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Nuovi trend: i giovani vogliono la socialità fuori dal mondo digitale

Arriva una notizia in controtendenza rispetto a quello che siamo abituati a leggere sui giornali o a sentire in Tv. In un mondo sempre più interconnesso e digitale, molti giovani, in particolare tra i 18 e i 35 anni, sembrano voler tornare a vivere le relazioni nella dimensione reale.

A raccontarlo è uno studio realizzato da AstraRicerche per Heineken Italia, nell’ambito dell’iniziativa “Together”, che indaga le abitudini sociali di Gen Z e Millennials.

Voglia di ritrovarsi a tu per tu 

Secondo la ricerca, oltre il 75% dei partecipanti afferma di preferire luoghi fisici per incontrarsi. I contesti più citati includono locali come bar, pub, discoteche, ristoranti, ma anche spazi all’aperto, palestre, cinema e parchi. Hanno un peso di rilievo anche gli ambienti che si frequentano quotidianamente, come l’università (14,8%) e il posto di lavoro (31,3%), che si confermano fondamentali per creare connessioni autentiche.

Curiosamente, le app di messaggistica superano i social network tradizionali: il 43,8% dei giovani sceglie chat e gruppi privati per comunicare, contro il 32,9% che usa le piattaforme social. Una percentuale importante, il 48,3%, giudica negativamente l’influenza dei social media sulla qualità delle relazioni personali.

La birra come simbolo di condivisione

Nell’ambito della convivialità, la birra si afferma come la bevanda preferita: quasi otto giovani su dieci la associano ai momenti passati con amici. Tra i motivi principali, spiccano il gusto (52,1%), l’abitudine (35,1%) e il fatto che sia percepita come il drink perfetto per stare in compagnia (25,9%). Non manca chi ne apprezza l’abbinamento con il cibo (23,7%).

“La nostra ricerca conferma che, nonostante l’avanzata del digitale, i giovani cercano esperienze vere e condivise,” osserva Alfredo Pratolongo, direttore Corporate Affairs di Heineken Italia. “La socialità reale resta un pilastro della loro identità.”

Costruire momenti da ricordare

Secondo Michela Filippi, responsabile marketing di Heineken Italia, “la birra è ormai molto più di una semplice bevanda: rappresenta un catalizzatore di relazioni e un veicolo per creare legami sinceri.”

Con il progetto “Together”, il brand intende sostenere una nuova cultura dell’incontro, dove il piacere dello stare insieme si impone come antidoto alla solitudine digitale e all’iperconnessione.

Nuove tecnologie: il futuro dell’engagement per brand e aziende

Nel confronto tra Realtà Virtuale (VR) e Realtà Aumentata (AR), la prima risulta più conosciuta e utilizzata rispetto alla AR, soprattutto tra i Millennials.
Per sfruttare al meglio questo potenziale e costruire engagement di successo per le aziende, l’Osservatorio Nuove Tecnologie di Ipsos ha identificato tre fattori cruciali: garantire la privacy dei dati personali degli utenti, evidenziare i benefici di accessibilità ad alcune attività, altrimenti precluse a persone con disabilità. E dimostrare l’efficienza della VR nelle attività quotidiane, come l’acquisto di prodotti o servizi online.

Il 38% degli utenti teme però che la realizzazione di esperienze o contenuti in realtà estesa (XR) sia un modo per i brand di risparmiare a scapito della qualità. Per superare questa percezione, è fondamentale che le aziende investano in esperienze VR di alto livello, in ambienti tecnologicamente avanzati e user-friendly.

Gamification: un touchpoint promettente?

Se il gaming si sta affermando come un mercato ad alto coinvolgimento, le motivazioni variano con l’età. Per gli adulti è principalmente un passatempo rilassante, mentre per i più giovani (under40) rappresenta un modo per mettersi alla prova con sfide e sviluppo di nuove competenze.

