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IA: oggi la usa solo l’11,4% delle imprese

Se ne parla tanto, ma l’Intelligenza Artificiale è realmente uno strumento utilizzato nelle imprese? Non ancora. A oggi,  l’Intelligenza artificiale (IA) stenta a imporsi tra le aziende italiane. Nel 2024, solo l’11,4% delle imprese ha adottato questa tecnologia, un dato in crescita rispetto al 5,7% del 2021 ma ancora contenuto.

Nel frattempo, altri strumenti digitali più consolidati come il Cloud (44,4%), i pagamenti digitali (41,3%) e la cybersicurezza (41,2%) continuano a essere le priorità di investimento.

L’IA al centro dei piani futuri

Uno scenario più ottimistico si prospetta per i prossimi anni. Secondo uno studio condotto da Unioncamere e Dintec basato sui dati dell’Osservatorio Punti impresa digitale, l’IA sta guadagnando terreno come tecnologia strategica.

Tra il 2025 e il 2027, il 18,9% delle aziende prevede di integrare l’Intelligenza artificiale nei propri processi produttivi, rendendola una delle priorità principali nei piani di sviluppo tecnologico.

Sostenere l’innovazione digitale

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, sottolinea l’importanza delle tecnologie digitali per stimolare la crescita economica e la competitività del sistema produttivo italiano. Attraverso i Punti impresa digitale (Pid), sono già state coinvolte oltre 750mila aziende, con l’obiettivo di superare quota un milione nei prossimi tre anni.

Il sistema camerale punta a rafforzare i legami con i centri di ricerca nazionali, creando un ecosistema in grado di connettere le imprese con le soluzioni tecnologiche più adatte alle loro esigenze.

L’IA è diffusa soprattutto al Centro-Nord

La diffusione dell’IA è caratterizzata da forti differenze geografiche. Le regioni del Centro-Nord, in particolare Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia Romagna e Veneto, rappresentano il 67,8% delle imprese che utilizzano l’IA. Tra le città, spiccano Milano, Roma e Torino.

Anche a livello settoriale si registrano squilibri: il 75,2% delle imprese che adottano questa tecnologia appartiene al comparto dei Servizi, con un’alta concentrazione nei Servizi di informazione e comunicazione (34,5%). In questi ambiti, l’IA viene impiegata soprattutto per la creazione di software e consulenze informatiche. Il settore manifatturiero e il commercio si attestano intorno al 10%, mentre l’agricoltura e le altre industrie restano marginali, con una quota inferiore al 3%.

Verso la trasformazione

Nonostante un’adozione ancora limitata, l’Intelligenza artificiale sta conquistando spazio nelle strategie aziendali. Con un impegno costante da parte delle istituzioni e una maggiore consapevolezza dei vantaggi offerti, l’IA ha il potenziale per trasformare il panorama imprenditoriale italiano.

Intelligenza artificiale e lavoro: l’impatto in Europa

Nonostante il progresso nella digitalizzazione, l’Europa si trova di fronte a sfide significative, tra cui le lacune nelle competenze digitali, che potrebbero ostacolare l’innovazione e lo sfruttamento delle nuove tecnologie.

In Europa, iniziative recenti, come la Strategia Apply AI e l’Iniziativa AI Factories della Commissione Europea, mirano a velocizzare l’adozione dell’Intelligenza artificiale attraverso i vari settori, migliorando le performance generali. Ma un report di LinkedIn sul futuro della competitività della UE, oltre a evidenziare i benefici che l’AI potrebbe apportare all’economia, sottolinea anche le lacune dei cittadini nelle competenze digitali.
Oltre il 40% degli europei, inclusi il 37% dei lavoratori, non possiede nemmeno competenze digitali di base. 

Talenti digitali +124% dal 2016, ma sono solo lo 0,41%

Nonostante al 42% degli europei manchino le competenze digitali di base, la ricerca di LinkedIn mostra come l’AI stia già influenzando significativamente il mercato del lavoro in Europa.
Si prevede infatti un aumento della necessità di competenze specializzate per sviluppare e implementare tecnologie AI, con un impatto notevole su diversi settori economici.

Di fatto, la percentuale di talenti AI è cresciuta del 124% dal 2016, ma resta una nicchia che riguarda solo lo 0,41% dei lavoratori. Inoltre, la tecnologia sta ridefinendo i ruoli lavorativi, spostando la domanda di compiti manuali verso attività che richiedono giudizio complesso, creatività e gestione.

