IA: oggi la usa solo l’11,4% delle imprese

Se ne parla tanto, ma l’Intelligenza Artificiale è realmente uno strumento utilizzato nelle imprese? Non ancora. A oggi,  l’Intelligenza artificiale (IA) stenta a imporsi tra le aziende italiane. Nel 2024, solo l’11,4% delle imprese ha adottato questa tecnologia, un dato in crescita rispetto al 5,7% del 2021 ma ancora contenuto.

Nel frattempo, altri strumenti digitali più consolidati come il Cloud (44,4%), i pagamenti digitali (41,3%) e la cybersicurezza (41,2%) continuano a essere le priorità di investimento.

L’IA al centro dei piani futuri

Uno scenario più ottimistico si prospetta per i prossimi anni. Secondo uno studio condotto da Unioncamere e Dintec basato sui dati dell’Osservatorio Punti impresa digitale, l’IA sta guadagnando terreno come tecnologia strategica.

Tra il 2025 e il 2027, il 18,9% delle aziende prevede di integrare l’Intelligenza artificiale nei propri processi produttivi, rendendola una delle priorità principali nei piani di sviluppo tecnologico.

Sostenere l’innovazione digitale

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, sottolinea l’importanza delle tecnologie digitali per stimolare la crescita economica e la competitività del sistema produttivo italiano. Attraverso i Punti impresa digitale (Pid), sono già state coinvolte oltre 750mila aziende, con l’obiettivo di superare quota un milione nei prossimi tre anni.

Il sistema camerale punta a rafforzare i legami con i centri di ricerca nazionali, creando un ecosistema in grado di connettere le imprese con le soluzioni tecnologiche più adatte alle loro esigenze.

L’IA è diffusa soprattutto al Centro-Nord

La diffusione dell’IA è caratterizzata da forti differenze geografiche. Le regioni del Centro-Nord, in particolare Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia Romagna e Veneto, rappresentano il 67,8% delle imprese che utilizzano l’IA. Tra le città, spiccano Milano, Roma e Torino.

Anche a livello settoriale si registrano squilibri: il 75,2% delle imprese che adottano questa tecnologia appartiene al comparto dei Servizi, con un’alta concentrazione nei Servizi di informazione e comunicazione (34,5%). In questi ambiti, l’IA viene impiegata soprattutto per la creazione di software e consulenze informatiche. Il settore manifatturiero e il commercio si attestano intorno al 10%, mentre l’agricoltura e le altre industrie restano marginali, con una quota inferiore al 3%.

Verso la trasformazione

Nonostante un’adozione ancora limitata, l’Intelligenza artificiale sta conquistando spazio nelle strategie aziendali. Con un impegno costante da parte delle istituzioni e una maggiore consapevolezza dei vantaggi offerti, l’IA ha il potenziale per trasformare il panorama imprenditoriale italiano.

Nuovi fondi per la ricerca e lo sviluppo industriale

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha approvato un decreto che segna un passo importante per la promozione della ricerca industriale e dello sviluppo sperimentale nel nostro Paese. Questo provvedimento si inserisce nel Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività 2021-2027, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di tecnologie avanzate e ridurre la dipendenza strategica dell’Unione Europea da fornitori esterni, salvaguardando al contempo il mercato interno.

Investimenti per il Sud Italia

Il decreto prevede uno stanziamento di 400 milioni di euro destinati a finanziare progetti di ricerca e sviluppo nelle regioni del Mezzogiorno: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. I programmi dovranno essere in linea con le priorità tecnologiche stabilite dal regolamento UE n. 2024/795, che ha istituito la piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (STEP).

Priorità alle piccole e medie imprese

La misura riserva particolare attenzione alle piccole e medie imprese (PMI) e ai network di imprese, cui è destinato il 60% delle risorse. Questa scelta mira a incentivare una partecipazione più ampia e inclusiva, stimolando collaborazioni tra PMI e altre realtà industriali, con il coinvolgimento di organismi di ricerca esclusivamente come supporto tecnico e scientifico.

