengono pagati a percentuale: fino al 50% per i traffer.

Sul momento può sembrare un affare, ma ignorare le conseguenze significa giocare col fuoco: rischi penali, reputazione distrutta, porte chiuse per sempre.

Attenzione ai “talenti” giovanissimi

“Molti entrano nel dark web convinti che funzioni come il mercato del lavoro legale, ma non capiscono i pericoli”, spiega Alexandra Fedosimova, analista Kaspersky. Proprio per questo l’azienda invita genitori, insegnanti e comunità a non sottovalutare segnali o messaggi sospetti.

E, soprattutto, a ricordare ai ragazzi che esistono percorsi sani e stimolanti per chi ama smanettare con il codice o scoprire come funziona un sistema informatico. Tra questi il progetto “What we should do with kids who hack”, che prova a trasformare la curiosità dei giovani in una spinta positiva verso la cybersecurity. Il talento, insomma, merita una strada pulita.

Big Data: mercato a 4,1 miliardi di euro (+20%), ma le aziende ne sfruttano poco i benefici

In linea con gli scorsi anni, il mercato del Data Management & Analytics continua a crescere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano la spesa delle organizzazioni italiane in infrastrutture, software e servizi connessi alla gestione e analisi dei dati nel 2025 crescerà del 20%, per toccare a fine anno un valore di mercato di 4,1 miliardi di euro.

A trainare la spesa è la componente di Business Intelligence e Data Science (+27%), in cui convergono nuove applicazioni di AI e Generative AI in logica progettuale, nonché soluzioni di GenAI utilizzate in ambito coding e analisi dati. Queste ultime, pesano circa il 5% del totale.
A oggi però le aziende italiane non sembrano pronte a sfruttare a pieno benefici di queste tecnologie.

Per un quarto delle grandi aziende ancora nessun progetto di Advanced Analytics

A causa di architetture dati inadeguate, o assenza di una governance chiara su dati e processi, ancora poche aziende sono davvero pronte per la valorizzazione dei dati.

Nonostante nella Data Science si registri un grande fermento, solo il 38% delle grandi aziende italiane ha definito una chiara strategia di valorizzazione dei dati, e appena il 20% ha nominato un executive alla sua guida, come Chief Data Officer o Chief Data & Analytics Officer. E oltre un quarto delle grandi aziende italiane non ha ancora avviato alcun progetto di Advanced Analytics, 

AI e dati: le esigenze di business dovrebbero tracciare il percorso

“Oggi, nelle organizzazioni, dati e Intelligenza artificiale non possono più viaggiare su binari separati – afferma Carlo Vercellis, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Big Data & Business Analytics -: è necessario integrare in modo sinergico le componenti Data e AI, lasciando che siano le esigenze di business a tracciare il percorso, per ottimizzare i processi o innovare nella proposta di valore. In mancanza di questi elementi, il potenziale valore dell’AI rischia di rimanere inespresso o addirittura creare nuovi rischi per le aziende.
Un approccio data-centric AI consente alle organizzazioni di far lavorare insieme AI e dati, migliorando la qualità delle decisioni e rendendo i processi più intelligenti e sostenibili”.

La sfida da affrontare è duplice

“La sfida che le imprese si trovano ad affrontare oggi è duplice – spiega Alessandro Piva, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio -. Da un lato, è essenziale mantenere una sana cultura basata sul miglioramento del decision-making, consapevoli che l’AI rappresenta un mezzo e non il fine ultimo. Dall’altro, è cruciale preparare le piattaforme dati aziendali per diventare AI-ready, in vista di un’ondata di innovazione che richiederà maggiore scalabilità e apertura verso una crescente eterogeneità di applicazioni di Intelligenza artificiale.
Da questo deriva un avvicinamento sempre più marcato tra Data Governance e AI Governance, due ambiti interconnessi che ora più che mai necessitano di logiche di dialogo e collaborazione”.

Giovani imprenditori tra digitale e globalizzazione: così cambia il volto delle PMI italiane

Come fanno impresa le nuove generazioni di imprenditori? Cosa cambia rispetto al passato? Innanzitutto sono più tecnologici, più internazionali e con un approccio pragmatico alla finanza. Tanto che, oggi, gli under 36 rappresentano una delle spinte più dinamiche del tessuto produttivo nazionale.