Dalla semplice gestione dati al machine learning 

E mentre alcuni posti di lavoro sono a rischio di automatizzazione, altri stanno emergendo con nuove esigenze di competenze avanzate legate a questa tecnologia.
Ciò che prima era un semplice ruolo di gestione dati ora può richiedere competenze in machine learning per analizzare e interpretare efficacemente grandi quantità di informazioni. Le competenze AI specifiche sono infatti diventate altamente ricercate. Settori quali finanza, sanità e produzione stanno assistendo a una crescente necessità di professionisti in grado di sviluppare e gestire soluzioni basate su AI. La cui implementazione promette di migliorare la produttività grazie all’automazione di compiti e la riduzione di errori e tempi morti.

Inoltre, può facilitare l’innovazione aprendo nuove vie per la ricerca e lo sviluppo, prima considerate impraticabili a causa di limitazioni di tempo e risorse. Ma nonostante i benefici, la transizione verso un’economia guidata dall’AI presenta diverse sfide.

La formazione è la chiave di una transizione di successo

La sfida più urgente riguarda la riconversione e l’aggiornamento delle competenze dell’attuale forza lavoro. pertanto, le politiche di aggiornamento professionale diventano essenziali per formare i lavoratori esistenti. Ma le disparità in termini di accesso alla formazione, se non gestite adeguatamente, aggravano le disuguaglianze sociali ed economiche,.

Per navigare con successo questa transizione, le politiche pubbliche e le strategie aziendali devono concentrarsi su formazione continua, supporto alla ricollocazione e sviluppo di competenze future-proof.
Solo attraverso un impegno congiunto tra governi, industrie e istituzioni educative si può garantire l’accesso generale ai benefici dell’AI, per un futuro del lavoro resiliente e inclusivo.

Nuovi fondi per la ricerca e lo sviluppo industriale

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha approvato un decreto che segna un passo importante per la promozione della ricerca industriale e dello sviluppo sperimentale nel nostro Paese. Questo provvedimento si inserisce nel Programma Nazionale Ricerca, Innovazione e Competitività 2021-2027, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di tecnologie avanzate e ridurre la dipendenza strategica dell’Unione Europea da fornitori esterni, salvaguardando al contempo il mercato interno.

Investimenti per il Sud Italia

Il decreto prevede uno stanziamento di 400 milioni di euro destinati a finanziare progetti di ricerca e sviluppo nelle regioni del Mezzogiorno: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. I programmi dovranno essere in linea con le priorità tecnologiche stabilite dal regolamento UE n. 2024/795, che ha istituito la piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (STEP).

Priorità alle piccole e medie imprese

La misura riserva particolare attenzione alle piccole e medie imprese (PMI) e ai network di imprese, cui è destinato il 60% delle risorse. Questa scelta mira a incentivare una partecipazione più ampia e inclusiva, stimolando collaborazioni tra PMI e altre realtà industriali, con il coinvolgimento di organismi di ricerca esclusivamente come supporto tecnico e scientifico.

Accesso ai fondi e modalità di finanziamento

Le imprese interessate, indipendentemente dalla loro dimensione, possono accedere ai fondi se hanno almeno due bilanci approvati al momento della domanda. L’agevolazione si traduce in finanziamenti agevolati che coprono fino al 50% delle spese ammissibili, con contributi a fondo perduto variabili in base alla dimensione aziendale.

Le piccole imprese possono beneficiare di un contributo diretto pari al 35% dei costi, le medie imprese del 30%, mentre per le grandi imprese la quota è del 25%.

Un iter ancora in divenire

Le modalità operative e i termini per la presentazione delle domande saranno definiti con successivi provvedimenti direttoriali, che forniranno anche gli schemi necessari per accedere alle agevolazioni. La gestione dei fondi sarà affidata a Mediocredito Centrale S.p.A., consolidando l’impegno per rafforzare la capacità produttiva e innovativa delle regioni del Sud Italia.

Questo investimento, oltre a sostenere lo sviluppo tecnologico, punta a stimolare la crescita economica e a colmare il divario territoriale, contribuendo alla competitività del Paese nel panorama europeo.