In ogni caso, il gaming non è un’attività solitaria. Molti utenti partecipano a competizioni di gioco allargate, rendendo questi contesti virtuali una piazza ampia e promettente per i brand.
Nonostante una persona su due consideri il contesto di gioco un terreno fertile per l’advertising, a oggi solo una piccola percentuale ha effettivamente acquistato prodotti pubblicizzati nei giochi.

AI: opportunità e sfide nel contesto aziendale 

Inoltre, una quota consistente di intervistati non percepisce ancora chiari vantaggi della presenza dei brand nei giochi, ma sarebbe disposta a non saltare gli annunci pubblicitari in-game se ricevesse ricompense reali, come sblocco di contenuti, passaggi di livello o potenziamenti temporanei del proprio personaggio.
L’AI suscita comunque sentimenti contrastanti. Da un lato, si pensa possa semplificare i processi, dall’altro si teme la perdita di posti di lavoro e la presunta minaccia alla creatività.

Nonostante queste preoccupazioni, emerge un dato incoraggiante. La maggioranza si dichiara disposta ad acquisire competenze legate all’AI per integrarla nel lavoro, una percentuale in aumento rispetto alle precedenti rilevazioni dell’Osservatorio.

Persiste il timore di un utilizzo distopico e spersonalizzante

I settori in cui ci si aspetta un uso più rilevante dell’AI sono quello medicale (telemedicina e automazione), sicurezza (sistemi di riconoscimento facciale) e in misura minore Marketing e comunicazione.
In questo ambito, persistono timori riguardo un possibile utilizzo distopico e spersonalizzante dell’AI, con scarsa attenzione alla privacy degli utenti esposti a contenuti generati con AI.

Un valore aggiunto potrebbe essere riconosciuto se, tramite dispositivi VR, i dati raccolti e analizzati con l’Intelligenza artificiale offrissero esperienze future più piacevoli o vantaggi concreti. Questo suggerisce una relativa e cauta apertura al suo utilizzo.

AI generativa: come cambierà il modo di imparare, riflettere e immaginare nel 2035

Nel 2035, nell’era delle tecnologie generative, cambierà profondamente il modo di imparare, riflettere e immaginare delle persone.
La seconda edizione dell’Osservatorio FUTURES | Sense Making by System Thinking del Politecnico di Milano ha esplorato l’approccio pionieristico alla creazione del futuro nell’era delle tecnologie generative, identificando i futuri “distanti” nei processi aziendali di produzione e assorbimento della conoscenza nel 2035.

Tra i nuovi profili professionali identificati negli 8 futuri alternativi descritti dall’Osservatorio, emergono gli “antroscienziati”: profili ibridi tra l’intuizione
Gli antroscienziati indagheranno il modo in cui individui, culture e società interagiscono con le tecnologie, gli ambienti e le organizzazioni, per tradurre comportamenti, valori e motivazioni umani in idee per l’innovazione, le politiche e la progettazione organizzativa.

Symfoodist ed empathitect

Un altro profilo è quello dei “symfoodist”, ricercatori con competenze transdisciplinari che uniscono scienza alimentare, psicologia sensoriale ed etica con la conoscenza dell’AI, per progettare sistemi nutrizionali in grado di attivare il flusso creativo, il recupero psicologico e l’allineamento metabolico con i ritmi circadiani e cognitivi.

E ancora, tra i profili degli 8 futuri alternativi rientrano gli “empathitect”, facilitatori di ecosistemi umani, che progetteranno architetture emozionali per comunità e organizzazioni, creando ambienti in cui le persone possono esprimere il loro potenziale in armonia con i ritmi collettivi.

Un motore di decostruzione cognitiva

Nell’attività di ricerca scientifica, il manifesto sul futuro ‘distante’, dal titolo “Tecnologie generative come motore di decostruzione cognitiva” immagina una nuova era di produzione di conoscenza in cui creatività umana e tecnologia intelligente convergono per espandere i limiti della comprensione e dell’innovazione.
Nella ricerca le tecnologie generative saranno motori di decostruzione cognitiva, consentendo ai ricercatori di concettualizzare sistemi alternativi.

