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Serie A, oltre 25 milioni di tifosi: il calcio resta la grande passione degli italiani

Se c’è una passione che non finisce mai è quella fra gli italiani e il calcio, lo sport nazionale per eccellenza. Secondo l’indagine Sponsor Value condotta da StageUp e Ipsos, al termine della stagione 2024/25 i sostenitori delle squadre di Serie A sono 25.518.000. È un numero che conferma l’amore per il calcio, pur senza raggiungere i livelli record del periodo pre-Covid.

Gli appassionati rappresentano quasi l’87% di chi si interessa al campionato, pari a 29,3 milioni di persone. In due anni si è registrata una crescita del 4,7%, e un dato colpisce più di tutti: le donne ormai costituiscono il 45% dei tifosi.

La top five delle tifoserie

Sul fronte delle preferenze, la classifica è sempre la stessa. La Juventus resta in testa con 7,8 milioni di sostenitori, nonostante un leggero calo rispetto all’anno precedente. Alle sue spalle si conferma l’Inter, che con 4,18 milioni di tifosi mantiene il sorpasso sul Milan, fermo a 3,8 milioni.

Il Napoli, rinvigorito dai recenti successi, sale a oltre 3 milioni di fan e registra una crescita significativa del 15,2% rispetto al 2021/22. A completare la top five c’è la Roma, che con 1,8 milioni di appassionati consolida la propria posizione tra le grandi del tifo.

I club che crescono di più

Se i primi posti della hit sono identici al passato, c’è invece tutt’altro dinamismo per quanto riguarda i club che hanno aumentato la proprio base di tifosi. In testa c’è il Lecce, che nell’ultima stagione ha visto crescere del 10% il proprio seguito. A seguire ci sono l’Atalanta (+7,5%), il Verona (+4,8%), il Napoli (+4,5%) e il Bologna (+4,1%).

Questi numeri dimostrano che i tifosi rispondono non solo ai successi sportivi, ma anche al legame con il territorio e alla capacità delle società di coinvolgere le comunità locali. Una vittoria all’ultimo minuto o una salvezza conquistata soffrendo possono generare entusiasmo quanto uno scudetto.

Una relazione capace di rinnovarsi  

Il quadro complessivo racconta un campionato che resta fedele alla sua tradizione, ma che sa ancora sorprendere. I grandi club continuano a macinare grandi numeri, ma le realtà più piccole riescono a guadagnarsi spazi importanti nel cuore dei tifosi.

La Serie A si conferma così non solo come spettacolo sportivo, ma come fenomeno sociale: più di un italiano su due vive e partecipa a questa passione collettiva che, stagione dopo stagione, continua a rinnovarsi.

Digitalizzazione, il Sud accelera il passo: investimenti 4.0 per il 35% delle imprese

Aumentare l’efficienza interna o ridurre i costi è il principale obiettivo che spinge oltre la metà delle aziende italiane a investire in tecnologie 4.0. In particolare, quelle del Sud.
Per colmare il gap digitale il 35% delle imprese meridionali ha in programma di realizzare investimenti 4.0 entro il 2027. La media nazionale si ferma al 32,8%. 

A pianificare nuovi investimenti sono soprattutto le aziende manifatturiere (40,6%) e, più in generale, le realtà produttive di grandi dimensioni (67,6%).
Una maggiore difficoltà a recuperare terreno sulla digitalizzazione mostrano le imprese femminili, delle quali appena il 30% punta a investire in queste tecnologie nei prossimi tre anni. È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne.

“I segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno”

Tuttavia, la carenza di competenze interne costituisce per molte imprese il principale ostacolo nell’introduzione di tecnologie 4.0.  