Accesso ai fondi e modalità di finanziamento

Le imprese interessate, indipendentemente dalla loro dimensione, possono accedere ai fondi se hanno almeno due bilanci approvati al momento della domanda. L’agevolazione si traduce in finanziamenti agevolati che coprono fino al 50% delle spese ammissibili, con contributi a fondo perduto variabili in base alla dimensione aziendale.

Le piccole imprese possono beneficiare di un contributo diretto pari al 35% dei costi, le medie imprese del 30%, mentre per le grandi imprese la quota è del 25%.

Un iter ancora in divenire

Le modalità operative e i termini per la presentazione delle domande saranno definiti con successivi provvedimenti direttoriali, che forniranno anche gli schemi necessari per accedere alle agevolazioni. La gestione dei fondi sarà affidata a Mediocredito Centrale S.p.A., consolidando l’impegno per rafforzare la capacità produttiva e innovativa delle regioni del Sud Italia.

Questo investimento, oltre a sostenere lo sviluppo tecnologico, punta a stimolare la crescita economica e a colmare il divario territoriale, contribuendo alla competitività del Paese nel panorama europeo.

Assicurazioni auto: continuano i rincari, ma risparmiare è ancora possibile

A fine 2021, a causa del Covid, in media il premio dell’ Rc auto in Italia era di 451 euro, mentre a settembre 2024 è arrivato a 656.
Anche quest’anno, infatti, il costo della polizza auto è aumentato, in media, del 6%.

Un dato distante rispetto al rincaro a doppia cifra del 2023 sul 2022, ma sempre consistente, poiché si tratta comunque di un rialzo che si accumula a quello degli anni passati. Se dal 2012 al 2022 i costi assicurativi per l’automobile erano in costante diminuzione, nella seconda parte del 2022 le polizze purtroppo hanno ricominciato a crescere, fino ad arrivare al picco del +27% nel 2023, pari a un premio medio di 619 euro.
Ma secondo le simulazioni di Altroconsumo, scegliendo la tariffa più economica può risparmiare  in media del 24%.

Al Sud si spende meno? Dipende  

Di fatto, al Nord-Ovest il rincaro medio è del +9%, al Sud e nelle Isole, rispettivamente, del +4% e +2%.
Sebbene in queste zone l’aumento sia inferiore, non significa che si spenda meno. Si ‘sborsano’ infatti il 52% e il 24% in più rispetto al Nord-Est, l’area in cui la spesa media è più bassa.

Secondo una simulazione di Altroconsumo è Napoli il capoluogo in cui si spende di più: in media, 1.120 euro all’anno. Napoli però è anche una delle città in cui si risparmierebbe di più, ovvero, il 46% (516 euro).
Il capoluogo più economico è invece Milano, con 285 euro all’anno, praticamente, un quarto di quanto si spende a Napoli. E con la tariffa più conveniente si spenderebbero circa 108 euro (-38%).

Tutte al Nord le regioni dove le tariffe crescono di più

Tra gli estremi di Napoli e Milano ci sono Torino e Palermo, dove si spendono circa 600 euro, e Bologna e Roma, dove il costo medio della polizza è di 400 euro.
In tutte le città, comunque, il risparmio possibile con l’offerta più economica individuata sarebbe stato almeno del 24%.

L’indagine conferma quindi che prima di rinnovare la polizza con la propria compagnia vale la pena cercare altre tariffe.
Quanto alle singole regioni, quelle in cui le tariffe sono cresciute di più sono comunque tutte al Nord.

Ma la meno cara è il Friuli Venezia-Giulia

È il Trentino-Alto Adige la regione in cui i costi delle polizze rc auto sono cresciuti di più: +9,8%. Aumenti di prezzo più contenuti sono stati invece rilevati in regioni del Sud o nelle Isole: Basilicata (+1,7%), Sardegna (+1,3%), Calabria (+0,3%).
In Molise, poi, il prezzo assicurativo è addirittura sceso: -2,6% rispetto al 2023. 

La regione più cara però è la Campania. Con 1.102 euro in media, si spende il 70% in più del premio medio nazionale (643 euro tra ottobre 2023 e settembre 2024) e il 156% in più del Friuli Venezia Giulia, dove si spendono 431 euro.

Dopo la Campania, Puglia (715 euro, +11% spesa media) e Calabria (696 euro, +8%).
Le tre meno care, invece, oltre al Friuli Venezia-Giulia, sono Trentino-Alto Adige (484 euro) e Valle d’Aosta (497 euro).