Ma nel futuro distante si rifiuta l’idea che le tecnologie generative siano partner autonomi che prendono decisioni indipendenti. Infatti, non generano intrinsecamente soluzioni accessibili o inclusive: devono essere guidate intenzionalmente per farlo. E si rifiuta anche la visione delle tecnologie generative come semplici amplificatori della cognizione umana.

“Padroneggiare la creazione del futuro”

L’AI ha il potenziale di migliorare la percezione dei segnali corporei interni, aiutando i ricercatori a diventare più consapevoli dei propri pregiudizi, rafforzare il ragionamento intuitivo e sviluppare una visione più profonda del mondo.

“In contesti fortemente volatili, incerti, complessi e ambigui come quelli della società moderna è richiesto a leader, innovatori e organizzazioni di progettare con responsabilità e proattività futuri desiderabili – afferma Claudio Dell’Era, Direttore dell’Osservatorio –. Con dinamiche di mercato volatili e incertezze geopolitiche, le previsioni diventano sempre più difficili e le organizzazioni oggi si trovano in difficoltà nel decidere quali iniziative perseguire e come allocare le risorse in modo efficace. Padroneggiare la creazione del futuro diventa una capacità sempre più critica”.

Vacanze 2025: aumentano i turisti stranieri, gli italiani no

Buoni auspici per l’estate 2025, in particolare per quanto riguarda gli arrivi di turisti stranieri. Si attendono infatti numeri in forte crescita soprattutto dall’Europa e dal Nord America. Però, dietro a questo boom internazionale, il quadro delle vacanze per gli italiani cambia: molti connazionali rivedono i propri piani, riducendo durata e frequenza dei viaggi.
A rivelarlo è il sondaggio Future4Tourism condotto da Ipsos.

Estate “corta” per gli italiani: boom di weekend lunghi

Se nel 2024 ben tre italiani su quattro dichiaravano di avere una vacanza in programma, oggi la quota è scesa al 72%. Un segnale che evidenzia una tendenza crescente verso soggiorni brevi: aumentano coloro che scelgono pause di due o tre notti, preferendo i cosiddetti “long weekend” a ferie prolungate. Una scelta che riflette cambiamenti economici e sociali.

Perché si parte meno? Colpa del budget

Le principali ragioni della riduzione dei viaggi estivi sono di tipo economico: aumenti dei prezzi, inflazione e incertezze lavorative portano molti a restare a casa.

Si aggiungono motivazioni familiari e personali che rendono difficile spostarsi. Da segnalare anche il raddoppio di chi dichiara di non andare mai in vacanza d’estate: dal 12% del 2024 al 24% attuale.

Luglio e agosto i mesi preferiti per le vacanze

Le vacanze non si concentrano più ad agosto: il 37% degli italiani parte a luglio, altrettanti scelgono agosto, mentre il 24% preferisce settembre, più economico e meno affollato.

Si viaggia ancora molto in Italia, ma la percentuale scende al 62% (-4% rispetto al 2024). Crescono le preferenze per mete europee e crociere, mentre i viaggi intercontinentali restano stabili.

La Calabria debutta tra le mete più desiderate

Accanto a Sicilia, Puglia, Toscana e Trentino-Alto Adige, la Calabria guadagna terreno e si piazza tra le cinque regioni più scelte. Emilia-Romagna e Sardegna si mantengono vicine al podio.

Il turismo montano continua a crescere e raccoglie il 15% delle preferenze: il Trentino spicca come regione di riferimento, con un’offerta molto apprezzata durante l’estate.

In bilico tra chi prenota presto e chi aspetta l’ultimo minuto

Le abitudini di prenotazione si fanno sempre più estreme: da un lato aumentano gli early bookers, che pianificano con mesi di anticipo, dall’altro cresce chi, a metà giugno, non ha ancora deciso dove andare.

Una doppia sfida per agenzie e operatori, chiamati a modulare promozioni e offerte in base a strategie diversificate.