“Le imprese del nostro Paese devono recuperare un gap sul fronte dell’innovazione e del digitale. In questo quadro, i segnali di recupero provengono dal Mezzogiorno e sono molto importanti e certamente di buon auspicio per il futuro –  sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. – L’impegno delle Camere di commercio si concentra nel raccogliere le esigenze di innovazione delle imprese e nel fare da collegamento tra Centri di ricerca e sistemi produttivi per fornire risposte adeguate ai bisogni delle aziende”.

Perché si investe in digitale?

Il 56% delle imprese investe in digitale spinto dalla volontà di aumentare l’efficienza interna o di ridurre i costi, con picchi del 63,2% tra le grandi imprese con più di 50 addetti.

A seguire, tra le principali motivazioni a investire in queste tecnologie si evidenzia anche il miglioramento dei livelli qualitativi della produzione, segnalato dal 21,9% delle imprese, una quota che sale al 23% per quelle di piccole dimensioni.
Una quota pari al 12,3% investe nella transizione digitale spinta dagli incentivi. Anche in questo caso, la percentuale appare più elevata nel caso delle piccole imprese (14,3%). 

La carenza di skill è l’ostacolo principale

Sul cammino della transizione digitale la strada non è priva di ostacoli: il principale appare la carenza di competenze sufficienti, dichiarato dal 27,7% delle imprese, che faticano anche a gestire i rapporti con università e centri di ricerca o seguire le procedure necessarie a ottenere gli incentivi.
Tra le principali barriere viene segnalata la mancanza di risorse finanziarie interne (25,9%), più avvertita dalle piccole imprese in particolare (28,2%), nonché i costi troppo elevati delle tecnologie (18,4%).

Secondo il 66,6% delle imprese che investono nel digitale l’impatto delle tecnologie 4.0 riguarda principalmente l’innovazione organizzativa interna. Ma per quasi la metà delle aziende (48%) le tecnologie cambieranno radicalmente l’assetto tecnologico dei processi produttivi.
Meno rilevanti invece sono gli effetti attesi su innovazione di marketing e vendita dei prodotti (23,5%) e sui rapporti esterni con fornitori e clienti (19,3%).

Pmi: con tagli Bce 150.000 nuovi posti di lavoro e 12 miliardi di investimenti

Tra il 2022 e il 2023 l’aumento dei tassi Bce ha colpito duramente le Pmi italiane, fortemente dipendenti dal credito bancario.
In media, i costi del capitale sono saliti dal 2,1% al 5,6% in soli tre anni, comprimendo la redditività e rallentando la spinta agli investimenti, in particolare, nei settori manifatturiero, costruzioni e commercio.

Una politica monetaria più coraggiosa da parte della Bce potrebbe, al contreario, innescare un ciclo virtuoso di crescita per il tessuto imprenditoriale italiano, liberando fino a 12,2 miliardi di euro in nuovi investimenti, generando oltre 150.000 posti di lavoro e riducendo i costi finanziari per le imprese di 8,5 miliardi l’anno.

È quanto emerge dallo studio di ReportAziende.it, che ha simulato gli effetti di una graduale attuazione della proposta avanzata dal vicepremier Tajani: tassi d’interesse a zero, nuovo Quantitative Easing e credito agevolato per le Pmi.

La “proposta Tajani”

“Il sistema imprenditoriale italiano ha retto all’urto – evidenzia lo studio di ReportAziende.it – ma la stretta creditizia ha generato un evidente rallentamento della crescita e un diffuso congelamento dei piani industriali, soprattutto tra le micro e piccole imprese”.

Nel dettaglio, lo scenario di policy più espansivo, con tassi azzerati, 750 miliardi annui di Quantitative Easing e linee di credito agevolate al 1,5%, produrrebbe un’accelerazione del Pil delle Pmi pari a +2,3% nel 2026, contro lo 0,9% previsto nello scenario base Bce. Il margine operativo lordo delle imprese crescerebbe in media del 3,5-4,0%, con un miglioramento del cash flow operativo fino al 15%.