AI: bocciata dai creativi, ma promossa dai giovani

Gli artisti italiani, e più in generale, chi si occupa di cultura e creatività, bocciano l’Intelligenza artificiale. Solo il 15% crede che l’AI avrà un’influenza positiva nel mondo della musica, il 27% nel cinema, il 15% nei libri e il 12% nelle opere teatrali. Al contrario, tra i giovani e chi utilizza questa tecnologia in maniera più intensa il giudizio espresso è migliore.

Sono alcune evidenze contenute nel XV Rapporto Civita, intitolato ‘Next Gen AI. Opportunità e lati oscuri dell’Intelligenza artificiale nel mondo culturale e creativo’, edito da Marsilio Editore con il sostegno di Igt e Siae e la collaborazione con l’Istituto di ricerca Swg.
All’interno del Rapporto sono presenti due indagini che fotografano opinioni, sentimenti e previsioni sul futuro dell’AI. La prima è stata condotta su 4.700 creativi iscritti alla Siae, l’altra su un campione rappresentativo di 1500 giovani italiani fra 18 e 34 anni.

GenAI: ancora poco usata dagli artisti

Se paura e tristezza sono le prime emozioni che i creativi associano all’Intelligenza artificiale, circa la metà di loro dichiara di avere usato strumenti di AI, ma solo uno su 3 ha sperimentato direttamente sistemi di AI generativa. Quanto alla tutela del diritto d’autore, 9 creativi su 10 sono molto o abbastanza d’accordo sul fatto che l’Italia dovrebbe tutelare la voce degli artisti, in modo da evitarne la clonazione.

Il 62% dei giovani, invece, pensa che l’AI avrà un’influenza positiva nella gestione di trasporti e spostamenti, il 57% nella cura della salute e il 56% in studio e formazione.
Ma per il 39%, avrà un’influenza negativa nelle relazioni interpersonali. 

Serve un quadro normativo uniforme a livello internazionale

Nel complesso, la maggioranza del campione intervistato dichiara di avere familiarità con gli strumenti e le tecnologie basate sull’Intelligenza artificiale, per averle utilizzate personalmente o anche solo per averne sentito parlare.

Tuttavia, la comprensione delle caratteristiche proprie di queste tecnologie è decisamente più limitata, con meno del 10% del campione che sostiene di averne una conoscenza approfondita.
Il 70% dei giovani ritiene poi che le istituzioni nazionali dovrebbero muoversi sulla scia degli organismi internazionali, per garantire un quadro normativo uniforme dell’AI nei diversi Paesi.

“Rispettare la creatività umana e promuovere un uso sostenibile e inclusivo dell’innovazione tecnologica”

“L’adozione di tecnologie di Intelligenza artificiale generativa dovrebbe avvenire nel rispetto di principi etici e normativi condivisi – ha affermato Simonetta Giordani, segretaria generale di Associazione Civita, come riporta Ansa -. È fondamentale bilanciare le potenzialità creative di questi strumenti con il rispetto della creatività umana, promuovendo un uso sostenibile e inclusivo dell’innovazione tecnologica”.

Lo Spam prende di mira 9 italiani su 10. Più utilizzata l’e-mail, ma sul cellulare da più fastidio

Secondo i dati emersi da una ricerca sul fenomeno dello spam, condotta in Italia da Human Highway a novembre 2024, il 43% degli italiani riceve diverse chiamate indesiderate ogni settimana, e un altro 47%, una volta alla settimana.
In termini di frequenza, è l’e-mail il mezzo più incriminato, e per il 34% degli italiani, il più fastidioso. Quasi il 50% degli intervistati riceve molto frequentemente e-mail indesiderate, e un altro 38% in modo più sporadico.

Sebbene la posta elettronica sia la più utilizzata dagli spammer, è il telefono cellulare quello che ‘soffre’ di più.
Insomma, lo spam è un fenomeno che ha assunto dimensioni imponenti, tanto che in Italia ‘colpisce’  9 persone su 10. 

Donne e over 45 le categorie più infastidite

Sebbene le ‘vittime’ di spamming riportino alcune differenze in termini di impatto e cambiamento dei comportamenti, a seconda del mezzo ‘preso di mira’, sono 22 milioni gli italiani che attribuiscono il livello massimo di fastidio a chiamate e SMS invadenti.

E se donne e over 45 sono le categorie più infastidite dal fenomeno, il Nord Italia è la zona più insofferente.
Ma cosa fanno gli italiani per proteggersi?