Un italiano su tre pronto a partire in autunno

Anche il periodo ottobre-dicembre si preannuncia interessante: il 33% degli italiani ha in programma un viaggio autunnale, con una preferenza per le città europee e le località di montagna.
Il turismo italiano, quindi, si evolve e si distribuisce sempre più nell’arco dell’anno: un trend che richiede un approccio flessibile e orientato alla personalizzazione dell’esperienza.

Pubblicità: Internet raccoglie il 51% degli investimenti degli advertiser

Nel 2024 il mercato pubblicitario italiano ha raggiunto 11,1 miliardi di euro, +8% in un anno. Un risultato trainato dall’Internet advertising, che on una quota del 50% del mercato (+12%) conferma la sua predominanza. Seguono Tv (35%, +6%), Out of Home (6%, +2%), Stampa (5%, -8%) e Radio (4%, +2%).

Per il 2025 le prospettive sono positive, l’Internet advertising potrebbe raggiungere 6 miliardi (+9%), sempre che l’incertezza geopolitica e l’effetto dazi non influenzino consumi, e investimenti.
Sono alcuni risultati della ricerca 2024-2025 dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

Ma non è più solo una questione di volumi

“Cresce l’attenzione alla misurazione avanzata, oggi determinante per migliorare l’efficacia degli investimenti – spiega Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. La pubblicità digitale non è più solo un insieme di canali: è un ecosistema che evolve verso una comunicazione più trasparente, efficace, orientata al valore e alla misurazione”.

All’interno dell’Internet advertising nel 2025 il formato Video supera 2,4 miliardi di euro (+13%, 41% del totale), cresce anche l’Audio advertising (+15%), sebbene ancora limitato in valore assoluto (47 milioni).
“Anche in questo ambito si osserva una tendenza già emersa nel mondo video: l’utilizzo di un numero crescente di piattaforme, spesso nella versione gratuita con inserzioni pubblicitarie, che diventano così abilitatrici della fruizione stessa” afferma Antonio Filoni, Head of BU Digital di Doxa.

Retail Media, il nuovo paradigma

Il Retail Media sta emergendo come uno dei trend più promettenti, anche se in Italia è ancora in una fase iniziale. “Questa trasformazione ridisegna il modo in cui brand e retailer dialogano con i consumatori. Gli spazi pubblicitari si integrano con i dati e la tecnologia per creare esperienze d’acquisto più personalizzate e rilevanti – spiega Denise Ronconi, Direttrice dell’Osservatorio Internet Media -. In questo modello, i retailer non sono più semplici canali di vendita, ma attori strategici della filiera pubblicitaria”.

Nel Retail Media i retailer assumono un ruolo chiave all’interno della filiera pubblicitaria, offrendo visibilità ai brand proprio nel momento in cui il cliente è più vicino all’acquisto. Un modello che valorizza i dati di prima parte e che può generare valore sia per i retailer che per i brand.

Misurazione avanzata: un fattore competitivo per le imprese

“La misurazione non è più solo una buona pratica, ma un vero e proprio fattore competitivo distintivo -. commenta Nicola Spiller, Direttore dell’Osservatorio Internet Media -. Oggi le imprese più evolute integrano strumenti avanzati nei processi decisionali e adottano Learning Agenda strutturate, che abilitano un mindset e processi orientati all’apprendimento continuo e al miglioramento costante.
Se un tempo gli strumenti di misurazione richiedevano forti competenze specialistiche, ora con l’AI l’accessibilità alla misurazione avanzata è maggiore. Tuttavia, il mercato è ancora frammentato – prosegue -. In uno scenario sempre più orientato al ROI e alla trasparenza, Attribution, Brand Lift, Conversion Lift e modelli econometrici non sono più opzioni, ma strumenti che, se utilizzati in modo combinato, permettono di crescere con metodo e responsabilità”

Shopping e intelligenza artificiale: gli italiani cambiano abitudini

La tecnologia dell’intelligenza artificiale sta rivoluzionando anche il modo in cui gli italiani fanno acquisti. Secondo il Retail Report 2025 di Adyen, piattaforma fintech globale, nel nostro Paese l’utilizzo dell’IA per lo shopping è cresciuto del 47% nell’ultimo anno.

