Curiosità, economia, tecnologia.

AI: gli italiani preferiscono parlare con un operatore “umano”

Se il 73% degli italiani ammette di fare uso dell’Intelligenza artificiale con frequenza, di cui il 47% quotidianamente o diverse volte alla settimana, le finalità dell’utilizzo sono soprattutto personali e ricreative (68%). Ma si scontrano con un minore apprezzamento quando l’Intelligenza artificiale diventa un interlocutore a cui si richiedono servizi di assistenza o un supporto per esigenze concrete.

L’Intelligenza artificiale è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma l’interazione umana sotto forma di intelligenza emotiva ed empatia rimane ancora, per certi aspetti, insostituibile.
È quanto emerge dalla nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index in collaborazione con NielsenIQ.

L’interazione con una persona resta importante soprattutto nel customer care

‘La persona con cui ho parlato è stata estremamente gentile e comprensiva delle mie richieste. Credo che l’interazione umana sia un valore aggiunto’: è solo una delle svariate recensioni Trustpilot su Pulsee Luce e Gas che confermano questo aspetto. L’interazione con una persona reale resta importante per la grande maggioranza degli intervistati (83%), soprattutto nell’ambito del customer care.

Per quasi 9 italiani su 10 infatti l’AI non riesce a interpretare le necessità quanto un operatore umano, e per quasi un italiano su due offre un livello di comprensione e supporto inferiore.
Come conseguenza, nel caso dei servizi di assistenza, quasi il 90% del campione dichiara di aver abbandonato una conversazione con l’AI per incomprensione della richiesta (37%), mancanza di proposte utili per la risoluzione di un problema (22%) e frustrazione per la tipologia di conversazione intrapresa (17%).

Tra 15 anni si colmerà il divario con l’empatia umana?

Nel confronto tra Intelligenza artificiale e umana, la prima è considerata superiore per velocità di calcolo e analisi dei dati (82% delle preferenze) e automazione di compiti complessi (70%). La seconda si posiziona al di sopra dell’AI nella capacità di comprendere emozioni e sentimenti (83% degli intervistati), interazione sociale e comunicazione empatica (75%), etica e moralità (72%).

I più ottimisti credono che l’AI colmerà il divario con l’empatia umana, ma non prima di 15 anni.
In ogni caso, si riscontra una certa apertura verso modelli ibridi, come i servizi clienti che combinano un operatore umano con l’AI (53%), mentre una quota ridotta degli italiani (4%) dichiara di preferire un servizio clienti totalmente automatizzato.

Meglio le aziende che puntano sulle persone

Un altro tema critico riguarda la fiducia. Solo un italiano su dieci si fida a condividere dati personali con l’AI.
Analogamente, in una prospettiva di miglioramento del servizio clienti, la maggior parte (59%) preferisce aziende che puntano sulle persone rispetto all’automazione.

Oltre al tema dell’assistenza clienti, tuttavia, l’AI viene considerata uno strumento utile per semplificare alcune attività della vita quotidiana, anche in termini di sostenibilità e risparmio.
Il 61% degli intervistati infatti considera l’AI una risorsa funzionale all’ottimizzazione dei consumi, grazie al contributo di assistenti virtuali, sistemi di domotica intelligente e app di gestione energetica.

Vacanze: in tre mesi oltre 100 milioni erogati in prestiti

Secondo le stime compiute da Facile.it e Prestiti.it, i due comparatori online, nel corso del solo primo trimestre 2025 l’importo erogato per i prestiti personali destinati a coprire spese legate alle vacanze ha superato i 100 milioni di euro.
Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sempre nei primi tre mesi del 2025, il peso percentuale delle richieste di questo tipo di prestiti è aumentato del 18%.

Sarà perché quest’anno i ponti sono tanti, ma a quanto emerge dall’analisi di Facile.it e Prestiti.it sono sempre di più gli italiani che decidono di pagare le vacanze a rate.