Oltre 8 milioni hanno smesso di rispondere a chiamate da sconosciuti

Venti milioni di italiani adottano strategie per limitare il fastidio delle chiamate indesiderate, tra cui silenziare la suoneria per numeri sconosciuti, bloccare i numeri da cui provengono chiamate non desiderate, oppure, non rispondere immediatamente e richiamare in seguito.

Più di 8 milioni, invece, non rispondono più al telefono se non riconoscono il numero.
Solo una minoranza, circa 3,4 milioni di italiani, non ha cambiato le proprie abitudini limitandosi a segnalare la pervasività e l’impatto di questo fenomeno.

Alle origini del fenomeno

La parola ‘spam’ è l’acronimo ottenuto dalla contrazione dei termini anglosassoni ‘spiced’ e ‘ham’ (prosciutto speziato). Originariamente, indicava un marchio di carne in scatola dal costo contenuto e di bassa qualità.
Reso celebre nel 1970 da uno sketch televisivo del gruppo comico inglese Monty Python, il termine ‘spam’ iniziò a essere associato a qualcosa di fastidioso, eccessivo, ossessivo.

Quanto alla sua accezione di e-email indesiderata, pare che il primo spam sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC (Digital Equipment Corporation) a tutti i destinatari ARPAnet della costa ovest degli USA (alcune centinaia di persone) al fine di pubblicizzare un nuovo prodotto.
Ma uno dei primi mass mailing di spamming ‘volontario’ fu inviato nel 1994 da uno studio legale statunitense sulla rete Usenet, segnando l’inizio vero e proprio dello spam commerciale.

Assicurazioni auto: continuano i rincari, ma risparmiare è ancora possibile

A fine 2021, a causa del Covid, in media il premio dell’ Rc auto in Italia era di 451 euro, mentre a settembre 2024 è arrivato a 656.
Anche quest’anno, infatti, il costo della polizza auto è aumentato, in media, del 6%.

Un dato distante rispetto al rincaro a doppia cifra del 2023 sul 2022, ma sempre consistente, poiché si tratta comunque di un rialzo che si accumula a quello degli anni passati. Se dal 2012 al 2022 i costi assicurativi per l’automobile erano in costante diminuzione, nella seconda parte del 2022 le polizze purtroppo hanno ricominciato a crescere, fino ad arrivare al picco del +27% nel 2023, pari a un premio medio di 619 euro.
Ma secondo le simulazioni di Altroconsumo, scegliendo la tariffa più economica può risparmiare  in media del 24%.

Al Sud si spende meno? Dipende  

Di fatto, al Nord-Ovest il rincaro medio è del +9%, al Sud e nelle Isole, rispettivamente, del +4% e +2%.
Sebbene in queste zone l’aumento sia inferiore, non significa che si spenda meno. Si ‘sborsano’ infatti il 52% e il 24% in più rispetto al Nord-Est, l’area in cui la spesa media è più bassa.

Secondo una simulazione di Altroconsumo è Napoli il capoluogo in cui si spende di più: in media, 1.120 euro all’anno. Napoli però è anche una delle città in cui si risparmierebbe di più, ovvero, il 46% (516 euro).
Il capoluogo più economico è invece Milano, con 285 euro all’anno, praticamente, un quarto di quanto si spende a Napoli. E con la tariffa più conveniente si spenderebbero circa 108 euro (-38%).

Tutte al Nord le regioni dove le tariffe crescono di più

Tra gli estremi di Napoli e Milano ci sono Torino e Palermo, dove si spendono circa 600 euro, e Bologna e Roma, dove il costo medio della polizza è di 400 euro.
In tutte le città, comunque, il risparmio possibile con l’offerta più economica individuata sarebbe stato almeno del 24%.

L’indagine conferma quindi che prima di rinnovare la polizza con la propria compagnia vale la pena cercare altre tariffe.
Quanto alle singole regioni, quelle in cui le tariffe sono cresciute di più sono comunque tutte al Nord.

Ma la meno cara è il Friuli Venezia-Giulia

È il Trentino-Alto Adige la regione in cui i costi delle polizze rc auto sono cresciuti di più: +9,8%. Aumenti di prezzo più contenuti sono stati invece rilevati in regioni del Sud o nelle Isole: Basilicata (+1,7%), Sardegna (+1,3%), Calabria (+0,3%).
In Molise, poi, il prezzo assicurativo è addirittura sceso: -2,6% rispetto al 2023. 