A guidare questa vera e propria “rivoluzione” è la Generazione Z (16-27 anni), con oltre la metà (53%) degli appartenenti a questa fascia d’età che dichiara di aver già utilizzato l’IA per selezionare o acquistare prodotti. Ma la vera sorpresa arriva dai Baby Boomer (60-78 anni), che fanno registrare il maggiore incremento: ben +58% rispetto all’anno precedente.

L’IA usata per scegliere abiti, cibo e nuovi brand

L’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento futuristico, ma un alleato pratico per il consumatore moderno. Il 53% di chi utilizza l’IA per fare acquisti la impiega per trarre ispirazione nella scelta di prodotti come vestiti, generi alimentari o accessori. Un ulteriore 52% la sfrutta per scoprire nuovi marchi, mentre quasi un intervistato su dieci afferma di ricevere idee utili per articoli che altrimenti non avrebbe considerato.

La tendenza coinvolge tutte le generazioni, con i Millennial (28-43 anni) al 44% e la Gen X (44-59 anni) in crescita del 54%.

Retailer italiani: solo uno su quattro prevede investimenti in AI entro l’anno

Anche se la tendenza è evidente, i retailer sembrano essere meno convinti dei consumatori. Solo il 25% delle aziende del retail italiano, infatti, dichiara di voler investire nell’intelligenza artificiale per supportare vendite e marketing nel 2025.

Eppure, secondo Adyen, le opportunità non mancano. “L’IA può diventare una sorta di personal shopper digitale,” spiega Roelant Prins, Chief Commercial Officer di Adyen, “in grado di suggerire outfit o prodotti basati su gusti personali e comportamenti d’acquisto”.

Tecnologia e punto vendita si completano

Mentre l’IA si fa strada, il concetto di Unified Commerce – cioè la possibilità di acquistare su diversi canali in modo integrato – resta centrale. Il 38% dei retailer italiani ha già adottato soluzioni omnicanale, e un ulteriore 16% lo farà entro l’anno. I consumatori, da parte loro, confermano questa direzione: il 37% si aspetta di interagire con i brand su app, social e negozi fisici, e il 29% utilizza i social per acquistare. Tuttavia, il negozio fisico mantiene un ruolo chiave: il 41% vuole toccare il prodotto prima dell’acquisto, e il 31% desidera portarlo subito a casa.

Insomma, l’indagine, condotta su oltre 41.000 consumatori in 28 Paesi, mostra chiaramente che l’intelligenza artificiale è ormai parte integrante dello shopping in Italia, anche se il negozio resta un punto di riferimento.

AI: un uso etico non basta se la legalità non viene presidiata

Un sondaggio di Federprivacy rivolto a circa 1000 professionisti italiani di data privacy conferma che per governare l’AI gli aspetti etici sono fondamentali, ma potrebbero non essere sufficienti a garantire un utilizzo sicuro e responsabile di questa tecnologia.

Gli esperti della protezione dei dati riconoscono l’importanza di promuovere un uso etico dell’AI (63%), aggiungendo però anche la necessità di un maggiore rispetto delle normative (73%) e di un rafforzamento delle attività ispettive da parte dell’Autorità (43,2%).
Inoltre, più della metà pensa che nonostante il GDPR abbia uniformato le regole per tutti evidenzia criticità per le micro, piccole e medie imprese, spesso in difficoltà nell’applicare le normative in modo efficace.