I richiedenti under 30 sono la maggioranza

Un altro dato interessante dell’analisi dei comparatori riguarda l’identikit dei richiedenti. I prestiti personali destinati a coprire le spese legate ai viaggi sono particolarmente diffusi tra i più giovani, con quasi una richiesta su tre che fa capo a un under 30.
Anche l’età media di chi, nei primi tre mesi dell’anno, ha presentato domanda per questa tipologia di prestito supera di poco 37 anni.

È un valore estremamente basso se confrontato con l’età media di chi in Italia si rivolge a una società di credito, ovvero, 43 anni.
Quanto all’importo, la media delle richieste, da gennaio a marzo 2025, è stata pari a 5.719 euro.

Il Taeg medio scende del 3%

Ancora molto importanti le differenze tra uomini e donne. A presentare domanda di finanziamento per questa finalità nella maggior parte dei casi è un uomo (72%), che in media punta a ottenere prestiti personali di importo pari a 5.909 euro, vale a dire il 13% in più rispetto a quanto chiesto dalle donne.

Sul fronte dei tassi, l’analisi di Facile.it ha rilevato come il Taeg medio disponibile online per un prestito personale sia sceso del 3% in un anno, passando dal 10,5% del primo trimestre 2024 al 10,17% del 2025.
Anche questo, probabilmente, ha favorito l’aumento delle richieste.

L’incertezza economica permane, ma i tassi ora sono vantaggiosi 

“Nonostante il clima di grande incertezza che ha caratterizzato questi primi mesi del 2025, i tassi offerti oggi sono mediamente più vantaggiosi rispetto a un anno fa – spiegano gli esperti di Facile.it -. Questo permette di ricorrere a un prestito personale anche per spese che possono sembrare voluttuarie, come una vacanza, ma che non necessariamente devono essere eliminate dai programmi familiari, bensì gestite in maniera corretta. Ricorrere al credito al consumo – aggiungono gli esperti -, infatti, è spesso un ottimo modo per pianificare le nostre uscite senza trovarci in difficoltà in caso di imprevisti”.

Smartphone e ansia da batteria: quando il telefono scarico rovina l’umore

Si tratta di un fenomeno dell’era digitale tanto diffuso da avere addirittura un nome: Low Battery Anxiety. Tradotto in parole semplici, si tratta del “brivido di ansia” che ci assale vedendo la batteria del cellulare avvicinarsi allo 0%.
La Low Battery Anxiety è ormai una “condizione” talmente condivisa da essere stata ufficialmente riconosciuta.

I Millennials i più soggetti al fenomeno 

Secondo una ricerca di LG Electronics condotta su un campione di oltre 2.000 persone, il 90% degli utenti si sente agitato o preoccupato quando la carica del telefono scende sotto il 20%.
Il termine “Low Battery Anxiety” è stato coniato da LG già nel 2016 per descrivere la crescente preoccupazione legata al rischio di restare senza smartphone.

Curiosamente, una persona su tre dichiara di rinunciare a uscite o impegni sociali pur di trovare una presa di corrente. I più colpiti? I Millennials: il 42% di loro ammette di preferire ricaricare il telefono piuttosto che partecipare a un evento o a un incontro con amici.

Batteria a terra, stress alle stelle

Non si tratta solo di una semplice irritazione. Secondo quanto emerge dallo studio, il calo drastico della batteria provoca un aumento dei livelli di cortisolo, l’ormone associato allo stress.

Quando il telefono rischia di spegnersi, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sul bisogno di ricaricarlo, mettendo in secondo piano altre priorità quotidiane e creando un vero e proprio stato di tensione psicofisica.

Quando il telefono incrina le relazioni

Anche Counterpoint Research, attraverso un’indagine del 2023, ha evidenziato come il livello di carica del cellulare influenzi l’umore delle persone: il 65% degli intervistati riferisce di sentirsi irritabile o ansioso quando la batteria scende troppo.

Oltre al malessere personale, ci sono conseguenze anche sui rapporti sociali: il 60% degli utenti ha raccontato di essere risultato irraggiungibile a causa della batteria esaurita, suscitando fraintendimenti o addirittura sospetti di ghosting.

Il problema può degenerare

Il problema, in alcuni casi, può degenerare: secondo i dati riportati da Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il 23% delle persone ha avuto discussioni o litigi con il partner per colpa di messaggi non ricevuti o telefonate mancate dovute a un telefono spento.
Insomma, anche lo smartphone si può trasformare in un potenziale “nemico”: occhio alla batteria!