La regione più cara però è la Campania. Con 1.102 euro in media, si spende il 70% in più del premio medio nazionale (643 euro tra ottobre 2023 e settembre 2024) e il 156% in più del Friuli Venezia Giulia, dove si spendono 431 euro.

Dopo la Campania, Puglia (715 euro, +11% spesa media) e Calabria (696 euro, +8%).
Le tre meno care, invece, oltre al Friuli Venezia-Giulia, sono Trentino-Alto Adige (484 euro) e Valle d’Aosta (497 euro).

Il 2024 è l’anno dell’Identità digitale, in Italia partono i test per l’IT Wallet

Nel mondo sono 149 i progetti di wallet per l’identità digitale, di cui 114 nel settore privato, 31 nel pubblico e 4 congiunti. Anche in Italia sono partiti i test per l’IT Wallet accessibile tramite l’App IO, e per ulteriori portafogli digitali che potranno essere resi disponibili da provider privati accreditati.
La prima versione in sperimentazione, disponibile per tutti i cittadini dal 4 dicembre 2024, contiene tessera sanitaria, patente e carta europea delle disabilità. Nei mesi successivi verranno ampliate le credenziali e le possibilità di utilizzo.

Il 2024 è stato l’anno dell’identità digitale. In Europa è ufficialmente entrato in vigore il Regolamento eIDAS2 che getta le basi per il futuro di questo mercato.
I singoli Stati, tra cui appunto l’italia, stanno definendo le strategie per l’erogazione ai cittadini entro il 2026 dell’EUDI Wallet, il sistema di portafoglio digitale costituito da un wallet nazionale pubblico.

“Le aziende che sceglieranno di proporsi come provider saranno determinanti”

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano, le imprese iniziano a interrogarsi su come far evolvere la relazione con i propri utenti puntando sulla valorizzazione dell’identità digitale e degli attributi salvati nel wallet.
Intanto, nel mondo, si muovono le Big Tech, come Google, Samsung e Apple, che stanno avviando collaborazioni con diversi Governi per la dematerializzazione e l’utilizzo digitale dei documenti di riconoscimento attraverso i loro wallet.

“Le opportunità di utilizzo del wallet potranno essere ampliate solo con l’offerta di una gamma diversificata di credenziali – conferma Valeria Portale, Direttrice dell’Osservatorio Digital Identity -. Saranno determinanti le aziende che sceglieranno di proporsi come provider, valorizzando competenze e asset per offrire soluzioni più familiari agli utenti”.

“Rimangono aree grigie dal punto di vista normativo”

“Nonostante il grande fermento deve ancora arrivare il vero punto di svolta – commenta Giorgia Dragoni, Direttrice dell’Osservatorio -. Rimangono aree grigie dal punto di vista normativo sui dettagli tecnici del wallet e valutazioni strategiche ancora non pienamente svelate dagli attori di mercato. Nei prossimi mesi, in Italia e in Europa, i principali soggetti nel mercato dell’identità digitale, governi, fornitori, ma anche aziende utilizzatrici, dovranno affrontare sfide complesse”.

Intanto continua la crescita dei sistemi esistenti: 38,9 milioni di identità SPID e 47,5 milioni di CIE, ma ‘solo’ 6,1 milioni di utilizzatori della sua versione digitale tramite app CieID. Non sarà quindi semplice centrare l’obiettivo PNRR di 42,3 milioni di identità digitali entro giugno 2026, poiché l’interesse delle aziende per l’integrazione si è notevolmente ridotto.

“Indispensabile una strategia di coinvolgimento chiara ed efficace”

“L’attivazione del wallet da parte dei cittadini sarà su base volontaria e sarà indispensabile una strategia di coinvolgimento chiara ed efficace, con sistemi semplici e intuitivi – aggiunge Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Digital Identity -. Sarà necessaria una varietà di servizi, offerti sia da enti pubblici sia da aziende private. È importante che queste ultime siano coinvolte non solo per l’obbligo imposto ad alcune di accettare l’EUDI wallet come metodo di riconoscimento, ma per la reale volontà di essere protagoniste in questa trasformazione, entrando nell’ecosistema come verifier di credenziali dell’utente o costruendo su tali credenziali servizi di valore”.

Imprese e futuro: quali competenze servono per una crescita sostenibile?