I numeri di un cambio di passo

I settori che beneficerebbero maggiormente sarebbero Manifattura (+15% fatturato aggregato, +25% in R&S, +40% progetti Industria 4.0), Costruzioni (+12% crescita, +35% nuovi cantieri, +80.000 addetti), Commercio (+60% e-commerce, 150.000 punti vendita modernizzati), Servizi (+50% startup digitali, +15% investimenti nel turismo).

Il modello proposto da ReportAziende prevede una roadmap triennale graduale supportata da un sistema di governance centralizzato (Bce-Governo-Banca d’Italia) e un osservatorio nazionale dedicato alle Pmi. Il saldo fiscale dell’operazione sarebbe positivo: +2,3 miliardi di euro annui, grazie all’aumento del gettito Iva, Irpef e riduzione dei sussidi.

Un’occasione irripetibile

Con l’inflazione tornata sotto controllo la Bce ha oggi margini di manovra per sostenere l’economia reale. Lo studio propone di ispirarsi ai modelli già attivi in Germania (KfW) e Francia (Bpifrance), adattandoli al contesto italiano, con una forte semplificazione burocratica e una rete di sportelli territoriali per il credito.

“In un contesto globale sempre più competitivo – conclude ReportAziende – le Pmi italiane non chiedono protezione, ma condizioni di gioco più eque. Una politica monetaria espansiva può essere l’occasione per restituire slancio a un sistema imprenditoriale che ha ancora enormi potenzialità di innovazione, crescita e sostenibilità”.

Cybersecurity e IA: quali strategie devono adottare le aziende?

L’intelligenza artificiale sta entrando prepotentemente nelle realtà aziendali in diversi processi strategici, e quello della sicurezza non fa certo eccezione. L’IA non è solo uno strumento innovativo: per molti è ormai un tassello fondamentale nelle strategie di cybersecurity.
Lo conferma un recente studio del Capgemini Research Institute, che ha coinvolto 1.000 imprese in 12 settori diversi, dal titolo “New defenses, new threats: what AI and Gen AI bring to cybersecurity”.

Secondo la ricerca, due organizzazioni su tre hanno già inserito l’IA tra le priorità, soprattutto per la sua capacità di passare al setaccio enormi quantità di dati e riconoscere rapidamente schemi di attacco. Questo significa avere la possibilità di anticipare le mosse dei criminali informatici e ridurre i tempi di reazione.

I rischi potenziali 

Come sempre, però, accanto agli indubbi vantaggi ci sono anche dei possibili rischi. Le tecnologie generative, capaci di creare testi, immagini e video difficilmente distinguibili dal reale, rappresentano un’arma a doppio taglio. Ben il 97% delle aziende intervistate dichiara di aver già affrontato incidenti di sicurezza collegati alla Gen AI.

I cybercriminali, sfruttando questi strumenti, riescono a ideare attacchi più sofisticati, che aggirano i controlli tradizionali e mettono in difficoltà anche gli strumenti difensivi più avanzati. Oltre quattro aziende su dieci hanno ammesso di aver subito perdite economiche legate all’uso di deepfake e contenuti falsificati. Non sorprende che circa sei organizzazioni su dieci stiano pensando di aumentare il budget destinato alla cybersecurity.

I pericoli legati agli errori interni

Dal report emerge anche un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato: i rischi legati all’uso imprudente dell’intelligenza artificiale da parte dei dipendenti. Mancanza di formazione e di linee guida chiare possono portare a fughe di dati, errori e vulnerabilità.

Tra le criticità più frequenti figurano le cosiddette “allucinazioni” dei modelli (risposte sbagliate o fuorvianti), la produzione di contenuti non adatti al contesto e gli attacchi “prompt injection”, che mirano a manipolare gli stessi sistemi di IA, come chatbot e assistenti virtuali.

Cresce inoltre la preoccupazione per la gestione dei dati utilizzati per addestrare i modelli: se queste informazioni venissero manipolate o sottratte, le conseguenze potrebbero essere gravi, sia sul piano della privacy sia su quello economico.