A rivelarlo è il Next Gen SMB Italy Report, la ricerca condotta da Visa e presentata al Salone dei Pagamenti, che fotografa i nuovi comportamenti delle piccole e medie imprese guidate dalle nuove generazioni.

Banche tradizionali sì, ma non più centrali

In questo contesto, ci sono delle novità per quanto riguarda l’aspetto finanziario. Ad esempio, dal rapporto si scopre che le banche si confermano un punto di riferimento, ma cambia il rapporto con gli istituti tradizionali.
Il 67% dei giovani imprenditori possiede ancora un conto in una banca classica, ma solo poco più della metà – il 55% – lo considera quello principale. Gli altri affiancano alla banca tradizionale soluzioni FinTech e strumenti digitali, costruendo un modello finanziario “ibrido” che mixa sicurezza e flessibilità.

Aumenta anche la confidenza verso le piattaforme online: il 50% degli intervistati ritiene che le soluzioni FinTech siano affidabili quanto le banche “classiche”, soprattutto per la protezione dei dati e la gestione dei pagamenti.

Imprese sempre più digitali e veloci nelle decisioni

Ancora, i giovani imprenditori reputano la tecnologia quale parte integrante della gestione aziendale.
Il 62% del campione coinvolto nella ricerca utilizza strumenti online o mobile per le operazioni quotidiane, ma la vera novità è la voglia di sperimentare: il 43% usa software di contabilità, il 36% sistemi di pagamento integrati, il 30% piattaforme per la gestione della spesa e il 20% applicazioni di monitoraggio del flusso di cassa.

Un approccio che consente una visione d’impresa più moderna e connessa.

L’internazionalizzazione come motore di crescita

L’apertura ai mercati esteri è un tratto distintivo delle nuove PMI.
Le vendite oltre confine rappresentano in media il 25% del fatturato, mentre le spese per il marketing internazionale arrivano al 33%.

Si tratta di una generazione che guarda fuori dai confini nazionali con naturalezza, consapevole che la competitività passa anche dalla capacità di dialogare con clienti e partner stranieri.

Social media e nuovi metodi di pagamento

I social sono diventati un canale strategico per le imprese under 36: il 64% li utilizza per promuovere la propria attività e oltre la metà per mantenere un dialogo diretto con i clienti. Anche l’informazione passa dai social: il 34% li usa per aggiornarsi su prodotti e servizi finanziari.

Sul fronte dei pagamenti, invece, si afferma una nuova normalità digitale: accanto ai bonifici (45%), crescono i pagamenti mobile (32%), le carte virtuali (25%) e le transazioni peer-to-peer (22%).
Il contatto umano, però, resta fondamentale: il 39% delle operazioni si svolge ancora in filiale, segno del valore della relazione personale fra impresa e banca.  

Cambiano i criteri di scelta

Un cambiamento importante riguarda i criteri adottati per scegliere una banca. Rispetto al passato, oggi contano maggiormente l’integrazione dei software (23%), la qualità dei servizi online (31%) e la presenza fisica delle filiali (31%), senza trascurare i costi delle commissioni (32%).

Un equilibrio tra tradizione e innovazione che, secondo Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia, “rappresenta la chiave per costruire soluzioni bancarie davvero su misura, capaci di sostenere le ambizioni di crescita delle nuove generazioni d’impresa”.

Ristorazione in catena, la sua forza è la pausa pranzo (e la GenZ)

Secondo i dati elaborati da TradeLab emersi durante l’Aigrim Day 2025, il forum annuale della ristorazione in catena organizzato da AIGRIM-FIPE Confcommercio, nel 2024 il mercato italiano del Food&Beverage fuori casa valeva 101 miliardi di euro. Con 10 miliardi di euro a valore la ristorazione in catena vale circa il 10% di questo mercato.

Sul totale delle occasioni di consumo fuori casa, le catene si prendono in media il 20% della pausa pranzo e il 15% della cena. Al contrario, c’è ancora molto spazio da colmare su altre occasioni di consumo “out of home”, come aperitivo e prima colazione.
In ogni caso, la maggior parte della clientela abituale delle catene è costituita da GenZ e Millennial.