Come calcolare il ROI dell’AI e ottenere un vantaggio competitivo reale

Come si misura il ROI dell’Intelligenza artificiale ? E come evitare passi falsi, e ottenere un reale valore aggiunto?
La domanda che oggi molti ceo si pongono è: “Vale davvero la pena investire nell’AI?” Per trovare la risposta, spesso le aziende si affidano ai loro cfo (chief financial officer), incaricati di fare i conti con numeri incerti e scenari non sempre rassicuranti.

Infatti, entro il 2025 un progetto di AI su tre finirà nel cestino perché i costi supereranno i benefici. Questo è l’allarme lanciato da Gartner, e suona come una doccia fredda per tutte le aziende che stanno puntando sull’AI senza avere una chiara strategia di ritorno sugli investimenti.

Cercare successi rapidi e partire da quelli

L’AI può portare grandi ritorni, ma solo se l’azienda riesce a eccellere in più campi contemporaneamente. Non basta avere un buon modello: secondo Deloitte servono dati di alta qualità, monitoraggio continuo di performance e misure di sicurezza, nonché governance impeccabili.
Proprio come un decatleta che si destreggia in dieci discipline, anche qui bisogna mantenere standard elevati su più fronti.

Invece di inseguire il sogno di rivoluzionare l’azienda con l’AI da un giorno all’altro, è meglio concentrarsi su piccoli risultati concreti e far leva su quelli per convincere gli stakeholder a ulteriori investimenti.
Il calcolo del ROI dell’AI è più un’arte che una scienza. Il trucco sta nel bilanciare costi e benefici, non solo finanziari, ma anche strategici.

Non è una corsa veloce, ma una maratona

Ogni azienda è diversa, così come lo sono gli effetti dell’AI. Per questo, il ROI non si misura con lo stesso metro per tutti. Alcuni benefici potrebbero non comparire nei fogli di calcolo tradizionali o nei KPI abituali, ma potrebbero manifestarsi in miglioramenti di qualità, innovazione o conformità. Non è una corsa veloce, ma una maratona.

Spesso le aziende incontrano difficoltà perché mancano di personale qualificato, necessario per gestire questa tecnologia. La buona notizia? Investire nell’AI può attrarre giovani talenti, sempre più interessati a lavorare con tecnologie all’avanguardia.
Non si tratta di sostituire le persone con l’AI, ma di farle lavorare insieme.

Per avere successo non si può ragionare per compartimenti stagni

I progetti migliori nascono dalla collaborazione tra diversi dipartimenti (IT, finanza e altre aree strategiche).
Secondo il report SAP Concur CFO Insights oltre la metà dei cfo ritiene cruciale collaborare con i responsabili IT per sfruttare al meglio l’AI. E poi c’è sempre il grande dilemma: sviluppare internamente o acquistare soluzioni già pronte? La prima opzione offre maggiore controllo, ma richiede più tempo e risorse. La seconda è più rapida e meno rischiosa, ma meno personalizzabile.

Capire l’equazione giusta del ROI significa trovare il giusto mix tra queste scelte. Solo così l’AI può diventare un vero motore di crescita e innovazione.

Perchè gli italiani sono i collezionisti più appassionati d’Europa?

Nel XXI secolo, il mondo del collezionismo ha vissuto profondi cambiamenti, con l’emergere di nuove modalità e categorie di oggetti da collezionare. Una ricerca realizzata da Catawiki, marketplace per oggetti speciali, e Hypebeast, piattaforma di riferimento per la cultura contemporanea, analizza queste trasformazioni e offre previsioni sulle tendenze future.
Lo studio, intitolato “21st Century Collecting”, è stato condotto grazie agli strumenti di Hypemind, un’unità di ricerca di Hypebeast specializzata nell’interpretazione di fenomeni culturali per prendere decisioni strategiche.

L’identikit del collezionismo in Europa

L’indagine ha coinvolto oltre 4.500 persone in Italia, Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi, intervistando sia collezionisti attivi che potenziali. I dati mostrano una crescente passione per il collezionismo: quasi il 50% degli adulti europei possiede una collezione e spende in media 1.500 euro l’anno. Inoltre, si prevede che nei prossimi 3-5 anni le spese per il collezionismo aumenteranno del 30%.