Nuove tecnologie, necessaria una formazione adeguata

Di fronte a questo scenario, il messaggio è chiaro: l’IA e la Gen AI non possono essere viste solo come un rischio o solo come una risorsa. Sono entrambe le cose. Per sfruttarne i benefici senza cadere vittima delle loro insidie, le aziende dovranno puntare non solo su tecnologie sempre più sofisticate, ma anche sulla formazione delle persone che le utilizzano.
L’obiettivo dei prossimi anni sarà proprio questo: trasformare l’intelligenza artificiale in un alleato affidabile nella battaglia contro le minacce digitali.

Carte elettroniche: come usarle in vacanza evitando frodi

Per usare le carte elettroniche per i pagamenti in vacanza, senza incorrere in commissioni salatissime, frodi o imprevisti, Facile.it ha creato un breve vademecum per evitare brutte sorprese durante i viaggi.
Non tutte le carte elettroniche possono essere utilizzate per pagare all’estero: dipende dall’istituto di credito che l’ha emessa e dal circuito di pagamento a cui si appoggia. Prima di partire, quindi, è fondamentale chiedere di abilitare la carta all’uso fuori dai confini nazionali.

I pagamenti contactless tramite smartphone e dispositivi indossabili sono sempre più comuni e potrebbero essere una valida alternativa alla carta fisica. Attenzione però, perché questa tecnologia non è supportata in tutti i Paesi del mondo.

Codici Pin e commissioni

Prima di partire, ripassare i codici Pin delle carte, e se si usa un’app di home banking assicurarsi di aggiornarla e verificare le credenziali di accesso. Ma evitare di lasciare i codici insieme alle carte: in caso di furto, si consegnerebbero ai malfattori le chiavi per svuotare il conto corrente perdendo la tutela offerta dalla banca in casi di sottrazione illecita di denaro.

Le commissioni per il prelievo di denaro contante variano da banca a banca e a seconda del circuito a cui si appoggia la carta, ma generalmente le carte di credito hanno costi più elevati (circa 4%) rispetto a carte di debito e prepagate. In alcuni casi l’importo addebitato dall’istituto di credito è fisso, in altri è una percentuale su quanto prelevato.

Pagamenti nei Paesi fuori area Sepa

Oltre alle commissioni, bisogna tenere in considerazione l’eventuale sovrapprezzo applicato in caso di operazioni effettuate con una valuta diversa dall’euro.
Quando si paga tramite Pos non ci sono grosse differenze in termini di costo tra carta di debito, credito o prepagata. Se l’operazione avviene in un Paese appartenente alla cosiddetta area Sepa (che include gli Stati dell’Unione Europea e alcuni Stati extra UE), non ci sono commissioni.
Fuori a questa area potrebbero essere applicati costi aggiuntivi legati al cambio valuta.

Quando si effettuano operazioni con carte elettroniche in un Paese extra-euro viene chiesto se pagare in valuta locale o nella propria moneta. In questo caso, scegliere sempre la valuta locale per ottenere migliori condizioni di cambio.

Cosa fare in caso di furto o smarrimento?

Se si perde la carta, è stata rubata o sono state addebitate somme sospette, contattare immediatamente la banca e bloccare la carta. Non appena informato, l’istituto provvederà all’immediata disattivazione.
Attivare sempre le notifiche app o SMS. Se non le usate regolarmente, ricordatevi di attivare le notifiche app o gli alert SMS che avvisano in tempo reale quando viene utilizzata la carta.

Dopo essere tornati a casa meglio non abbassare la guardia, e continuare a monitorare regolarmente il conto e le carte.
Anche dopo mesi dal rientro può capitare che vengano addebitate spese in modo illegittimo, indipendentemente dal fatto che si tratti di un tentativo di truffa o di un semplice errore in buona fede.