Sono 35,2 milioni gli e-shopper italiani, +1,5 milioni in un anno

Nel 2025 il numero degli italiani che comprano online sale a 35,2 milioni, 1,5 milioni in più rispetto al 2024, e oltre 11 milioni rispetto al 2020.
In questo contesto, lo smartphone si conferma il device più utilizzato per gli acquisti (45,7%), seguito da PC (48,1%) e tablet (5,9%).

Secondo la XVI edizione della ricerca Netcomm NetRetail 2025, nel lungo periodo si osserva un trend di crescita dei prodotti a discapito dei servizi. La stima del 2025 conferma questa tendenza, con una quota di valore generata dai prodotti pari al 58% e del valore generato dai servizi pari al 42%.
Nonostante ciò, le categorie più in crescita in termini di quota a valore sono relative a servizi come Soggiorni di vacanza, Biglietti di viaggio, Contenuti digitali (Streaming, eBook, servizi di info, +117% sul 2024). Crescono anche Gioielli (+140%) e Spesa alimentare (+24%).

Identikit e profilo del consumatore online

Il profilo di età degli acquirenti online è leggermente più basso della media della popolazione italiana (46 anni vs oltre 48 di tutti gli italiani).

Però, nelle prime fasi di sviluppo dell’e-commerce, gli acquirenti online erano notevolmente più giovani. Nel 2012 i primi 10 milioni di acquirenti registravano un’età media inferiore di dieci anni rispetto a oggi.
In prevalenza si trattava di uomini (60,4%m donne 39,6%), che nel 37% dei casi risiedevano in grandi centri urbani. Oggi, con l’allargarsi della base acquirenti online, questa componente si è attenuata al 24%.

Perché si compra sul web?

La convenienza economica rimane il driver principale (39,3%), in particolare per i settori Elettronica, Salute & Benessere e Alimentari, con un’età media degli acquirenti di 49 anni. Segue l’abitudine a comprare online su uno specifico sito web/app (27%), soprattutto nelle categorie Editoria, Home e Alimentari (età media 49 anni, 21% over 65).

Apprezzano invece la velocità, il risparmio, la personalizzazione e la sostenibilità gli appartenenti al target più giovane dei consumatori online, con un’età media di 43 anni e il 15% di under24, che si dichiara acquirente abituale e vive in grandi centri urbani.

Le aspettative sui pagamenti degli acquisti

Gli acquisti online sono in gran parte pagati al momento dell’ordine (89%), solo nell’11% dei casi vengono saldati alla consegna/ritiro o nel momento di utilizzo del servizio (ad esempio, in albergo). Gli strumenti più utilizzati per il pagamento sono Digital Wallet, Carta di Credito o Prepagata sul sito.
Diminuisce il pagamento in contanti alla consegna (1,2%), mentre le app e gli strumenti di pagamento sul telefono vengono sfruttati nello 0,8% dei casi.

Quando si tratta di pagamenti, le aspettative dei consumatori riguardano al primo posto la sicurezza della transazione, seguita dalla varietà degli strumenti disponibili per la transazione.
Ma se nei primi anni dell’e-commerce la domanda di sicurezza era fondamentale per 9 acquirenti su 10, nel 2025 lo è per meno di 2 utenti su 10. Al contrario, cresce la richiesta di varietà e integrazione di strumenti di pagamento.

Sostenibilità digitale e differenze generazionali: la percezione degli italiani

Quali sono le differenze con cui le diverse generazioni di italiani percepiscono i temi connessi alla sostenibilità digitale? E come utilizzano le tecnologie in relazione alla sostenibilità?

Indipendentemente dall’età, quasi un italiano su quattro ritiene che la tecnologia digitale non sia uno strumento utile per perseguire gli obiettivi di sostenibilità. I giovani, però (48% GenZ, 33% Millennial), usano molto il digitale e si impegnano attivamente per la sostenibilità
Al contrario, GenerazioneX (32%) e Baby Boomer (52%) per lo più usano poco le tecnologie digitali e non danno molta importanza alla sostenibilità.