Italia: il mercato più dinamico 

In Italia, il collezionismo è particolarmente radicato: 6 italiani su 10 dichiarano di possedere almeno una collezione, per un totale di 33 milioni di collezionisti. Il primato regionale appartiene alla Lombardia, seguita da Campania, Sicilia, Lazio e Veneto. Le categorie preferite includono libri (49%), orologi (33%), gioielli e fotografie (32%), oltre a banconote e monete (32%).

Nel 2023, la spesa media per il collezionismo in Italia ha raggiunto 1.381 euro, superando quella delle vacanze estive (1.130 euro). Questo trend crescerà più velocemente rispetto ad altri Paesi europei, con un aumento del 37% entro i prossimi anni. La spesa prevista per la Gen X potrebbe raggiungere i 2.092 euro.

La tecnologia cambierà il collezionismo? 

La tecnologia sta giocando un ruolo chiave nella trasformazione del collezionismo. Oltre il 78% dei collezionisti italiani ritiene che le innovazioni digitali avranno un impatto significativo sulla gestione delle collezioni, mentre il 74% prevede che piattaforme di streaming cambieranno il modo di acquistare e possedere oggetti.

Oggetti tecnologici come vecchi telefoni cellulari, console e videogame stanno già diventando molto ricercati. In parallelo, categorie tradizionali come vinili, gioielli, francobolli e fumetti continueranno ad avere una forte presenza.

Preservare il patrimonio e generare valore

Gli italiani collezionano non solo per passione, ma anche con l’obiettivo di preservare il valore degli oggetti per le future generazioni. Tuttavia, l’aspetto economico è sempre più rilevante: il 32% degli intervistati prevede di rivendere la propria collezione per ottenere guadagni, una percentuale che sale al 42% tra i giovani della Gen Z.

L’equilibrio tra tradizione e innovazione caratterizza il collezionismo italiano, che si conferma uno stile di vita in continua evoluzione.

Google Maps, parte la lotta contro le recensioni false

Recensioni fake, addio. Google Maps ha infatti deciso di adottare misure più severe contro le recensioni false, cercando di garantire che le valutazioni pubblicate riflettano esperienze autentiche e affidabili. Questo nuovo approccio mira a proteggere l’integrità del sistema di recensioni, salvaguardando sia i consumatori sia le aziende “corrette”.

Limitazioni per chi utilizza recensioni fake

Se un’azienda viene scoperta a utilizzare recensioni false per migliorare il proprio punteggio, Google Maps interverrà limitando temporaneamente la pubblicazione di nuove recensioni e valutazioni. Inoltre, verrà mostrato un messaggio di avviso sulle pagine aziendali coinvolte, segnalando agli utenti che alcune recensioni sospette sono state rimosse. Questa politica mira a scoraggiare comportamenti scorretti, mettendo in evidenza le attività “dubbie” ai potenziali clienti.

La politica di restrizioni verrà estesa a livello globale  

Le restrizioni per le pagine aziendali che violano le politiche di Google hanno debuttato nel Regno Unito. Tuttavia, a partire da metà settembre, queste misure sembrano essere state estese globalmente, anche se al momento gli avvisi sono visibili solo agli utenti britannici. L’intento di Google è quello di implementare gradualmente questo sistema a livello internazionale, creando un ambiente più trasparente per chi utilizza il servizio Maps in tutto il mondo.

Cosa prevede la politica di Google

Le linee guida di Google sui contenuti vietati sono chiare: le recensioni devono rappresentare esperienze reali, senza distorsioni o influenze esterne. Le aziende non possono pubblicare contenuti che non riflettono accuratamente la realtà, né incentivare recensioni attraverso pagamenti, sconti o omaggi. Google monitora anche tentativi di manipolazione, come l’uso di più account o sistemi operativi modificati per simulare un coinvolgimento falso.