Nuovi trend: i giovani vogliono la socialità fuori dal mondo digitale

Arriva una notizia in controtendenza rispetto a quello che siamo abituati a leggere sui giornali o a sentire in Tv. In un mondo sempre più interconnesso e digitale, molti giovani, in particolare tra i 18 e i 35 anni, sembrano voler tornare a vivere le relazioni nella dimensione reale.

A raccontarlo è uno studio realizzato da AstraRicerche per Heineken Italia, nell’ambito dell’iniziativa “Together”, che indaga le abitudini sociali di Gen Z e Millennials.

Voglia di ritrovarsi a tu per tu 

Secondo la ricerca, oltre il 75% dei partecipanti afferma di preferire luoghi fisici per incontrarsi. I contesti più citati includono locali come bar, pub, discoteche, ristoranti, ma anche spazi all’aperto, palestre, cinema e parchi. Hanno un peso di rilievo anche gli ambienti che si frequentano quotidianamente, come l’università (14,8%) e il posto di lavoro (31,3%), che si confermano fondamentali per creare connessioni autentiche.

Curiosamente, le app di messaggistica superano i social network tradizionali: il 43,8% dei giovani sceglie chat e gruppi privati per comunicare, contro il 32,9% che usa le piattaforme social. Una percentuale importante, il 48,3%, giudica negativamente l’influenza dei social media sulla qualità delle relazioni personali.

La birra come simbolo di condivisione

Nell’ambito della convivialità, la birra si afferma come la bevanda preferita: quasi otto giovani su dieci la associano ai momenti passati con amici. Tra i motivi principali, spiccano il gusto (52,1%), l’abitudine (35,1%) e il fatto che sia percepita come il drink perfetto per stare in compagnia (25,9%). Non manca chi ne apprezza l’abbinamento con il cibo (23,7%).

“La nostra ricerca conferma che, nonostante l’avanzata del digitale, i giovani cercano esperienze vere e condivise,” osserva Alfredo Pratolongo, direttore Corporate Affairs di Heineken Italia. “La socialità reale resta un pilastro della loro identità.”

Costruire momenti da ricordare

Secondo Michela Filippi, responsabile marketing di Heineken Italia, “la birra è ormai molto più di una semplice bevanda: rappresenta un catalizzatore di relazioni e un veicolo per creare legami sinceri.”

Con il progetto “Together”, il brand intende sostenere una nuova cultura dell’incontro, dove il piacere dello stare insieme si impone come antidoto alla solitudine digitale e all’iperconnessione.

Nuove tecnologie: il futuro dell’engagement per brand e aziende

Nel confronto tra Realtà Virtuale (VR) e Realtà Aumentata (AR), la prima risulta più conosciuta e utilizzata rispetto alla AR, soprattutto tra i Millennials.
Per sfruttare al meglio questo potenziale e costruire engagement di successo per le aziende, l’Osservatorio Nuove Tecnologie di Ipsos ha identificato tre fattori cruciali: garantire la privacy dei dati personali degli utenti, evidenziare i benefici di accessibilità ad alcune attività, altrimenti precluse a persone con disabilità. E dimostrare l’efficienza della VR nelle attività quotidiane, come l’acquisto di prodotti o servizi online.

Il 38% degli utenti teme però che la realizzazione di esperienze o contenuti in realtà estesa (XR) sia un modo per i brand di risparmiare a scapito della qualità. Per superare questa percezione, è fondamentale che le aziende investano in esperienze VR di alto livello, in ambienti tecnologicamente avanzati e user-friendly.

Gamification: un touchpoint promettente?

Se il gaming si sta affermando come un mercato ad alto coinvolgimento, le motivazioni variano con l’età. Per gli adulti è principalmente un passatempo rilassante, mentre per i più giovani (under40) rappresenta un modo per mettersi alla prova con sfide e sviluppo di nuove competenze.