La crescente importanza delle competenze specialistiche, unite alle capacità di co-progettazione, di problem solving, oltre alla flessibilità e l’adattamento per la transizione sostenibile, sono gli ingredienti per la crescita delle imprese.
Le imprese, però, assegnano un valore significativo anche alla certificazione delle competenze del personale, da assumere attraverso la collaborazione con le istituzioni formative.

Oggi le competenze specialistiche sono essenziali, ma altrettanto importanti sono le soft skill, competenze che non si apprendono nel corso degli studi ma sono indispensabili per guidare e attuare i cambiamenti all’interno delle imprese.
Lo evidenzia l’indagine condotta da Unioncamere in collaborazione con Ecomondo.

Reclutare nuovo personale e investire in reskilling e upskilling

Negli ultimi cinque anni il 78,4% delle imprese ha investito in innovazione per la sostenibilità, mentre il 18,3% pensa di farlo prossimamente. Un orientamento si traduce in una domanda di upskilling e reskilling del personale esistente per allinearsi alle nuove sfide ambientali e tecnologiche.

Gli investimenti in queste aree rispondono alla necessità di aggiornare le competenze del personale attuale, elemento ritenuto fondamentale per migliorare la competitività.
Altrettanto strategico è il reclutamento di nuovo personale con competenze adeguate alle innovazioni introdotte in azienda.

Per continuare a essere competitivi serve una formazione all’avanguardia

Tra le competenze cruciali per affrontare le sfide del mercato della duplice transizione digitale e green il 47,8% delle imprese segnala le competenze specialistiche collegate al profilo tecnico collegato (hard skill).
Molto ricercata anche la capacità di lavorare in gruppo, o co-progettazione (42,2%), il problem solving (36,6%), la flessibilità e l’adattamento (34,8%).

“L’Italia è leader tra le principali economie europee nella green economy, ma per continuare a essere competitiva ha bisogno di una formazione all’avanguardia che risponda alla crescente domanda di competenze green”, spiega Alessandra Astolfi, global exhibition Director Green Technology Division di Italian Exhibition Group.

Ma 9 imprese su 10 segnalano difficoltà di reperimento

Nonostante l’interesse per nuove competenze, però, 9 imprese su 10 segnalano difficoltà nel reperire i profili professionali adatti, principalmente per l’assenza di competenze specifiche in ambito sostenibilità.
Per ovviare a questa carenza, l’80% delle imprese manifesta un forte interesse a collaborare con istituzioni accademiche e di formazione per avviare percorsi di coprogettazione, con l’obiettivo di formare risorse in grado di rispondere alle esigenze del mercato.

Oltre alla formazione, la certificazione delle competenze è percepita come un valore aggiunto dalle imprese. Circa il 60% del campione ritiene infatti che la certificazione di specifiche competenze sostenibili e innovative sia fondamentale per garantire qualità e competenza nel personale.

Phishing, quali rischi con l’utilizzo dei modelli linguistici avanzati?

Si registra un aumento nell’uso di modelli linguistici avanzati (LLM) da parte dei cybercriminali per generare contenuti destinati a phishing e truffe online. Lo rendono noto gli esperti del Centro di Ricerca sull’Intelligenza Artificiale di Kaspersky.

Attraverso questi strumenti, i criminali possono creare in modo rapido e automatizzato siti web fraudolenti, spesso mirati a utenti di piattaforme di scambio e wallet di criptovalute, come evidenziato dai campioni analizzati.

Come capire se un sito è generato dall’IA 

Uno degli elementi più riconoscibili nei testi prodotti dagli LLM sono le dichiarazioni automatiche di non responsabilità. Frasi come “In qualità di modello linguistico dell’AI…” o “Non posso fare esattamente ciò che chiedi, ma posso offrire un’alternativa simile” appaiono frequentemente nei contenuti generati automaticamente e rappresentano un segnale di utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Questi messaggi, spesso presenti in pagine destinate a utenti di piattaforme di criptovalute, possono rivelare la natura “finta” del contenuto.

Automazione e produzione di massa

Grazie agli LLM, i truffatori hanno la possibilità di creare decine di pagine di phishing in modo efficiente e rapido, un processo che in passato richiedeva un maggiore impegno di tempo e di lavoro. “L’uso dell’AI facilita la creazione di contenuti di qualità apparente, complicando il rilevamento degli attacchi”, ha dichiarato Vladislav Tushkanov, Research Development Group Manager di Kaspersky.