L’effetto delle nuove misure

Nonostante non sia del tutto chiaro come Google identifichi con precisione le recensioni fraudolente, l’effetto deterrente di queste nuove misure potrebbe essere importante. Essere segnalati pubblicamente come ‘inaffidabili’ potrebbe spingere molte aziende a rivedere le proprie strategie. Il messaggio di avviso visibile agli utenti, infatti, permette loro di prendere decisioni più informate, evitando luoghi che potrebbero non essere realmente all’altezza delle valutazioni mostrate.
Grazie a queste nuove restrizioni, Google spera di creare un ecosistema di recensioni più affidabile, veritiero e trasparente.

Cambiare lavoro: perchè si rifiuta un’offerta?

La decisione di un cambiamento professionale rappresenta un momento delicato durante il quale è necessario valutare un’infinità di fattori. Oggi, ad esempio, per molti lavoratori la flessibilità e l’equilibrio tra vita personale e lavorativa sono spesso più importanti della crescita retributiva. In questo contesto, Adecco ha svolto un’indagine approfondita per capire i principali motivi che spingono i candidati a rifiutare nuove opportunità di impiego.

Aspettative disattese

Secondo l’indagine, il 36,7% dei candidati rifiuta un’offerta di lavoro a causa delle ‘aspettative disattese’. Questo significa che i candidati si aspettano non solo un miglioramento economico, ma anche vantaggi come la possibilità di smart working, benefits, premi e prospettive di crescita all’interno dell’azienda. 

Massimiliano Medri, Managing Director di Adecco Italia, ha commentato: “I dati dell’indagine confermano come i lavoratori italiani oggi abbiano aspettative ben precise e non siano disposti a scendere a compromessi su aspetti cruciali per il loro benessere lavorativo e personale. Questi aspetti diventano sempre più cruciali anche per le aziende che dovranno tenerne sempre più conto in ottica di attrarre nuovi talenti”.

Tempi di selezione troppo lunghi

Un altro motivo significativo è rappresentato dai tempi del processo di selezione. Il 30,38% dei candidati rifiuta una proposta di lavoro perché ha ricevuto un’offerta più interessante da terzi in tempi più rapidi. Questo sottolinea l’importanza per le aziende di avere processi di selezione efficienti e veloci.

La controproposta del “vecchio” datore di lavoro

Il 28,69% dei candidati decide di rimanere con il proprio datore di lavoro a seguito di una controproposta, che non necessariamente deve essere di natura economica. Questo fenomeno, riferisce Adnkronos, indica che i lavoratori apprezzano anche altri tipi di incentivi e benefici.

Paura del cambiamento

La paura del cambiamento limita l’accettazione di una nuova proposta di lavoro per il 21,52% dei candidati. Molti, a un passo dall’accettazione di una nuova offerta, decidono di restare nel loro attuale contesto lavorativo per evitare l’ansia e l’incertezza legate a un nuovo ambiente.

Offerte peggiorative

Solo il 10,55% dei candidati rifiuta un’offerta di lavoro perché peggiorativa rispetto al proprio pacchetto retributivo attuale. Quando l’aspetto retributivo è centrale, i candidati si aspettano un incremento economico pari o superiore al 20%.

Percezione dell’azienda

Infine, l’8,65% dei candidati rifiuta una proposta di lavoro a causa di una percezione negativa dell’azienda o dei suoi referenti, sviluppata durante il processo di selezione o attraverso referenze negative raccolte da terzi. Questo dimostra quanto sia importante per le aziende mantenere una buona reputazione e una comunicazione chiara e trasparente con i candidati.

e-commerce B2B: in Europa a fine 2024 arriverà a 1,67 miliardi

Il commercio digitale B2B è un canale sempre più determinante per lo sviluppo delle imprese internazionali e italiane. Con un ritmo di crescita del +12% all’anno, a oggi l’e-commerce B2B vale 23,4 miliardi di dollari a livello mondiale. A .livello europeo, si stima un valore di circa 1,67 miliardi di dollari entro la fine dell’anno (+11% vs 2023) e oltre 1,8 miliardi di dollari entro il 2025.

Nel 2024 l’Europa detiene il 6% del valore globale del commercio digitale B2B, di cui il 79% in mano ai paesi APAC. Ma la digitalizzazione del comparto B2B coinvolge anche il nostro Paese, dove nel 2022 incideva del 21% sul totale del transato B2B
È quanto emerge dal Netcomm Focus B2B Digital Commerce, dal titolo ‘La trasformazione omnicanale delle filiere e delle relazioni tra imprese’.