In ogni caso, il gaming non è un’attività solitaria. Molti utenti partecipano a competizioni di gioco allargate, rendendo questi contesti virtuali una piazza ampia e promettente per i brand.
Nonostante una persona su due consideri il contesto di gioco un terreno fertile per l’advertising, a oggi solo una piccola percentuale ha effettivamente acquistato prodotti pubblicizzati nei giochi.

AI: opportunità e sfide nel contesto aziendale 

Inoltre, una quota consistente di intervistati non percepisce ancora chiari vantaggi della presenza dei brand nei giochi, ma sarebbe disposta a non saltare gli annunci pubblicitari in-game se ricevesse ricompense reali, come sblocco di contenuti, passaggi di livello o potenziamenti temporanei del proprio personaggio.
L’AI suscita comunque sentimenti contrastanti. Da un lato, si pensa possa semplificare i processi, dall’altro si teme la perdita di posti di lavoro e la presunta minaccia alla creatività.

Nonostante queste preoccupazioni, emerge un dato incoraggiante. La maggioranza si dichiara disposta ad acquisire competenze legate all’AI per integrarla nel lavoro, una percentuale in aumento rispetto alle precedenti rilevazioni dell’Osservatorio.

Persiste il timore di un utilizzo distopico e spersonalizzante

I settori in cui ci si aspetta un uso più rilevante dell’AI sono quello medicale (telemedicina e automazione), sicurezza (sistemi di riconoscimento facciale) e in misura minore Marketing e comunicazione.
In questo ambito, persistono timori riguardo un possibile utilizzo distopico e spersonalizzante dell’AI, con scarsa attenzione alla privacy degli utenti esposti a contenuti generati con AI.

Un valore aggiunto potrebbe essere riconosciuto se, tramite dispositivi VR, i dati raccolti e analizzati con l’Intelligenza artificiale offrissero esperienze future più piacevoli o vantaggi concreti. Questo suggerisce una relativa e cauta apertura al suo utilizzo.

AI generativa: come cambierà il modo di imparare, riflettere e immaginare nel 2035

Nel 2035, nell’era delle tecnologie generative, cambierà profondamente il modo di imparare, riflettere e immaginare delle persone.
La seconda edizione dell’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking del Politecnico di Milano ha esplorato l’approccio pionieristico alla creazione del futuro nell’era delle tecnologie generative, identificando i futuri “distanti” nei processi aziendali di produzione e assorbimento della conoscenza nel 2035.

Tra i nuovi profili professionali identificati negli 8 futuri alternativi descritti dall’Osservatorio, emergono gli “antroscienziati”: profili ibridi tra l’intuizione
Gli antroscienziati indagheranno il modo in cui individui, culture e società interagiscono con le tecnologie, gli ambienti e le organizzazioni, per tradurre comportamenti, valori e motivazioni umani in idee per l’innovazione, le politiche e la progettazione organizzativa.

Symfoodist ed empathitect

Un altro profilo è quello dei “symfoodist”, ricercatori con competenze transdisciplinari che uniscono scienza alimentare, psicologia sensoriale ed etica con la conoscenza dell’AI, per progettare sistemi nutrizionali in grado di attivare il flusso creativo, il recupero psicologico e l’allineamento metabolico con i ritmi circadiani e cognitivi.

E ancora, tra i profili degli 8 futuri alternativi rientrano gli “empathitect”, facilitatori di ecosistemi umani, che progetteranno architetture emozionali per comunità e organizzazioni, creando ambienti in cui le persone possono esprimere il loro potenziale in armonia con i ritmi collettivi.

Un motore di decostruzione cognitiva

Nell’attività di ricerca scientifica, il manifesto sul futuro ‘distante’, dal titolo “Tecnologie generative come motore di decostruzione cognitiva” immagina una nuova era di produzione di conoscenza in cui creatività umana e tecnologia intelligente convergono per espandere i limiti della comprensione e dell’innovazione.
Nella ricerca le tecnologie generative saranno motori di decostruzione cognitiva, consentendo ai ricercatori di concettualizzare sistemi alternativi.