Sono alcuni risultati della ricerca ‘Generazioni’, a cura dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale e realizzata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V.
L’indagine mette a confronto le percezioni e i comportamenti di 4 generazioni: GenZ (18-28 anni), Millennial (29-44 anni), GenerazioneX (45-60 anni) e Baby Boomer (61-75 anni).

Cambiamento climatico e diffidenza tecnologica

Le differenze si accentuano sul tema del cambiamento climatico. Circa il 27% degli italiani pensa che pur essendo un problema serio il cambiamento climatico non richieda un intervento immediato. Il 31% dei Millennial e il 27% della GenZ credono che ci sia ancora tempo per agire, mentre per il 67% degli over60 è una priorità assoluta, e per il 66% dei Boomer è urgente anche il problema dell’inquinamento.

Chi ha visioni ambientaliste più radicate tende a essere più diffidente nei confronti della tecnologia. Tra GenZ e Millennial, chi è maggiormente preoccupato su questi temi presenta indici elevati in termini di sostenibilità e digitalizzazione.
Per GenerazioneX e Boomer, al contrario, l’ambientalismo si accompagna spesso a un atteggiamento di forte diffidenza verso il mondo digitale.

Consapevolezza vs azioni concrete

Più in generale, il livello di conoscenza dei temi della sostenibilità ambientale, economico e sociale in relazione alla capacità di tradurre la consapevolezza in azioni concrete evidenza un divario generazionale.
Il 22% dei più giovani conosce molto bene il concetto di sostenibilità, contro solo l’8% dei più ‘maturi’. Inoltre, non conosce questo tema il 34% della GenZ rispetto al 54% dei Boomer. Tuttavia, meno di un italiano su tre è in grado di correlare le proprie convinzioni alle conseguenze che ne derivano. 

Anche la consapevolezza dell’utilità del digitale è difforme tra le generazioni. Nonostante il digitale sia visto come un’opportunità (94% tra 18-60 anni, 87% over60) gli italiani sono convinti che dal digitale derivino perdite di posti di lavoro, ingiustizia sociale, diseguaglianze.

Divari e lacune da colmare

Rispetto alle altre generazioni, i Boomer sono quelli che hanno il tasso di non utilizzo degli strumenti digitali più alto: il 35% del totale contro il 9% della GenerazioneX e il 6% dei Millennial.

D’altronde, GenZ e Millennial, che vengono identificati come Sostenibili Digitali, adottano raramente tecnologie sostenibili e mettono in atto pochi comportamenti concreti verso la sostenibilità. E questo peggiora con l’età, raggiungendo livelli quasi nulli tra Baby Boomer e GenerazioneX.
Gli aspetti che emergono dalla ricerca indicano un forte divario generazionale nell’uso delle tecnologie e nella capacità di tradurre la consapevolezza in azioni pratiche, evidenziando la necessità di interventi mirati per colmare queste lacune.

Realtà estesa: la tecnologia galoppa, ma il mercato italiano sta muovendo i primi passi

Nel 2024 sono stati lanciati 17 nuovi dispositivi di Extended Reality, 9 visori e 8 smart glasses, con prestazioni sempre più elevate, che portano a 82 il numero dei device sul mercato. Inoltre, sono nati nuovi sistemi operativi dedicati, che favoriranno lo sviluppo di un ecosistema di sviluppatori. E si è assistito a una progressiva integrazione dell’AI in ambito hardware e software.
Si stanno poi costruendo le basi dell’Industrial Metaverse, attraverso Digital Twin di nuova generazione, ovvero, repliche digitali di oggetti, processi o ambienti reali per interagire in un ambiente immersivo. 

Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Extended Reality & Metaverse del Politecnico di Milano: il 2024 è stato un anno di fermento per le tecnologie di Extended Reality, ma in Italia sono ancora poche le soluzioni adottate delle aziende.