Quasi metà clientela è giovane

“La ristorazione in catena si conferma un settore in forte espansione – dichiara Riccardo Orlandi, Presidente AIGRIM-FIPE -, come testimoniano il +17% di punti vendita e il +10% di occupati registrati in meno di due anni”.
Nonostante un generale rallentamento dei consumi, le catene crescono e viaggiano a ritmi superiori rispetto agli ‘indipendenti’, con un aumento delle visite (+1,3%) e del valore (+5,4%) nel periodo settembre 2024-agosto 2025.

Rispetto ai bacini demografici, poi, le catene riescono a intercettare più giovani. GenZ e Millennial rappresentano quasi la metà (49%) dei clienti, attratti principalmente dalla convenienza (57%).
Ancora poco peso per i giovani hanno, invece, altri fattori. Come, ad esempio, il richiamo di app e programmi loyalty (15%).

Motore di crescita per i centri commerciali

Anche per quanto riguarda il servizio solo il 17% dei giovani cita la velocità come elemento distintivo. Una caratteristica, che in parte rappresenta ancora un limite, è rappresentata anche dall’eccessiva frammentazione del mercato.

Quanto al ruolo delle catene food all’interno dei centri commerciali, la ripresa dell’industria di questo settore, già evidente nel 2023, si è consolidata nel 2024 (+0,7%), con la ristorazione che si attesta come un vero e proprio motore di crescita, raggiungendo un volume d’affari di 5,7 miliardi di euro.
Dopo il picco del 2023, l’aumento di fatturato dei centri commerciali si sta stabilizzando, con una performance di H1 25 stabile rispetto all’anno precedente, mentre il fatturato della ristorazione nei centri commerciali continua a crescere (+1% YoY H1 24 – H1 25).

Aumentano anche i consumi

Il dato più significativo riguarda però i consumi. Rispetto al 2022 il ticket medio è cresciuto notevolmente (+14% per i Full Service Restaurant, +13% per i Quick Service Restaurant), a testimonianza di una forte capacità di attrazione e fidelizzazione del pubblico.

“In quest’ultimo anno – aggiunge Orlandi -, sono stati raggiunti traguardi importanti e stiamo lavorando a nuovi, innovativi progetti in ambito formazione e reclutamento”. Tra questi, un’iniziativa per contrastare la carenza di personale nel settore: un programma di immigrazione controllata che prevede la formazione in loco di una sessantina di lavoratori tunisini da inserire nelle aziende italiane associate ad AIGRIM-FIPE.

I videogiochi? Fanno bene: lo confermano i gamer italiani

Altro che perdita di tempo o semplice svago. I videogiochi fanno bene, e tanto, alla salute in senso lato. Per molti videogiocatori italiani, infatti, il tempo trascorso davanti a una console o a un PC si traduce in benessere, crescita personale e nuove connessioni sociali.

È quanto emerge da “The Power of Play”, un ampio studio internazionale che ha coinvolto oltre 24 mila gamer di 21 Paesi, tra cui l’Italia. La ricerca, promossa da Entertainment Software Association (ESA) in collaborazione con IIDEA – l’associazione italiana dell’industria videoludica – è stata presentata a Pesaro, in occasione del festival dedicato al videogioco come strumento di impatto sociale.

I videogiochi tengono alla larga stress e ansia

Dallo studio emerge in particolare un dato su tutti: giocare ai videogiochi aiuta a stare meglio. In Italia, il 71% dei partecipanti dichiara di giocare per rilassarsi e ridurre lo stress, mentre il 60% vede nel gaming un efficace rimedio contro l’ansia.

Anche la solitudine sembra trovare una risposta nel gioco: quasi la metà degli intervistati (49%) afferma che i videogiochi aiutano a sentirsi meno isolati, e oltre la metà (54%) li associa a un aumento della felicità quotidiana.
In un’epoca in cui l’equilibrio psicologico è sempre più messo alla prova, il videogioco si conferma quindi come una valvola di sfogo positiva, capace di trasformare la tecnologia in un alleato per il benessere emotivo.

Allenamento per la mente e occasione di crescita

Ma il gioco non è solo evasione. Quasi un videogiocatore su due afferma di giocare per stimolare la mente, con un’attenzione particolare ai puzzle game (51%) e ai giochi d’azione (35%).

Molti riconoscono inoltre che l’esperienza videoludica contribuisce allo sviluppo di abilità utili nella vita reale: creatività, gestione del tempo, problem solving, pensiero critico e lavoro di squadra. Per il 34% degli italiani, queste competenze hanno persino avuto un impatto positivo sul percorso formativo o professionale.