Ma nel futuro distante si rifiuta l’idea che le tecnologie generative siano partner autonomi che prendono decisioni indipendenti. Infatti, non generano intrinsecamente soluzioni accessibili o inclusive: devono essere guidate intenzionalmente per farlo. E si rifiuta anche la visione delle tecnologie generative come semplici amplificatori della cognizione umana.

“Padroneggiare la creazione del futuro”

L’AI ha il potenziale di migliorare la percezione dei segnali corporei interni, aiutando i ricercatori a diventare più consapevoli dei propri pregiudizi, rafforzare il ragionamento intuitivo e sviluppare una visione più profonda del mondo.

“In contesti fortemente volatili, incerti, complessi e ambigui come quelli della società moderna è richiesto a leader, innovatori e organizzazioni di progettare con responsabilità e proattività futuri desiderabili – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio –. Con dinamiche di mercato volatili e incertezze geopolitiche, le previsioni diventano sempre più difficili e le organizzazioni oggi si trovano in difficoltà nel decidere quali iniziative perseguire e come allocare le risorse in modo efficace. Padroneggiare la creazione del futuro diventa una capacità sempre più critica”.

Vacanze 2025: aumentano i turisti stranieri, gli italiani no

Buoni auspici per l’estate 2025, in particolare per quanto riguarda gli arrivi di turisti stranieri. Si attendono infatti numeri in forte crescita soprattutto dall’Europa e dal Nord America. Però, dietro a questo boom internazionale, il quadro delle vacanze per gli italiani cambia: molti connazionali rivedono i propri piani, riducendo durata e frequenza dei viaggi.
A rivelarlo è il sondaggio Future4Tourism condotto da Ipsos.

Estate “corta” per gli italiani: boom di weekend lunghi

Se nel 2024 ben tre italiani su quattro dichiaravano di avere una vacanza in programma, oggi la quota è scesa al 72%. Un segnale che evidenzia una tendenza crescente verso soggiorni brevi: aumentano coloro che scelgono pause di due o tre notti, preferendo i cosiddetti “long weekend” a ferie prolungate. Una scelta che riflette cambiamenti economici e sociali.

Perché si parte meno? Colpa del budget

Le principali ragioni della riduzione dei viaggi estivi sono di tipo economico: aumenti dei prezzi, inflazione e incertezze lavorative portano molti a restare a casa.

Si aggiungono motivazioni familiari e personali che rendono difficile spostarsi. Da segnalare anche il raddoppio di chi dichiara di non andare mai in vacanza d’estate: dal 12% del 2024 al 24% attuale.

Luglio e agosto i mesi preferiti per le vacanze

Le vacanze non si concentrano più ad agosto: il 37% degli italiani parte a luglio, altrettanti scelgono agosto, mentre il 24% preferisce settembre, più economico e meno affollato.

Si viaggia ancora molto in Italia, ma la percentuale scende al 62% (-4% rispetto al 2024). Crescono le preferenze per mete europee e crociere, mentre i viaggi intercontinentali restano stabili.

La Calabria debutta tra le mete più desiderate

Accanto a Sicilia, Puglia, Toscana e Trentino-Alto Adige, la Calabria guadagna terreno e si piazza tra le cinque regioni più scelte. Emilia-Romagna e Sardegna si mantengono vicine al podio.

Il turismo montano continua a crescere e raccoglie il 15% delle preferenze: il Trentino spicca come regione di riferimento, con un’offerta molto apprezzata durante l’estate.

In bilico tra chi prenota presto e chi aspetta l’ultimo minuto

Le abitudini di prenotazione si fanno sempre più estreme: da un lato aumentano gli early bookers, che pianificano con mesi di anticipo, dall’altro cresce chi, a metà giugno, non ha ancora deciso dove andare.