“Da piccola sembra innocua, ma crescerà…”

L’affermazione ‘non basta l’etica per governare l’AI’ pone quindi una questione cruciale nel campo delle innovazioni tecnologiche.
Se molti considerano l’AI un’opportunità, gli esperti temono che possa sfuggire di mano. Tanto che il Premio Nobel per la fisica Geoffrey Hinton nei giorni scorsi dal palcoscenico del Gitex Europe a Berlin ha paragonato l’AI a una tigre. “Da cucciola sembra innocua, addirittura affascinante. Ma crescerà. E a meno che non siate certi che non vorrà uccidervi, dovreste preoccuparvi”.

E all’intervistatore che proponeva l’etica come principale rimedio scaccia incubi, il pioniere del machine learning ha risposto in modo perentorio: “Le grandi aziende perseguono il profitto, non l’etica”.

Tante sanzioni e pochi controlli

Non mancano quindi le preoccupazioni per l’impatto che avrà nei prossimi anni.
Se in 7 anni di GDPR le autorità europee hanno inflitto più di 2.500 multe per un ammontare di oltre 6 miliardi di euro senza intravedere un cambio di rotta significativo, il 73,9% dei professionisti pensa che non occorra cambiare gli attuali profili sanzionatori bensì farli rispettare in modo più efficace.
Piuttosto, il 43,2% vorrebbe un numero maggiore di attività ispettive del Garante e della Guardia di Finanza a presidio della legalità.

E a differenza di quello che possono pensare i cittadini, che vedono minacciata la loro privacy, il 63,5% dei professionisti che ‘vede’ le aziende dall’interno afferma che dal 2018 a oggi la situazione è comunque migliorata grazie alle sanzioni più severe introdotte dal Regolamento UE sulla protezione dei dati.

GDPR: regole uguali per (quasi) tutti

A questo riguardo, se le semplificazioni proposte dalla Commissione Europea non si stanno rivelando come le agevolazioni tanto attese, il 56,9% dei professionisti riconosce che il GDPR ha effettivamente introdotto regole uguali per tutti.

Allo stesso tempo, però, avrebbe dovuto agevolare maggiormente le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano.

Moda e lavoro: i grandi brand cercano Product developer e social media manager

In un momento di rapida evoluzione, guidata da sostenibilità, innovazione tecnologica e nuovi scenari internazionali, la Polimoda Business Week 2025, l’evento dedicato all’incontro tra studenti diplomandi e HR e professionisti del settore moda, traccia la mappa delle figure su cui puntano i grandi nomi del fashion.  E rileva un cambio di passo nella domanda di competenze professionali da parte dell’industria moda.

In testa alle richieste dei brand spicca lo sviluppo prodotto: le aziende cercano specialisti in grado di gestire ogni fase, dall’ideazione alla prototipazione, garantendo livelli di innovazione e sostenibilità.
Il social media management segue a ruota, con un aumento delle richieste a testimonianza della centralità delle piattaforme digitali nella costruzione di community e narrazioni di marca.

Trasformare i dati di mercato in collezioni distintive

I creative director e i product designer vengono poi valorizzati per la capacità di tradurre i dati di mercato in collezioni distintive, richiedendo una visione che coniughi estetica e funzionalità. Al contempo, il retail si evolve verso modelli phygital, spingendo le aziende a integrare specialisti in customer experience e performance commerciale direttamente nelle strategie di store design.

In questo contesto, il visual merchandising si conferma trait d’union tra storytelling e vendite, con professionisti chiamati a creare ambienti immersivi che coinvolgano tanto il cliente in store quanto l’audience digitale.
Sul fronte più tecnico, il modellista, sempre più abile con software CAD e 3D, resta al centro dell’organizzazione produttiva, contribuendo a ottimizzare tempi e costi senza rinunciare alla precisione sartoriale.

Coniugare innovazione digitale, sostenibilità, radici artigianali

Parallelamente, il comparto maglieria vede un significativo aumento di interesse: si richiedono profili specializzati che sappiano innovare filati e lavorazioni, orientandosi verso materiali rigenerati e processi a basso impatto ambientale.