B2c: turismo, retail, sanità, education gli ambiti principali di applicazione 

Oggi si contano 135 mondi virtuali pubblici e 122 Metaverse-as-a-service Platform – Maas, e si comincia a discutere di interoperabilità tra le piattaforme più grandi (Fortnite, Roblox, Minecraft).
Il mercato italiano dell’ER è però ancora agli inizi, soprattutto a causa di una conoscenza ridotta delle sue potenzialità.
Dal 2020 a oggi, quasi 500 imprese in Italia hanno avviato almeno un progetto XR, per un totale di 611 progetti realizzati, di cui 123 avviati nel 2024, -9% rispetto al 2023 per una riduzione degli investimenti nei settori retail, finance e automotive.

Nel B2c, le principali applicazioni nell’ultimo anno sono state nel turismo, nella sanità e nell’ambito education, anche se il retail rimane il secondo settore per numerosità complessiva.

B2b: cresce l’interesse per soluzioni nelle utility 

Nel B2b le soluzioni sono sviluppate soprattutto in ambito manufatturiero, ma c’è crescente interesse nella sanità e nelle utility.
I principali obiettivi per cui le aziende sviluppano progetti con tecnologie XR sono rafforzare l’immagine e il posizionamento dell’azienda e arricchire i servizi offerti nel B2c, oltre a sperimentare soluzioni innovative e ridurre tempistiche e costi nel B2b/B2c.

In generale, l’87% delle grandi aziende dichiara di aver raggiunto i benefici attesi. Tuttavia, il 63% non conosce a sufficienza le tecnologie di Extended Reality: è questo il principale limite al loro sviluppo.

Verso nuove esperienze fisico-digitali e web3D immersivo 

“Le imprese che hanno sviluppato progetti hanno conseguito risultati tangibili, a conferma che già oggi queste tecnologie offrono importanti opportunità in molteplici ambiti, dalla formazione al supporto alla forza lavoro sul campo, dalla prototipazione all’offerta di esperienze immersive in luoghi fisici e tanto altro ancora – afferma Claudio Conti, ricercatore senior dell’Osservatorio -. Inoltre, a tendere, la loro evoluzione potrebbe rivoluzionare diversi settori, come l’entertainment, il turismo, la sanità e il mondo industriale, garantendo nuovi servizi applicativi e nuovi modelli di lavoro e collaborazione. Inoltre, potrebbe aprire le porte a un web3D immersivo e a nuove esperienze fisico-digitali. Proprio per questo, secondo i principali report di technology foresight, l’XR segue l’Intelligenza artificiale tra i trend digitali maggiormente di impatto nei prossimi 5-10 anni”.

Quanti siamo? Meno italiani, più stranieri residenti: i dati Istat 2024

L’Italia continua a cambiare volto dal punto di vista demografico. Secondo i nuovi dati Istat relativi al 2024, la popolazione residente si riduce, con una natalità in calo e un numero crescente di cittadini italiani che scelgono di emigrare.
Allo stesso tempo, aumentano le acquisizioni di cittadinanza italiana e il numero di stranieri residenti.
L’Istituto di Statistica ha analizzato i principali trend.

Calo della natalità: minimo storico

Il tasso di fecondità scende ulteriormente: nel 2024 si registra una media di 1,18 figli per donna, battendo il record negativo del 1995 (1,19 figli per donna).
Il numero complessivo di nascite è in forte contrazione, con solo 370.000 nuovi nati rispetto ai 526.000 del 1995.

Aumento della speranza di vita

C’è però una buona notizia: la speranza di vita alla nascita cresce. Nel 2024, la media per la popolazione residente è di 83,4 anni, con un incremento di quasi cinque mesi rispetto all’anno precedente.

Boom dell’emigrazione italiana

Sempre più italiani decidono di lasciare il Paese. Nel 2024, le emigrazioni verso l’estero sono state 191.000, segnando un aumento del 20,5% rispetto al 2023.
Di queste, 156.000 riguardano cittadini italiani, con un incremento del 36,5%.

Cresce il numero di nuovi cittadini italiani

L’acquisizione della cittadinanza italiana continua a crescere. Nel 2024, sono state concesse 217.000 nuove cittadinanze a stranieri residenti in Italia, superando il precedente record di 214.000 del 2023.