Una doppia sfida per agenzie e operatori, chiamati a modulare promozioni e offerte in base a strategie diversificate.

Un italiano su tre pronto a partire in autunno

Anche il periodo ottobre-dicembre si preannuncia interessante: il 33% degli italiani ha in programma un viaggio autunnale, con una preferenza per le città europee e le località di montagna.
Il turismo italiano, quindi, si evolve e si distribuisce sempre più nell’arco dell’anno: un trend che richiede un approccio flessibile e orientato alla personalizzazione dell’esperienza.

Pubblicità: Internet raccoglie il 51% degli investimenti degli advertiser

Nel 2024 il mercato pubblicitario italiano ha raggiunto 11,1 miliardi di euro, +8% in un anno. Un risultato trainato dall’Internet advertising, che on una quota del 50% del mercato (+12%) conferma la sua predominanza. Seguono Tv (35%, +6%), Out of Home (6%, +2%), Stampa (5%, -8%) e Radio (4%, +2%).

Per il 2025 le prospettive sono positive, l’Internet advertising potrebbe raggiungere 6 miliardi (+9%), sempre che l’incertezza geopolitica e l’effetto dazi non influenzino consumi, e investimenti.
Sono alcuni risultati della ricerca 2024-2025 dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

Ma non è più solo una questione di volumi

“Cresce l’attenzione alla misurazione avanzata, oggi determinante per migliorare l’efficacia degli investimenti – spiega Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. La pubblicità digitale non è più solo un insieme di canali: è un ecosistema che evolve verso una comunicazione più trasparente, efficace, orientata al valore e alla misurazione”.

All’interno dell’Internet advertising nel 2025 il formato Video supera 2,4 miliardi di euro (+13%, 41% del totale), cresce anche l’Audio advertising (+15%), sebbene ancora limitato in valore assoluto (47 milioni).
“Anche in questo ambito si osserva una tendenza già emersa nel mondo video: l’utilizzo di un numero crescente di piattaforme, spesso nella versione gratuita con inserzioni pubblicitarie, che diventano così abilitatrici della fruizione stessa” afferma Antonio Filoni, Head of BU Digital di Doxa.

Retail Media, il nuovo paradigma

Il Retail Media sta emergendo come uno dei trend più promettenti, anche se in Italia è ancora in una fase iniziale. “Questa trasformazione ridisegna il modo in cui brand e retailer dialogano con i consumatori. Gli spazi pubblicitari si integrano con i dati e la tecnologia per creare esperienze d’acquisto più personalizzate e rilevanti – spiega Denise Ronconi, Direttrice dell’Osservatorio Internet Media -. In questo modello, i retailer non sono più semplici canali di vendita, ma attori strategici della filiera pubblicitaria”.

Nel Retail Media i retailer assumono un ruolo chiave all’interno della filiera pubblicitaria, offrendo visibilità ai brand proprio nel momento in cui il cliente è più vicino all’acquisto. Un modello che valorizza i dati di prima parte e che può generare valore sia per i retailer che per i brand.

Misurazione avanzata: un fattore competitivo per le imprese

“La misurazione non è più solo una buona pratica, ma un vero e proprio fattore competitivo distintivo -. commenta Nicola Spiller, Direttore dell’Osservatorio Internet Media -. Oggi le imprese più evolute integrano strumenti avanzati nei processi decisionali e adottano Learning Agenda strutturate, che abilitano un mindset e processi orientati all’apprendimento continuo e al miglioramento costante.
Se un tempo gli strumenti di misurazione richiedevano forti competenze specialistiche, ora con l’AI l’accessibilità alla misurazione avanzata è maggiore. Tuttavia, il mercato è ancora frammentato – prosegue -. In uno scenario sempre più orientato al ROI e alla trasparenza, Attribution, Brand Lift, Conversion Lift e modelli econometrici non sono più opzioni, ma strumenti che, se utilizzati in modo combinato, permettono di crescere con metodo e responsabilità”