Le prospettive per il commercio digitale italiano

La trasformazione digitale del commercio B2B risponde alla necessità di soddisfare le esigenze dei buyer di nuova generazione, sempre più interessati alla proposta di progetti tailored, sia in ottica di personalizzazione del processo di acquisto, sia nell’offerta di servizi di pagamento e di customer care orientati al B2B.

La sfida per le aziende italiane del settore consiste oggi nell’incontrare le esigenze di seller e buyer includendo i processi di digitalizzazione e l’utilizzo delle nuove tecnologie all’interno di un’ampia strategia, con l’obiettivo di integrare i sistemi aziendali già esistenti e di rispondere prontamente alle nuove esigenze del mercato.

Il dominio delle nuove tecnologie

La sfida per le aziende italiane del settore consiste nell’incontrare le esigenze di seller e buyer includendo i processi di digitalizzazione e l’utilizzo delle nuove tecnologie all’interno di un’ampia strategia.
L’obiettivo è integrare i sistemi aziendali già esistenti e rispondere prontamente alle nuove esigenze del mercato.

Il settore del B2B in Italia si affaccia oggi all’introduzione e al dominio di tecnologie quali il Machine Learning e L’AI, lo sviluppo di sistemi come l’Headless Commerce, che consiste nella separazione tra front-end e back-end di applicazioni e siti di e-commerce, e il Composable Commerce, un’architettura basata sulla selezione delle migliori soluzioni commerciali per creare una ‘composizione’ di servizi ad hoc.

Autonomia e agilità: due elementi imprescindibili

Queste soluzioni avanzate consentono di gestire in modo più efficiente e disintermediato i processi di vendita, dove autonomia e agilità si presentano come elementi imprescindibili.

Secondo Netcomm, dunque, le aziende del nostro Paese dovranno andare incontro a un ripensamento della struttura organizzativa, sempre più orientata alla costruzione di un e-commerce omnicanale e ibrido, in cui anche la figura del venditore subirà una necessaria trasformazione, passando dal ruolo di Order Manager a quello di Brand Ambassador, grazie all’acquisizione di nuove competenze finalizzate alle vendite ibride.

Intelligenza Artificiale e social network, cosa ne pensano gli italiani?

Intelligenza Artificiale, social media, online… sono tutte definizioni che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Ma cosa ne sanno in merito gli italiani? E che giudizi ne danno? A queste domande ha risposto una sezione del 36 Rapporto Italia di Eurispes, recentemente presentato.

AI, la conoscenza è… scarsa

Attraverso una serie di domande mirate, è stato possibile delineare un’immagine delle opinioni degli italiani sull’Intelligenza Artificiale (AI). È emerso che il grado di informazione su questa tecnologia è decisamente scarso. Infatti, solo il 33,9% degli italiani ha una vaga idea di che cosa sia l’Intelligenza Artificiale, mentre una quota simile, il 31,9%, afferma di non saperne nulla. Tra coloro che si considerano informati, prevalgono quanti affermano di saperne abbastanza (25%), mentre solo uno su dieci dichiara di essere molto informato sull’argomento (9,2%).

Percezione e utilizzo dell’AI

La maggioranza di chi ha dichiarato di conoscere in qualche misura l’Intelligenza Artificiale afferma però di non averla mai provata (53,9%). Nonostante ciò, il giudizio sull’AI è generalmente positivo (65,8%). Gli italiani credono che sia una tecnologia controllabile (54,1%) ma pericolosa (57,4%) e che si sostituirà all’uomo (54,2%). Meno condivisa è l’opinione che ci pentiremo di averla creata (47,6%).

Chi ha provato ad utilizzare l’AI lo ha fatto principalmente per curiosità (72,4%) e per motivi di svago o gioco (63,7%). Inoltre, il 46% l’ha utilizzata per lavoro e il 41,5% per motivi di studio, dimostrando un interesse variegato nei confronti delle applicazioni pratiche di questa tecnologia.