Famiglie sempre più piccole

La struttura familiare cambia: la dimensione media delle famiglie italiane si è ridotta negli ultimi 20 anni, passando da 2,6 componenti a 2,2 nel biennio 2023-2024.

Natalità in calo

Nel 2024 si registrano sei nascite e 11 decessi ogni 1.000 abitanti. Nonostante il calo della natalità, si assiste anche a una riduzione della mortalità, segnale di un progressivo miglioramento delle condizioni sanitarie e della longevità.

Più immigrati, meno emigrati rispetto al passato

Il saldo migratorio netto aumenta, passando da +261.000 nel 2022 a +274.000 nel 2023.
Ciò significa che, nonostante l’aumento delle emigrazioni, l’Italia continua ad attrarre più immigrati rispetto a quanti cittadini decidano di partire.

Il Mezzogiorno si spopola

Il calo demografico è particolarmente evidente nei comuni delle Aree interne del Mezzogiorno, dove la popolazione diminuisce di circa il 5 per mille rispetto all’anno precedente.
Qui, quattro comuni su cinque vedono una riduzione del numero di residenti.

Oltre 5 milioni gli stranieri residenti

Al 1° gennaio 2024, il numero di stranieri residenti in Italia raggiunge i 5,308 milioni, con un incremento di 166.000 unità rispetto all’anno precedente. Questo dato conferma il ruolo crescente delle comunità straniere nel tessuto sociale italiano.

Per concludere

I dati Istat del 2024 delineano un’Italia in trasformazione: meno nascite, più emigrazione e una popolazione sempre più anziana. Tuttavia, il Paese continua ad attrarre nuovi cittadini e immigrati, con un saldo migratorio positivo che contribuisce a compensare, almeno in parte, il declino demografico.

Occorre quindi affrontare questi cambiamenti con politiche adeguate, capaci di sostenere la natalità e favorire l’integrazione dei nuovi cittadini.

Un terzo della popolazione mondiale è ancora offline

Nell’era dell’intelligenza artificiale, del cloud computing e del quantum computing, ben 2,6 miliardi di persone – circa un terzo della popolazione mondiale – non ha ancora accesso a Internet. Questa situazione riguarda in particolare i Paesi a basso reddito, dove solo il 27% della popolazione è connesso, mentre nei Paesi a medio-basso reddito la percentuale sale al 53%. Le disuguaglianze non si limitano a livello globale, ma si manifestano anche all’interno delle singole nazioni: nelle aree urbane l’83% delle persone utilizza Internet, mentre nelle zone rurali la percentuale scende al 48%.

Particolarmente penalizzate sono le giovani donne: nei Paesi a basso reddito, il 90% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni vive senza una connessione, limitando così le loro opportunità di studio, lavoro e sviluppo personale.

Mancata connettività: qual è l’impatto economico?

Secondo una recente pubblicazione realizzata da ISPI e Deloitte, il divario digitale rappresenta una minaccia per la crescita economica, la competitività e la coesione sociale. La Banca Mondiale evidenzia che un aumento del 10% nella diffusione della banda larga mobile può favorire una crescita del PIL pro capite dell’1,5-1,6%. Al contrario, l’assenza di servizi digitali frena lo sviluppo economico, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.

L’accesso limitato ai servizi finanziari online ostacola milioni di imprenditori, rendendo difficile ottenere finanziamenti. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), in questi Paesi il PIL potrebbe crescere dal 20% al 33% più lentamente nei prossimi anni. Le micro, piccole e medie imprese sono le più colpite: senza servizi finanziari digitali, oltre 19 milioni di esse rischiano di rimanere escluse dal mercato.

Più digitalizzazione, più investimenti

I dati mostrano che i Paesi con infrastrutture digitali avanzate attirano maggiori investimenti esteri. La presenza di portali informativi e piattaforme digitali per la registrazione delle attività economiche porta in media a un incremento dell’8% degli investimenti diretti.

Questo effetto si riflette anche nell’aumento delle registrazioni di nuove imprese, con benefici evidenti per le startup, l’imprenditoria femminile e le comunità rurali.