Gli LLM permettono di generare sia singoli blocchi di testo che intere pagine web, nascondendo gli indicatori di rischio anche nei meta-tag, frammenti di codice HTML che descrivono il contenuto della pagina.

Le tracce dell’IA 

Oltre alle frasi identificative, ci sono ulteriori elementi che possono segnalare l’impiego dell’AI. Ad esempio, frasi ricorrenti come “nel panorama in continua evoluzione” o “approfondire il tema” sono spesso usate dai modelli linguistici. Anche le limitazioni temporali, che si manifestano con frasi come “secondo il mio ultimo aggiornamento di gennaio 2023”, sono indicatori presenti spesso.

Difendersi dal phishing

Per proteggersi da truffe e attacchi di phishing, gli esperti suggeriscono alcune precauzioni fondamentali. Innanzitutto, controllare l’ortografia: spesso i collegamenti ipertestuali in e-mail e siti fraudolenti contengono errori di ortografia o reindirizzano a pagine false. Poi, anziché cliccare sui link, si consiglia di inserire manualmente l’indirizzo nel browser, per evitare collegamenti poco affidabili. E’ infine fondamentale dotarsi di software di protezione in modo da navigare in modo più sicuro, individuando siti, download e estensioni pericolose.

Come calcolare il ROI dell’AI e ottenere un vantaggio competitivo reale

Come si misura il ROI dell’Intelligenza artificiale ? E come evitare passi falsi, e ottenere un reale valore aggiunto?
La domanda che oggi molti ceo si pongono è: “Vale davvero la pena investire nell’AI?” Per trovare la risposta, spesso le aziende si affidano ai loro cfo (chief financial officer), incaricati di fare i conti con numeri incerti e scenari non sempre rassicuranti.

Infatti, entro il 2025 un progetto di AI su tre finirà nel cestino perché i costi supereranno i benefici. Questo è l’allarme lanciato da Gartner, e suona come una doccia fredda per tutte le aziende che stanno puntando sull’AI senza avere una chiara strategia di ritorno sugli investimenti.

Cercare successi rapidi e partire da quelli

L’AI può portare grandi ritorni, ma solo se l’azienda riesce a eccellere in più campi contemporaneamente. Non basta avere un buon modello: secondo Deloitte servono dati di alta qualità, monitoraggio continuo di performance e misure di sicurezza, nonché governance impeccabili.
Proprio come un decatleta che si destreggia in dieci discipline, anche qui bisogna mantenere standard elevati su più fronti.

Invece di inseguire il sogno di rivoluzionare l’azienda con l’AI da un giorno all’altro, è meglio concentrarsi su piccoli risultati concreti e far leva su quelli per convincere gli stakeholder a ulteriori investimenti.
Il calcolo del ROI dell’AI è più un’arte che una scienza. Il trucco sta nel bilanciare costi e benefici, non solo finanziari, ma anche strategici.

Non è una corsa veloce, ma una maratona

Ogni azienda è diversa, così come lo sono gli effetti dell’AI. Per questo, il ROI non si misura con lo stesso metro per tutti. Alcuni benefici potrebbero non comparire nei fogli di calcolo tradizionali o nei KPI abituali, ma potrebbero manifestarsi in miglioramenti di qualità, innovazione o conformità. Non è una corsa veloce, ma una maratona.

Spesso le aziende incontrano difficoltà perché mancano di personale qualificato, necessario per gestire questa tecnologia. La buona notizia? Investire nell’AI può attrarre giovani talenti, sempre più interessati a lavorare con tecnologie all’avanguardia.
Non si tratta di sostituire le persone con l’AI, ma di farle lavorare insieme.

Per avere successo non si può ragionare per compartimenti stagni

I progetti migliori nascono dalla collaborazione tra diversi dipartimenti (IT, finanza e altre aree strategiche).
Secondo il report SAP Concur CFO Insights oltre la metà dei cfo ritiene cruciale collaborare con i responsabili IT per sfruttare al meglio l’AI. E poi c’è sempre il grande dilemma: sviluppare internamente o acquistare soluzioni già pronte? La prima opzione offre maggiore controllo, ma richiede più tempo e risorse. La seconda è più rapida e meno rischiosa, ma meno personalizzabile.

Capire l’equazione giusta del ROI significa trovare il giusto mix tra queste scelte. Solo così l’AI può diventare un vero motore di crescita e innovazione.