Bocciati invece i Social Network

I giudizi sui Social Network sono invece severi. Gli italiani ritengono che favoriscano la diffusione di fake news (78,3%), alimentino il cyberbullismo (73,3%) e diffondano modelli di comportamento sbagliati (72,3%). Inoltre, si crede che favoriscano l’espressione dell’aggressività e della violenza verbale (69,5%), e il 66,1% è convinto che danneggino la vita sociale.

Esperienze negative sui Social

Circa un intervistato su cinque è stato vittima di aggressività o ingiurie sui Social o in Rete (21,3%) e di truffe informatiche (20,7%). Il 18% ha visto violata la propria privacy, mentre il 17,7% ha subito inganni a opera di identità false. Il furto di identità ha colpito il 14,9% degli intervistati, il 14% ha subito cyber stalking e l’8,1% è stato vittima di revenge porn.

Conclusioni

In sintesi, mentre l’Intelligenza Artificiale suscita opinioni contrastanti tra gli italiani, con un generale ottimismo mitigato da preoccupazioni per la sicurezza e l’etica, i Social Network sono percepiti in maniera molto più negativa, principalmente a causa dei rischi associati alla privacy e alla sicurezza personale.

Scontrino perso? Ecco come far valere la garanzia

Niente scontrino, niente garanzia. O no? Parola dell’Unione nazionale consumatori: il Codice del consumo non fa espresso riferimento all’esibizione dello scontrino come requisito necessario per l’esercizio del diritto di garanzia, ma richiede semplicemente di dimostrare la data dell’acquisto.
Può capitare di comprare un prodotto difettoso, voler far valere la garanzia, ma rendersi conto che lo scontrino è scolorito o addirittura perso.

Ma l’unico scenario possibile non è recarsi in negozio e implorare il venditore. Per esercitare il diritto di garanzia nei confronti del venditore, il Codice del consumo (articolo 128 e seguenti) considera sufficiente dimostrare di aver acquistato il prodotto presso il rivenditore a cui il consumatore si rivolge. Non oltre, però, due anni dalla consegna del prodotto, o un anno per acquisti con fattura.

Non c’è scusa che tenga

La giurisprudenza afferma che il consumatore, per dimostrare l’acquisto, possa utilizzare anche mezzi probatori documentali o orali che consentano di dimostrare che il bene sia stato acquistato presso il rivenditore e in data certa.
Si possono utilizzare le ricevute di bancomat o carta di credito, la testimonianza di una persona presente al momento dell’acquisto, il libretto di garanzia firmato dal venditore, la registrazione dell’acquisto sulla carta fedeltà.

Insomma, non c’è scusa che tenga: il rifiuto verbale dell’addetto alle vendite, la presenza di una clausola contenuta nel contratto d’acquisto o nelle condizioni di vendita limitativa dell’esercizio del diritto di garanzia, l’esibizione di un cartello in negozio che obbliga a presentare lo scontrino e altre situazioni simili non hanno alcun valore.

La prova d’acquisto più comoda è comunque lo scontrino

Chiarito che lo scontrino non è necessario per ottenere la garanzia e che quindi, anche se mancante o scolorito, non condiziona l’esercizio del diritto, bisogna però anche riconoscere che è la più comoda prova d’acquisto da fornire al commerciante.

Lo scontrino, infatti, è il documento fiscale che viene rilasciato dal venditore al momento dell’acquisto e contiene una serie elementi utili ad attestare in maniera immediata l’effettuazione di una spesa (con tutti gli elementi temporali della transazione, i riferimenti dell’esercente, il numero seriale, il codice prodotto).
Per questo è utile organizzarsi per conservarlo seguendo semplici regole.

Le regole per conservarlo

In via precauzionale si consiglia sempre di fotografare, fotocopiare o scannerizzare lo scontrino in modo che sia conservato anche su un supporto digitale. Queste soluzioni, riporta Adnkronos, sono utili perché lo scontrino è generalmente stampato su carta termica che tende a scolorire in breve tempo. Si possono inoltre utilizzare applicazioni ad hoc per la sua archiviazione (meno consigliabile è affidarsi a servizi offerti a pagamento da molte catene per la sua conservazione).

Nel caso in cui sia oramai scolorito, esistono anche alcuni tutorial per far ravvivare il colore, a volte basta anche un ferro da stiro.