Intelligenza artificiale e gap tecnologico

L’accesso limitato a Internet incide anche sulla capacità di adottare le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’AI Preparedness Index del Fondo Monetario Internazionale misura la preparazione dei Paesi all’uso dell’IA, considerando infrastrutture digitali, investimenti in capitale umano e competenze STEM. I risultati evidenziano divari importanti: le economie avanzate ottengono un punteggio medio di 0,68, più del doppio rispetto ai Paesi a basso reddito (0,32).

Le disuguaglianze tecnologiche sono aggravate dal limitato accesso all’istruzione. Il World Economic Forum prevede che il 40% delle competenze attuali diventerà obsoleto e che il 60% dei lavoratori avrà bisogno di riqualificazione entro il 2030. I giovani e le donne sono i più svantaggiati: nei Paesi a basso reddito, il 90% delle adolescenti non ha accesso a Internet, riducendo le loro opportunità di apprendimento digitale del 35% rispetto ai coetanei maschi. Questa disparità si traduce in una sottorappresentazione femminile nei settori tecnologici e nell’intelligenza artificiale, con un impatto negativo sull’occupazione e sull’indipendenza economica delle donne.

Un futuro di disuguaglianze?

Le prospettive per il futuro sono preoccupanti. Se non si interviene per colmare il divario digitale, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie rischiano di avvantaggiare solo una minoranza, amplificando le disuguaglianze economiche e sociali sia tra le nazioni sia all’interno delle singole società. Andrea Poggi, esperto di innovazione e politiche pubbliche presso Deloitte, sottolinea: “L’economia digitale è il futuro, ma 2,6 miliardi di persone ne sono escluse. Il divario digitale è un ostacolo alla crescita e allo sviluppo sostenibile. Garantire l’accesso digitale è una necessità per costruire un’economia più equa e resiliente”.

Antonio Villafranca, vicepresidente per la ricerca dell’ISPI, aggiunge: “L’esclusione digitale può costare ai Paesi a basso e medio reddito fino a 2.000 miliardi di dollari in crescita economica persa nel prossimo decennio. Investire nella connettività oggi significa prevenire disuguaglianze ancora più gravi domani. L’inclusione digitale non avviene per caso, ma per scelta”.

Sviluppo software, un motore di crescita per le aziende italiane

Lo confermano i numeri del report ‘The art of software: The new route to value creation across industries’ del Capgemini Research Institute: il 90% delle aziende intervistate sta già sviluppando strategie basate sul software per vincere le sfide del mercato. In pratica, 9 imprese italiane su 10 hanno scelto lo sviluppo software per la crescita del proprio business.

Non più relegato a compiti secondari, entro il 2030 il software darà un contributo significativo ai ricavi aziendali, tanto che si parla ormai di ‘softwarizzazione’ diffusa.
Un’espressione che riassume la tendenza a investire sullo sviluppo software per creare prodotti e servizi di valore. 

Un acceleratore per i settori R&S

I benefici della trasformazione aziendale incentrata sul software hanno permesso all’86% delle imprese di ottenere nuove fonti di ricavo attraverso prodotti ‘software-defined’, mentre il 73% ha beneficiato del software per l’accelerazione dei settori R&S.
Inoltre, la trasformazione digitale guidata dal software si traduce in un aumento della quota di mercato per il 62% delle aziende, e in una riduzione dei costi per oltre la metà di esse. 

“La softwarizzazione è molto più di un avanzamento tecnologico – spiega Giacomo Donzelli, practice head software di Capgemini Engineering -. Si tratta di un cambiamento culturale e strategico”.
Un impatto orizzontale, che coinvolge vari segmenti industriali. Il 90% delle aziende automobilistiche, ad esempio, ha già introdotto nuovi servizi basati sul software.

“Siamo entrati in una nuova era di trasformazione aziendale”

Anche nei beni industriali e capital goods il 59% delle imprese ha ottenuto significativi risparmi grazie a strategie digitali mirate.
Nel settore finanziario e retail, la rivoluzione software è altrettanto evidente: il 77% di banche e assicurazioni ha ridotto i tempi di sviluppo dei prodotti, mentre il 59% delle realtà del commercio al dettaglio ha abbassato i costi operativi.