Una modalità per socializzare

Oltre a tutti gli altri benefici, il videogioco ha un’altra, inaspettata virtù: il suo valore sociale. Oltre un terzo dei genitori italiani dichiara che giocare con i figli migliora la relazione familiare, creando momenti di complicità. Il 61% degli intervistati afferma di aver stretto nuove amicizie grazie al gaming, e più della metà racconta di aver scoperto nuovi interessi culturali – come film, libri o musica – partendo proprio da un videogioco.

Secondo il 64% dei partecipanti, esiste un titolo adatto a chiunque, a prescindere da età o gusti: un segno che il videogioco è ormai un linguaggio universale.

La ricerca

“The Power of Play” è stata condotta da AudienceNet, società di ricerca accreditata a livello internazionale. L’indagine ha coinvolto giocatori attivi di età compresa tra i 16 e i 65 anni in 21 Paesi di sei continenti, tra cui Italia, Francia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti.

AI: una leva necessaria per vincere le sfide demografiche

L’AI è una leva fondamentale per colmare parte del gap occupazionale, a patto di investire in formazione, tutele ed equa redistribuzione dei benefici.
Oggi, il 18% dei posti di lavoro equivalenti in Italia risulta già automatizzabile e la quota potrebbe salire al 50% entro il 2033, con un impatto potenziale su circa 3,8 milioni di posti di lavoro equivalenti.

Le stime dell’impatto devono però tenere conto delle previsioni demografiche, per cui si prevede un gap di 5,6 milioni di posti di lavoro equivalenti, pari al 25% degli occupati attuali.
Entro il 2033, infatti, la popolazione italiana in età lavorativa calerà di 2,8 milioni, mentre i pensionati aumenteranno di 2,3 milioni, con 21,2 milioni di occupati previsti, mentre ne sarebbero necessari 26,8 milioni per mantenere in equilibrio il sistema previdenziale.  Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano.

“Accompagnare l’innovazione con politiche adeguate”

“L’Intelligenza artificiale è un tema strategico per affrontare le sfide demografiche ed economiche che attendono l’Italia. – dichiara Walter Rizzetto, presidente XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati -. La Commissione Lavoro della Camera, che ho la responsabilità di presiedere, segue con grande attenzione le implicazioni dell’AI sul mondo del lavoro e ha già svolto una specifica indagine conoscitiva che ha permesso di individuare rischi, opportunità e strumenti di regolazione. L’obiettivo è accompagnare l’innovazione con politiche adeguate, capaci di coniugare competitività e tutela delle persone, affinché il progresso tecnologico diventi leva di crescita e coesione sociale”.

Un mercato da 1,2 miliardi

“Nel 2024 il mercato dell’AI in Italia mostra una crescita record (+58%), toccando 1,2 miliardi di euro. Un risultato che testimonia l’interesse del tessuto produttivo a cogliere le opportunità offerte da questa tecnologia – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio -.  E la tecnologia sta avendo già un impatto sulla vita quotidiana dei lavoratori italiani: il 61% ritiene che l’AI abbia già cambiato molto o abbastanza il proprio modo di lavorare”.

Il 54% dei lavoratori afferma poi che l’AI semplifica e velocizza le attività, il 34% che svolge autonomamente alcune mansioni e il 17% che svolge nuove attività. Per il 6% il lavoro è interamente dedicato alla supervisione dell’AI.
Inoltre, per 1 lavoratore su 10 molte attività possono essere sostituite dall’AI entro i prossimi cinque anni.

Il tema cruciale della formazione

L’Osservatorio ha raccolto oltre 30 indicatori per restituire una fotografia dettagliata del contesto. Tra i temi toccati rientra quello della formazione. “In questo ambito – dichiara Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio -, i KPI sono incoraggianti da un lato, ma più preoccupanti dall’altro. Il numero di studenti STEM rimane pressoché stabile, circa 124mila nel 2023/24, mentre il numero dei dottorati in AI è più che raddoppiato tra il 2021/2022 e il 2022/2023, toccando quota 342, grazie allo stanziamento di fondi del PNRR. Tuttavia, non possiamo ignorare un dato allarmante: il flusso migratorio netto delle competenze italiane in AI è negativo, con un valore di -0,18 nel 2023”.