Al contempo, marketing e comunicazione si ritagliano un ruolo di primo piano grazie alla crescente necessità di figure data-driven, capaci di misurare il ritorno sugli investimenti e modellare strategie omnicanale con un respiro internazionale.
Nell’instabilità dello scenario, i profili emergenti rappresentano le vere leve per la ripresa dell’industria, professionisti in grado di coniugare innovazione digitale, sostenibilità e radici artigianali.

Talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e abilità tecniche

Le nuove figure professionali possono infatti dare nuovo slancio al Made in Italy sui mercati globali.
Per questo motivo, nel corso della Polimoda Business Week 2025 sono stati svolti oltre 1.300 colloqui individuali, a cui hanno partecipato 328 neodiplomati e 105 aziende del sistema moda.

I colloqui hanno coinvolto aziende italiane ed estere del comparto lusso, abbigliamento, calzature, accessori, gioielli, oltre a magazine, agenzie di comunicazione e art direction, nella selezione dei migliori talenti formati dalla scuola per opportunità di stage e lavoro.
Brand come Prada, Valentino, Hermès, Hugo Boss, Karl Lagerfeld, Max Mara, Bottega Veneta, Ferragamo, Etro, Tod’s, confermano l’urgenza di talenti in grado di unire creatività, competenze digitali e solida expertise tecnica.

Sanità digitale: una spesa che arriva a 2,47 miliardi di euro

Lo confermano i risultati della ricerca dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, svolta in collaborazione con AMD, AME, FADOI, Homnya e SIMFER. Nel 2024 gli investimenti in Sanità digitale sono arrivati a 2,47 miliardi di euro (+12% rispetto al 2023), e l’attuazione delle misure del PNRR sta producendo i primi risultati concreti.

Tra questi, la realizzazione delle piattaforme di Telemedicina, oltre alla diffusione di soluzioni per la digitalizzazione degli ospedali e lo sviluppo del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0.
Oggi il 36% dei medici specialisti e il 52% dei Medici di Medicina Generale ha utilizzato servizi di Televisita. E rispettivamente il 30% e il 46%, servizi di Telemonitoraggio.

Un uso ancora sporadico e non strutturato

Tuttavia, si tratta di un utilizzo ancora sporadico e non strutturato. Anche nella comunicazione con il cittadino-paziente si ricorre ancora spesso a strumenti non dedicati all’ambito sanitario. Secondo la ricerca svolta in collaborazione con BVA Doxa, oggi 6 cittadini su 10 utilizzano WhatsApp per comunicare con i loro medici, che mediamente impiegano un’ora al giorno alla gestione di queste comunicazioni.

L’uso strutturato di strumenti di comunicazione dedicati permetterebbe di recuperare complessivamente oltre una settimana lavorativa all’anno per ciascun medico. Il 41% dei cittadini ha già utilizzato il Fascicolo Sanitario Elettronico, e tra questi, la maggior parte (60%) ha dato il consenso al trattamento dei dati, mentre un ulteriore 25% si dice disposto a farlo, soprattutto per poter fornire ai medici una visione completa e aggiornata della storia clinica.

AI e pratica dei processi clinici

Parallelamente, cresce l’adozione dell’AI, il cui impatto sui processi clinici apre nuove opportunità, ma anche interrogativi sulla gestione dei dati e l’integrazione nella pratica quotidiana.

Oggi il 31% dei cittadini ha già utilizzato strumenti di AI generativa e l’11% lo ha fatto in ambito sanitario, in particolare per la ricerca di informazioni su problemi di salute, farmaci e terapie.
Inoltre, il 26% degli specialisti, il 46% dei Medici di Medicina Generale e il 19% degli infermieri ne ha fatto uso, anche se quasi sempre utilizzando piattaforme generaliste e non dedicate all’uso clinico.

“Disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta”

“Nell’ultimo anno si sono registrati importanti sviluppi nell’attuazione del PNRR in ambiti strategici come la Telemedicina, la digitalizzazione degli ospedali, il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, l’Intelligenza Artificiale in Sanità – dichiara Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Ma i risultati non bastano a poterne raccogliere i frutti. La pressione sul sistema sanitario non si è attenuata, l’invecchiamento della popolazione, l’elevata incidenza delle cronicità e il fabbisogno di long-term care mettono in luce un disequilibrio tra bisogni, aspettative e capacità di risposta. L’uso delle tecnologie digitali in ambito sanitario deve tendere a una trasformazione più radicale dei processi di cura e assistenza – aggiunge Corso – che bilanci efficienza, efficacia e soddisfazione”.

Design Thinking: un aiuto per gestire la complessità del business

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Design Thinking for Business del Politecnico di Milano: il Design Thinking non è un semplice metodo creativo, ma uno strumento efficace per le organizzazioni  nell’affrontare la complessità.
Le organizzazioni che integrano efficacemente il Design Thinking sperimentano più innovazione, collaborazione e agilità nel rispondere ai cambiamenti del mercato.

Ai singoli individui, l’utilizzo del Design Thinking permette di costruire senso e coinvolgere meglio le persone. E per i team, le pratiche di Design Thinking sono un aiuto per affrontare con maggiore efficacia le sfide, scomponendo la complessità in passaggi gestibili e rafforzando l’azione collettiva attraverso risultati tangibili. 

“Spacchettare e fare framing dei problemi”

Ma per supportare l’adozione del Design come leva strategica, superando lo scetticismo, bisogna fornire risultati tangibili sull’efficacia del modello, coinvolgere la leadership in progetti design-driven e garantire una formazione continua adeguata.

Quando si presenta un’opportunità, ottenere il consenso e il sostegno delle persone è fondamentale per aumentare la probabilità di un’implementazione di successo. Il linguaggio utilizzato nella narrazione crea risonanza con il pubblico, cioè un’interpretazione in cui le informazioni trasmesse dalle cornici linguistiche si allineano con credenze, aspettative, comprensioni e valori del pubblico.

“La prima difficoltà che una persona affronta in contesti complessi è dare un senso alle cose – sottolinea Stefano Magistretti, Direttore dell’Osservatorio -. Il design permette di ‘spacchettare’ e ‘fare framing’ dei problemi definendo i perimetri e indirizzando le azioni”.

“Adottare la dinamica delle small win”

“Le sfide in un contesto molto dinamico sono articolate, coinvolgono stakeholder con priorità differenti e non sempre hanno una soluzione univoca – aggiunge Paola Bellis, Direttrice dell’Osservatorio -. Diventa quindi difficile per le persone muoversi. Attraverso la dinamica delle small win, abbiamo visto come le pratiche incrementali possano aiutare le persone ad approcciare problemi complessi a piccoli passi, riuscendo ad avere risultati complessi pur restando flessibili”.

Per esplorare come i leader possano gestire i problemi complessi sfruttando le pratiche di design, e ottenere quindi piccoli successi che contribuiscono all’innovazione, l’Osservatorio ha organizzato un laboratorio ‘sul campo’ per comprendere come affrontare la sfida della scarsità d’acqua sfruttando gli strumenti di GenAI e successivamente intuito e capacità dei partecipanti attingendo all’intelligenza collettiva.

GenAI e intelligenza umana: due pratiche complementari per affrontare le sfide

Lo studio ha rivelato come le pratiche divergano tra l’uso della GenAI o esclusivamente con l’intelligenza umana.
La collaborazione guidata dalla GenAI ha portato velocità, struttura e tante idee, spesso a scapito di un coinvolgimento critico, poiché i partecipanti dipendevano dalla tecnologia per il ragionamento individuale.

Al contrario, le interazioni esclusivamente umane hanno favorito un dialogo più ricco e una comprensione personale, sebbene le interazioni erano ricche di critiche reciproche e le idee più personali.
Ciò suggerisce che a seconda della natura della sfida e del valore strategico di ogni fase decisionale, le organizzazioni possono decidere quando sfruttare il supporto tecnologico e quando affidarsi alla collaborazione umana.