E la tendenza è destinata a crescere. “Siamo entrati in una nuova era di trasformazione aziendale incentrata sul software – afferma Riccardo Dolfi, managing director di Capgemini Engineering – è necessario un cambio di paradigma se le aziende vogliono differenziarsi, innovare e rimanere competitive”.

“Garantire che l’architettura sia solida, sostenibile e scalabile”

Il 60% delle aziende riconosce che il tema del software è ormai una priorità. Tuttavia, solo il 40% ha già una strategia chiara e strutturata.
Serve infatti un ripensamento radicale dell’organizzazione dei processi, che deve essere flessibile, scalabile e orientata all’interoperabilità.

Ed è la stessa cultura aziendale a doversi evolvere per diventare ‘digital-native’, ridisegnando i processi e aumentando la velocità di sviluppo, riporta ANSAcom.Va però colmata un’evidente carenza di talenti.
“È necessario adottare un approccio olistico: dalla creazione di partnership strategiche alla definizione di una roadmap di trasformazione precisa – aggiunge Dolfi – in modo da garantire che l’architettura su cui si basa il software sia solida, sostenibile e scalabile”.

Aziende italiane sempre più tech: l’IA per l’automazione dei processi digitali

Le aziende italiane stanno progressivamente integrando l’Intelligenza Artificiale nei processi di automazione, ma con un ritmo differenziato a seconda della dimensione e del settore di appartenenza. Oltre la metà delle grandi imprese ha implementato almeno una soluzione di automazione digitale, ma solo una minoranza del 8% ha esteso l’uso su larga scala. Tra coloro che ancora non hanno adottato l’AI nell’automazione, il 45% prevede di farlo entro l’anno.

Nel panorama delle piccole e medie imprese, invece, la situazione appare più arretrata: solo il 9% utilizza sistemi di Robotic Process Automation (RPA), segno che esistono ancora barriere tecnologiche ed economiche per una diffusione più ampia. Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Intelligent Business Process Automation della School of Management del Politecnico di Milano.

Il ruolo delle startup 

A livello globale, l’ecosistema delle startup sta giocando un ruolo chiave nel settore dell’automazione intelligente. Sono state individuate 312 startup che offrono soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale per automatizzare processi aziendali, raccogliendo finanziamenti per oltre 2 miliardi di dollari.

Gli investitori stanno puntando soprattutto su piattaforme di sviluppo e monitoraggio dell’automazione, capaci di ottimizzare l’orchestrazione degli agenti AI e migliorare l’efficienza operativa delle imprese.

L’impatto della Business Process Automation sulle imprese

Attualmente, il 51% delle grandi aziende italiane ha adottato in qualche forma la Business Process Automation. Ma solo l’8% ha implementato un’integrazione completa su larga scala. La maggior parte delle applicazioni riguarda l’amministrazione, la finanza e il controllo (76%), seguiti dalle operazioni aziendali (65%) e dagli acquisti (61%).

Guardando alle soluzioni più avanzate di Intelligent Process Automation, il loro utilizzo è ancora limitato, ma si espanderà a breve. Le aree che più beneficiano di queste tecnologie sono il customer service (28%), le operazioni aziendali (22%) e l’amministrazione (18%). L’adozione dell’AI in questi settori consente di migliorare la gestione delle richieste dei clienti, automatizzare decisioni complesse e ottimizzare l’efficienza produttiva.

La sfida delle competenze 

La carenza di competenze specializzate è uno dei maggiori ostacoli alla diffusione dell’automazione intelligente. Solo il 17% delle aziende si affida completamente a fornitori esterni, mentre il 43% ha sviluppato competenze interne e il 40% ha creato team dedicati all’ottimizzazione dei processi. La formazione rimane comunque un punto critico: solo il 12% delle imprese investe in programmi strutturati per sviluppare competenze specifiche nell’ambito dell’Intelligent Process Automation.

Nonostante le difficoltà, il mercato dell’automazione è in forte crescita. Sempre più aziende stanno pianificando di integrare l’AI nei loro processi nei prossimi 12 mesi, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza, ridurre i costi operativi e incrementare la qualità dei servizi offerti.